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Archivio Cineforum Pinerolo

DUE SULLA STRADA - THE VAN di S. Frears

IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO di S. Bodrev

IL CARNIERE di M. Zaccaro

LA PROMESSE - Dardenne

LA FRECCIA AZZURRA di E. D'Alò

IL PIANETA VERDE di C. Serreau

MOSCHE DA BAR di S. Buscemi

NUVOLE IN VIAGGIO di A. Kaurismaki

PANE E FIORE di M. Makhmalbaf

COLD COMFORT FARM di J. Schlesinger

FUGA DALLA SCUOLA MEDIA di T. Solondz

THE KINGDOM (parte 1a) di L. Von Trier

THE KINGDOM (parte 2a) di L. Von Trier

VIAGGIO ALL'INIZIO DEL MONDO di M. de Oliveira

NITRATO D'ARGENTO di M. Ferreri

LE ACROBATE di S. Soldini

LA DODICESIMA NOTTE di T. Nunn

PALOOKAVILLE di A. Taylor

KOLYA di J. Sverak

Mi piace immaginare il cinema

come qualcosa che riguarda

il rapporto tra tecnica e magia".

Ernest Junger

Prossimo alla fine del secolo, eccoci di fronte ad un programma del tutto giovane e giovanilistico, con punte di approfondimento a tutto campo.

Per la prima volta un film dell'Iran

con tutte le sue speranze e delicatezze stilistiche.

Poi "The Kingdom", unica pellicola sul mercato italiano.

L'ultimo Mastroianni con la sua maestria nei sentimenti, e l'estremo Ferreri in una sua personale resa dei conti.

Il cartellone si chiude con una luce sul futuro: l'incontro tra un anziano e un bambino.

Proseguono così i nostri incontri in un atmosfera informale e amichevole.

 

 

 

CULTURA NEL PINEROLESE -HOME PAGE

 


LE RECENSIONI

Testi curati da: Roberto Bernocco, Elena Alesso, Claudio Bottero, Agostino Feraud, Giorgio Manduca, Ines Moschetti, Alberto Ponsat, Diego Priolo, Renato Storero.

Grafica di Luca Storero.

 

19 novembre 1997

DUE SULLA STRADA - THE VAN

Regia: Stephen Frears

Interpreti: Colm Meaney, Donal O'Kelly

Origine: Gran Bretagna - Anno: 1996 - Durata: 98 min.

Il dodicesimo film di Stephen Frears (apprezzato regista di "The Snapper") è ambientato nella periferia a nord di Dublino, ribattezzata Barrytown, tra la crisi per la disoccupazione e i Mondiali di Calcio 1990. Il pulmino del titolo è un rottame che Bimbo e Larry ristrutturano per vendere fish and chips dopo che il primo, licenziato per esubero, non riesce a trovare un'altra occupazione.

La loro improvvisata attività incomincia a funzionare quando i due protagonisti "portano" il loro furgone (senza motore) di fronte ai pub dove gli abitanti della zona si ritrovano a seguire i Mondiali tifando ovviamente per l'Irlanda (memorabili la scena della partita Italia-Irlanda con l"apparizione" di Schillaci e l'eloquente scritta sulla maglietta di un tifoso irlandese). Ma, eliminata la squadra irlandese, il tifo latita e gli affari iniziano a vacillare. Entra così in crisi anche il rapporto d'amicizia tra i due protagonisti, che dopo divertenti e grotteschi diverbi, sciolgono il loro sodalizio professionale.

Con "The Van" si aggiunge un capitolo cinematografico alla Saga letteraria dedicata da Roddy Doyle a Barrytown: sono infatti tratti dallo stesso autore anche "The commitments" di Alan Parker e "The Snapper" dello stesso Frears. I personaggi che popolano i romanzi di Doyle fanno sempre parte delle tipiche famiglie numerose e cattoliche del proletariato irlandese, sempre di fronte a problemi quotidiani, soprattutto di ordine economico. Tematica sociale, dunque, sia per quanto riguarda le singole situazioni. Ma il taglio sociale non è visto in modo drammatico o serioso come in un Ken Loach, ma con ironia, buonumore ed un pizzico d'ottimismo. Da segnalare l'ardita scelta del nostro regista che, nell'addattare questo testo alle esigenze cinematografiche, tralascia deliberatamente le prime settanta pagine del romanzo per iniziare subito in medias res.

Lo stile del regista oscilla tra realismo e semplificazione, tra impegno sociale e piattezza cinematografica. Ma, in ogni caso, in alcune sequenze, appare evidente il proposito autentico dello scrittore e del regista: usare i mezzi più semplici e immediati della commedia per rendere accessibile allo spettatore la tragedia collettiva presente e futura della condizione dell'uomo. Qui c'è comunque un impasto piacevole di vita quotidiana "di classe", fotografata al color d'inverno suburbano da Oliver Stapleton, accompagnata dalla colonna sonora "easy to listen" di Eric Clapton.

Per concludere, "The Van" è un film divertente e brillante, ma, al tempo stesso, estremamente realista e capace di lasciarsi tanto il sorriso sulle labbra, quanto l'amaro in bocca.

 

26 novembre 1997

IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO

Regia: Sergei Bodrov

Interpreti: Oleg Menshikov (Sacha), Sergei Bodrov jr. (Vania), Djemal Sikharulidze (Abdul-Murat), Susanna Mekhralieva (Dina).

Fotografia: Palev Lebeshev.

Origine: Russia - Anno: 1996.

Il film racconta l'avventura di due prigionieri russi, il tenente Sasha (un guerriero di professione) e la recluta Vanja (al suo primo contatto col nemico). Caduti in un'imboscata tesa dai ribelli ceceni, i due vengono trascinati mezzo svenuti in un villaggio incastonato tra le montagne del Caucaso (nella realtà è Rechi, nel Daghestan, un nido d'aquila che resistette all'offensiva di Gengis Khan): a tenerli prigionieri è il vecchio Abdul-Murat, che spera di scambiarli con il figlio catturato dai russi. Ma le trattative vanno per le lunghe. Così i due incatenati nel fienile, controllati a vista da un contadino al quale i russi tagliarono la lingua, diventano amici. Assistiamo alla tenera amicizia che sboccia tra Vanja e Dina, figlia adolescente di Abdul-Murat, ai goffi tentativi di fuga dei due, all'arrivo in città della madre del giovane soldato russo, ai passatempi virili che punteggiano la vita dei ribelli. Finché la morte inattesa del figlio di Abdul, colpito alle spalle durante una evasione, fa precipitare la situazione. A quel punto la vita di Vanja (Sasha nel frattempo è stato sgozzato per aver ucciso un pastore) non vale più niente. Adesso Abdul ha di fronte a sé un solo "dovere" da compiere, quello di uccidere l'altro prigioniero: per vendicare il figlio e rispettare la consuetudine che lì impera. Ma lo lascerà libero.

Ritorna il cinema russo che, tramontato quello sovietico, non aveva trovato finora una sua identità. Oggi, grazie e Sergej Bodrov, arrivato qui al suo terzo film dopo anni di seri impegni come sceneggiatore, anche a Mosca, con i climi rinnovati, sembra affacciarsi un'alba nuova, in cifre in cui il realismo più aspro arriva a coniugarsi con il lirismo e perfino con un sospetto di visionarietà. Film bello, complesso, dai notevoli contenuti etnici e morali. Ispirandosi ad una novella di Tolstoj, il regista affronta a viso aperto il drammatico problema della guerra fraticida tra le varie repubbliche sorte dopo la caduta dell'impero sovietico: il tono del racconto è semplice, ma insieme intenso ed accorato. Le due parti in contrasto sono semplificate da alcuni singoli protagonisti, che diventano simboli di tutte le fazioni in lotta tra di loro; e dal tono secco, aspro dei dialoghi emerge tutta l'irrazionalità e l'assurdità della guerra. Il dolore delle difficoltà, dei sacrifici, delle rinunce, si riflette sui volti della madre del giovane soldato, del vecchio Abdul, della ragazzina che scopre un nuovo sentimento e si rende conto di non poterlo mai rivelare.

Un piccolo mondo geograficamente ben delineato diventa metafora di uno scenario più ampio, sul quale passano le guerre di tutti i tempi e il desiderio dell'uomo di porvi freno. Forte appello alla comprensione e alla condivisione: ne è esempio la splendida pagina finale con il vecchio ceceno che sembra condurre a morte il giovane soldato russo, le montagne attorno, il cielo azzurro, il sole e poi il colpo esploso a vuoto, con la fine dell'odio; mentre il tenente morto attraversa l'immagine: come vivo.

 

3 dicembre 1997

IL CARNIERE

Regia: Maurizio Zaccaro

Interpreti: Massimo Ghini, Antonio Catania, Paraskeva Djukelova, Roberto Zibetti, Leo Gullotta.

Italia 1997.

Jugoslavia, autunno 1991: tre amici italiani su una station vagon sono diretti in una grande riserva per una partita di caccia.

I tre, figli del benessere, per quel poco o tanto di cialtroneria tipica dell'italiano vacanziere all'estero - che sa bene - dove si mangia bene - si alloggia bene - ci si diverte tanto - spendendo poco - e vai che vai bene - non si inquietano minimamente dei primi segnali minacciosi di un paese che si avvia alla disgregazione.

La partita di caccia si interrompe però bruscamente allorché, anziché i cervi, sbucano dai boschi uomini armati di fucili, con relativo "incidente"; ed i tre amici si trovano d'ora innanzi persi nel girone infernale del dramma jugoslavo al suo primo emergere, incubo incomprensibile ed inaspettato per essi che rientreranno dall'esperienza un po' scossi e malandati, ma in fondo refrattari ed agnostici, come i più, di fronte a questa tragedia, a questo incipiente olocausto, ultimo dei molti che hanno segnato, impunemente, la storia dei regimi comunisti nell'Europa di questo secolo.

Maurizio Zaccaro, allievo di Ermanno Olmi e collaboratore di Pupi Avati, dirige la narrazione con grande sensibilità e senso della misura, con toni che sanno essere amari, sconfortati, ma mai rassegnati; è una scrittura spoglia e convincente, grazie anche alla bella, livida fotografia di Blasco Giurato. Bravi gli interpreti con tensioni e risentimenti vividi ma dosati.

 

10 dicembre 1997

LA PROMESSE

Regia: Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne.

Belgio 1997.

I fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne credono fermamente che la gente sia apatica, cinica, smemorata. E per denunciare questo stato di cose, particolarmente grave nel rispettabile Belgio, hanno diretto questo bellissimo, toccante "La Promesse", che prende le mosse dall'etica neoralista di Rossellini, nella piena fiducia di ciò che la cinepresa vede e trasmette.

Il quindicenne Igor che gestisce insieme al padre, a Liegi, un traffico di manodopera clandestina, e con il bambino cresciuto di "Germania anno zero".

Infernale è questo albergo dei poveri immigrati, ricattati per avere un tetto sulla testa.

Quando un africano muore sul lavoro, Igor aiuta il padre a nascondere il cadavere e la verità alla moglie; ma poiché il poveretto, spirando, gli aveva fatto promettere di prendersi cura del neonato, il ragazzo acquista coscienza e consapevolezza, orgoglioso di mantenere la sua promessa. Blocca il padre e aiuta la donna africana a espatriare di nuovo, confessandole la verità: infine andrà con lei ramingo. Forse oggi sono al semaforo sotto casa vostra.

Mescolando perfettamente le ragioni del racconto drammatico con quelle dell'aspetto documentario (solo gli attori principali, straordinari, sono professionisti), i fratelli Dardenne, compongono un film attuale, rigoroso ma non retorico né didascalico, dove la morale rimbalza dai fatti, tentandoci con la poesia della disperazione sulla condizione umana.

Nel purissimo linguaggio di un cinema di denuncia, ma che mira in alto, La Promesse accenna a molti altri problemi: il peso della tradizione, con le magie africane e l'equiparazione di due condizioni di schiavismo, quello oggettivo dei clandestini e quello morale dei "persecutori".

"Il Belgio rimuove pezzi di storia, noi glieli ricordiamo" dicono gli autori, il cui amore per Ken Loach non é da considerare casuale.

 

17 dicembre 1997

LA FRECCIA AZZURRA

Regia: Enzo Dalò - Film di animazione

Disegni di Paolo Cardoni, animazione di Silvio Pautasso

Interpreti doppiatori: Dario Fo, Lella Costa.

Musiche di Paolo Conte - Italia 1996.

Erano anni, se non decenni, che il cinema italiano di animazione non si misurava con un lungometraggio, forse per un complesso di inferiorità nei confronti delle spettacolari produzioni di casa Disney.

Prodotto in collaborazione con la RAI e presentato con successo alla Mostra di Venezia, il film di questa sera non ha proprio nulla da invidiare ai prodotti di oltre oceano. Anzi, per fantasia, contenuti, valori poetici, insegna come le idee contino assai più dell'aspetto spettacolare e come il tratto del disegno trovi la sua migliore espressione non nella produzione in serie fatta con il computer ma nell'originalità del tocco artistico.

Il film realizzato da un racconto di Gianni Rodari, "il Collodi del nostro secolo", come diceva Cesare Zavattini, non ha barriere anagrafiche: per gli adulti é infatti la occasione di riassaporare fantasie e tratti grafici che parevano dimenticati e per i bambini la scoperta di un'animazione intelligente, ormai raffinata, ben lontana dagli stereotipi e dai veleni dei cartoons televisivi.

 

14 gennaio 1998

IL PIANETA VERDE

Titolo originale: La belle verte.

Regia e sceneggiatura: Coline Serreau - Fotografia: Robert Alazraki.

Interpreti: Coline Serreau (Mila), Vincent Lindon (Max),

Philippine Leroy-Beaulien (Florence), James Thierree (Mesaje).

Origine: Francia - Anno: 1996.

Sul Pianeta Verde vivono esseri simili agli umani. La loro civiltà è enormemente più evoluta della nostra: completamente liberi da preoccupazioni materiali si sono concentrati sulla dimensione spirituale. Non conoscono il denaro (e praticano il baratto) né lo sfruttamento e mediano gli interessi in una sorta di pacifica democrazia assembleare.

Le loro qualità psicofisiche sono eccezionali: liberi dalle malattie - l'ambiente é sano, lo stress inesistente - vivono circa 250 anni e coltivano doti telepatiche eccezionali. Ormai é dal tempo di Napoleone Buonaparte che nessun abitante del pianeta vuole recarsi sulla terra. Troppo assurda e impossibile la vita sul nostro pianeta perché qualcuno si offra volontario a visitarla. Dopo molta insistenza é Mila che si offre per questa visita (si dice che sia figlia di un terrestre). Teletrasmessa a Parigi, Mila si trova subito in difficoltà. il cibo é immangiabile, l'acqua imbevibile, le abitudini terrestri così assurde.

Servendosi delle sue doti telepatiche, Mila "sconnette" il cervello degli umani che incontra, rivelando, in brusche epifanie elettriche, la miseria della loro esistenza. Dopo molte delusioni, Mila conquista l'affetto, la riconoscenza e la fede di un gruppo esemplare di persone: un ostetrico che mette in crisi i rapporti con i due figli e la moglie; due giovani infermiere che decidono di adottare un neonato, sottraendolo all'ospedale, abbandonato dalla madre bosniaca, la quale era stata violentata durante la guerra. Proprio le due infermiere fanno innamorare due dei figli di Mila, i quali cercando di raggiungere la madre dal Pianeta Verde, si ritrovano nel deserto australiano benevolmente accolti dagli ultimi aborigeni i quali rivelano raffinate doti telepatiche. Raggiunta la madre a Parigi, il gruppo sottopone alla cura della disconnessione un'intera orchestra sinfonica, i calciatori durante una partita, il presentatore di una trasmissione per beneficenza, il conduttore televisivo ed un politico, con conseguenze stravolgenti. Al fine Mila con i figli e le ragazze con il neonato fanno ritorno sul Pianeta Verde, implicito piano di ibridazione generale della razza terrestre con quella verdiana.

La regista propone il mito del ritorno alle "origini" del cinema attraverso il potere magico della fantasia, dell'immaginazione, del sogno, vibrazioni leggere sulle traiettorie invisibili degli sguardi che congiungono miracolosamente la realtà e la finzione in uno spettacolo di inquadrature che proiettano "Il Pianeta Verde" ora un film, ora un luogo dell'utopia evoluzionista, come alter ego ecologista e avanzato del suicida e arretrato pianeta terra e come idilliaco di "un solo clima, una sola razza, una sola evoluzione".

Insomma il messaggio é in fondo semplice e rassicurante: l'uomo racchiude inespresse le potenzialità per un'infinita pacifica evoluzione, ma le ignora. Basta guardare dentro di sé e soprattutto dietro di sé per evitare le trappole del cosidetto progresso.

 

21 gennaio 1998

MOSCHE DA BAR

Regia: Steve Buscemi.

U.S.A. 1996.

Il bar che dà il titolo al film si trova in un sobborgo di Long Island, un posto piuttosto anonimo e che di sicuro non offre particolari attrattive.

Tommy Basilio, meccanico inaffidabile e sbandato si ritrova tutto in un colpo senza lavoro, senza una donna e uno scopo nella vita. Dall'officina viene sbattuto fuori per aver sottratto un incasso da 1.500 dollari. Teresa la sua donna dopo averlo lasciato ha cominciato a frequentare Rob, il meccanico presso cui lavorava e ora lei é incinta, forse di Tommy? ma ufficialmente di Rob e vive con quest'ultimo.

La vita di Tommy scorre tranquilla in uno stato di disperazione costante, tra una sbronza e l'altra, tra qualche tiro di coca e le sigarette fumate a ripetizione.

Un triste evento giunge a dare una svolta alla monotonia dell'esistenza di Tommy, la morte di suo zio Al, il gelataio ambulante del quartiere.

Dopo le esequie Tommy accetta di prendere il suo posto e di guadagnarsi da vivere, andando in giro a vendere gelati confezionati.

Una sera durante un piccolo festino in casa dell'amico Mike, Tommy finisce per cedere alle accattivanti profferte della diciassettenne Debby, amica di famiglia e figlia del suo ex cognato. Anche se l'incontro si risolve in poche effusioni, la notte che trascorrono insieme scatena le ire selvaggie del padre della ragazza, che gli spacca il furgone a colpi di mazza da baseball.

Teresa nel frattempo ha partorito e lui va trovarla in ospedale. La nascita del bambino viene festeggiata con una bevuta solitaria al Trees Longe.

Tree Longe, titolo originale della pellicola é l'esordio alla regia di Steve Buscemi.

Presentato al Festival di Cannes, il film ha confermato una tendenza in atto negli attori americani delle ultime generazioni che passano dietro la macchina da presa. Infatti il regista sembra essere interessato a un'idea di messa in scena che affondi le sue radici e motivazioni ideologiche nel cinema della nuova Hollywood degli anni 70. Lontano quindi da esibizioni di particolari effetti speciali o di muscoli testosteronici.

Mosche da bar preferisce affidarsi ad un'osservazione minima di una realtà dai forti connotati etnici, working class italo-americana per la precisione, senza per questo cedere a tentazioni Scorsesiane. Insomma Buscemi, come i suoi colleghi che l'hanno preceduto, sembra guardare al cinema anni '70 come ad una possibile ipotesi di rinnovamento soffocata troppo presto dalle ragioni del profitto. Con Mosche da Bar siamo dalle parti di un piccolo cinema fatto con grande rispetto per le persone e i sentimenti.

 

28 gennaio 1998

NUVOLE IN VIAGGIO

(Kauas Pilvet Karkaavat)

Regia: Aki Kaurismaki.

Interpreti: Kati Outinen, Kari Vaananen, Elina Salo, Sakari Kuosmanen

Origine: Finlandia - Anno: 1996 - Durata: 96 min.

Se é dura per un giovane trovare lavoro, ancor di più lo é per chi non é più giovane, anche se per l'anagrafe é ancora nell'età buona. Se l'Italia in fatto di disoccupazione piange, la Finlandia - come vediamo in questo insolito film di Kaurismaki - non ride.

La trentottenne Ilona, capocameriera nell'invecchiato ristorante Dubrovnik di Helsinki, resta sul lastrico con tutto il personale quando il locale viene rilevato da una finanziaria per trasformarlo in un più conveniente fast-food. Suo marito Lauri, tranviere non ancora cinquantenne, viene licenziato quando l'azienda decide di sopprimere alcune linee improduttive. Avevano appena comperato la tivù a colori a rate, e anche la libreria. Pensavano di farcela, un tanto al mese. Ma la società é impietosa, non guarda ai sentimenti, non guarda alla famiglia, non tiene in conto i sacrifici né le piccole gioie domestiche. Ilona e Lauri si mettono a cercare un altro lavoro e non c'é nulla di più umiliante che dover andare a supplicare un posto di lavoro come se, invece di un diritto, fosse un'elemosina. Ilona va per ristoranti, disposta a retrocedere di grado. Ma la guardano e scuotono il capo: non ha più l'età ed il settore é in crisi. Lauri sembra abbia trovato qualcuno che lo assuma come autista, ma lo scartano alla visita medica e ritorna alla prostrazione. Ma come dice Kaurismaki, il lieto fine é indispensabile, "non si può non dare qualche speranza".

Kaurismaki é forse il più geniale regista del cinema contemporaneo, ha per maestri dichiarati Bresson e Bu–uel, un religioso ed un ateo, dei quali vuole rispecchiare nei suoi film l'orrore della vita e l'orrore della società. Lo stile del regista é raffinatissimo (realismo, ellissi, luci teatrali, essenzialità brechtiana, colori vivi e primari, nessun eccesso e massima intensità), la sua capacità di cogliere la realtà é straordinaria: con attori bravissimi, il film diventa la condensazione di un epoca, la sintesi di un disastro ideologico, morale e sentimentale.

Le storie di Kaurismaki si sviluppano in un'atmosfera inconfondibile, dove colori puri e sensibili cercano di spiccare nel gelo della messa in scena, che sottolinea invece la fine della socialità. Pessimismo cosmico nei fatti, ottimismo nei colori, cioé nell'utopia, e gli uomini lì, incerti su questa altalena senza un conduttore.

 

4 febbraio 1998

PANE E FIORE (Nun va Goldun)

Regia, soggetto, sceneg. e montaggio:

Mohsen Makhmalbaf, Mus. Nadjid Entezami.

Interpreti: Mirhadi Tayebi, Ali Bakhshi, Ammar Tafti, Maryam Mohamadamini,

Mohsen Makhmalbaf. - Durata: 77 min. - Orig.: Iran/Francia 1996.

 

Nel 1974, Makhmalbaf, allora un 17enne ribelle che lottava contro il regime dello Scià, accoltellò un giovane poliziotto durante uno scontro. Scontò cinque anni di prigione per quel fatto e fu liberato solo dopo la rivoluzione islamica. Vent'anni dopo l'ex guardia si presenta al suo feritore, diventato nel frattempo regista, e si propone come attore... .

Ma non é possibile mettere in scena il reale, e in un gioco delle parti, gli interpreti prendono il sopravvento sui personaggi. Autoriflessivo, ma senza civetterie, potente nel miscelare il ricordo di un fatto accaduto con l'invenzione più pura e nel descrivere e nel disagio di scegliere qualcuno che possa ripetere con un senso la propria giovinezza, la necessità di rivedere, coreggere, cambiare la storia, Pane e Fiore (noto anche col titolo Un istante di innocenza) é il sedicesimo film diretto da questo grande cineasta nato a Teheran. "E stato grazie al cinema che abbiamo cercato finalmente di capirci, per evitare di combatterci un'altra volta", ha detto Makhmalbaf. Il film é pervaso da un sentimento di vera innocenza mista a uno humor che contrasta con i toni tristi delle vicende personali vissute realmente dai due protagonisti (la prigione, la ricerca disperata da parte del poliziotto di una ragazza conosciuta in quella occasione e mai più rivista). Pane e Fiore é inoltre basato su una costruzione terribilmente semplice dal momento che il regista iraniano gioca a scoprire se stesso, il poliziotto e lo spettatore, trascinando la macchina da presa dietro alla vita, non producendo, volutamente, alcun tipo di giudizio sulla moralità e sulla legalità dell'agire umano. Un caso in cui il metacinema risulta davvero provato.

 

11 febbraio 1998

COLD COMFORT FARM

Regia soggetto, sceneg. e montaggio: Mohsen Makhmalbaf, Mus. Nadjid Entezami.

Int.: Mirhadi Tayebi, Ali Bakhshi, Ammar Tafti, Maryam Mohamadamini,

Mohsen Makhmalbaf. - Durata: 77 min. - Orig.: Iran/Francia 1996.

Nell'atteggiamento ironico nei confronti del cinema, espresso da Schlesinger in Cold Comfort Farm, il bersaglio principale é il film anglossassone "alla James Ivory", fatto di sontuosi ricevimenti, coloratissimi ed eleganti interni kitsch in cui l'essere in società dei protagonisti é contraddistinto da un'esibita apparenza, da una ricercata frivolezza, da frasi volutamente vuote e dalla ormai secolare abitudine mondana del té.

Ma qui non siamo in un quartiere chic di Londra e neanche nella dimora sontuosa di un Lord, siamo in campagna, in una fattoria malandata (la "Fattoria della Magra Consolazione", potenziale e ipotetica traduzione del titolo) di proprietà di una scombinatissima famiglia, gli Starkadder. La domina un'anziana matriarca che vive in mondi tutti suoi. Ha una figlia, Judith, che, invece, sembrerebbe addirittura aver rinunciato a vivere, pur avendo a sua volta due figli, Seth e Reuben, uno votato al cinema, l'altro a fare il contadino. Il padre Amos ha la tendenza del predicatore ed improvvisa sermoni in qualsiasi momento.

Ma, in questo allegro quadro famigliare, si inserisce un giorno Flora Poste, parente degli Starkadder, orfana e senza un soldo. Il suo arrivo alla fattoria segna l'inizio di un radicale cambiamento nella vita di tutti: portando nella rozza esistenza dei suoi parenti le sue maniere cittadine, con ironia, garbo e savoir-faire, compie trasformazioni miracolose.

I riferimenti letterari abbondano tanto nelle fonti d'ispirazione del film quanto nel delinearsi della trama e dei personaggi. Cold Comfort Farm é un concentrato di britannicità, a metà strada tra Thomas Hardy e Woodehouse, tratto dal romanzo omonimo (1932) di una spiritosa scrittrice inglese, Stella Gibbons, che pare averlo scritto in metropolitana mentre si recava al lavoro. Non meno letterario é il personaggio di Flora (la "figlia di Robert Poste"): decisa a scrivere un romanzo bello come "Persuasione" di Jane Austen, guarda caso ha un carattere molto simile alle eroine della scrittrice e, come queste, si mette all'opera per migliorare il mondo, facendo, un pò come il Nanni Moretti di "Bianca", la "direttrice artistica della vita altrui".

Nella trama intrisa di humour tipicamente inglese, trovano comunque spazio anche il mistero e l'enigma: cosa ha visto di così orribile zia Ada nella legnaia quando era ancora bambina e quale torto ha subito il padre di Flora da parte di Amos?.

 

18 febbraio 1998

FUGA DALLA SCUOLA MEDIA

Regia soggetto, sceneg. e produzione: Todd Solondz.

Fotografia: Randy Drummond - Musica: Jill Wisoff - Montaggio: Alan Oxman

Interpreti: Heather Matarazzo, Victoria Davis, Christina Bucato, Christina Vidal,

Siri Howard, Brandon Sexton Jr., Telly Pontidis, Herbie Duarte

U.S.A. 1996 - Durata 87 min.

Il titolo italiano sembra evocare una fuga in massa del corpo docente dalla scuola, prima che tramonti la speranza solare della pensione o una fuga di pre-adolescenti dall'ultimo segmento scolastico obbligatorio, prima che la riforma li costringa a proseguire obbligatoriamente fino al quindicesimo anno. Niente di tutto questo. Il film, gran premio della giuria al Festival di Sundance, affronta sì il mondo pre-adolescenziale ma osservandolo con gli occhi di una ragazzina di undici anni, bruttina e non certamente aiutata dalla famiglia e dalla scuola in questa situazione penalizzante.

Il regista non tifa però apertamente per lei; si limita ad osservarla nelle umiliazioni che riceve, nelle sue difficoltà relazionali e nei suoi desideri di vendetta. Dawn, detta Wiener il Rospo, non é una Cenerentola né un Brutto Anatroccolo, ma piuttosto una figlia di seconda scelta in una tradizionale famiglia della provincia americana. L'insoddisfazione e l'inquietudine degli adolescenti del luogo regnano comunque sia tra le mura domestiche sia tra quelle scolastiche, solo la fuga sarebbe la loro salvezza. Lo spaccato di società qui delineato é per certi versi caricaturale ed una sagra di luoghi comuni, ma alla fin fine anche quando si ride, si ride amaro.

Il film può essere definito come una commedia nera, cattiva, perfida ma in conclusione, sostanzialmente triste. Solondz ci fa però dono di un epilogo senza lacrime o riscatti, regalandoci piuttosto qua e là qualche incursione nell'horror quotidiano. Il ritmo é un pò discontinuo; alcune sequenze proprio su certi luoghi comuni, sono tuttavia da antologia. Efficace la scelta musicale e notevole la scena in cui Mark, il fratello di Dawn, prova Satisfaction con il suo gruppo. Molto brava la protagonista, l'attrice italo americana Heather Matarazzo.

 

24 e 25 febbraio 1998

THE KINGDOM - IL REGNO

(Riget/The Kingdom)

Regia: Lars Von Trier, Sceneg.: Lars Von Trier, Tomas Gislasom - Fotografia: Eric

Kress - Musica: Joachim Holbek - Montaggio: Jaco Thuesen, Molly Marlene

Stensgaard - Interpreti: Ernst Hugo Jarogard (dr. Stig halmer), Kristen Rolffes

(Mrs. Moesgaard), Raant Hugo Sthorje (dr. Aalte Feermat), Annevig Schelde

Ebbe (Mary), Otto Brandenburg (Hansen), Baard Owe (Bondo), Solbjorg

Hojfeldt (Camilla), Peter Mygind (Mogge), Ole Bolseon (Christian), Udo Kier

(Age Kruger) - Origine: Danimarca, 1994 - Durata: parte A, The Unheavenly

Host, 135 min.; parte B, A Foreign Body, 145 min.

Tempo e spazio si spezzano, si sovrappongono e si appiccicano uno sull'altro. L'antica liturgica palude su cui si erge il noto ospedale di Copenhagen, "Il Regno", spira i suoi miasmi addosso al XX secolo degli orrori, dal 1919 in cui vi scompare sanguinosamente una bambina, fino ad oggi in cui un'altra giovinetta, per un errore del chirurgo, ristagna cerebrolesa in una stanzuccia ai piani superiori.

Carretti fantasma provenienti dal XVIII secolo, gravidanze che durano pochi giorni e altri eventi misteriosi si alternano in questo horror serial-tv pervaso da uno humor simbolista distante anni luce dalle commercializzazioni alla "Millenium".

Il comico, in tutto questo, funziona ormai al contrario rispetto alla classica teoria di Bergson, in cui é la rigidità che genera il ridicolo. Qui, invece, più i personaggi cercano di insinuarsi elasticamente nella surrealità de "Il Regno" negli spazi e tempi dilatati e compressi insieme, più sono ridicoli. Si affronta un esorcismo armati di racchette da tennis, si invoca la maledizione sulla Danimarca sbracciandosi di nascosto in terrazza, si procede al trapianto su se stessi di un fegato infettato dal cancro per aiutare la ricerca.

Intanto nelle cucine dell'ospedale, due ragazzi down, figli del Dio distratto dell'ottavo giorno, inscenano lavando i piatti il coro delle vicende in corso: "I cattivi rideranno e i buoni piangeranno. Così va il mondo", conclude uno dei due, sigillando la morale del comico e del tragico sulla terra intasata di oggi, prima dello sconquasso finale.

Presentati alla Finestra sulle Immagini del Festival di Venezia 1994, questi primi due episodi ne precedono altri quattro: il terzo e il quarto visti sempre a Venezia quest'anno e il quinto ed il sesto in preparazione per il 1998. Di Lars Von Trier gli spettatori del Cineforum hanno potuto apprezzare Europa (1991), Premio Speciale della Giuria a Cannes, mentre la scorsa stagione ha visto l'uscita del bellissimo Le onde del destino (Breaking the waves, 1996).

 

4 marzo 1998

VIAGGIO ALL'INIZIO DEL MONDO

Regia: Manoel de Oliveira.

Interpreti: Marcello Mastroianni, Jean-Yves Gautier, Leonor Silveira, Diego Doria,

Isabel de Castro, Isabel Ruth - Produzione: Francia Portogallo, 1997.

La trama é semplice: durante le riprese di un film girato nel nord del Portogallo, Alfonso, un attore francese il cui padre emigrò da questa regione, vuole vedere il villaggio della sua famiglia. Accompagnato dal regista e da alcuni attori inizia il viaggio alla ricerca delle proprie origini, delle sue radici.

E' interessante parlare di questo regista di ottantanove anni, (a dicembre) che a partire dagli ottanta ha prodotto un film all'anno. Si dice che si alzi all'alba per fare esercizi in piscina; che la sua origine lusitana "ai confini del mondo conosciuto" ne abbia forgiato il carattere. Oliveira ha un passato di avventura; corridore automobilistico sostiene che correre in macchina é un'abilità soprattutto mentale. Chi guida si concentra sul nastro d'asflalto che si snoda dinanzi a sé e parallelamente si apre a percorsi interiori, intimi e silenziosi.

E' quanto avviene in questo viaggio sulle tracce di una memoria che sta per scomparire. In questo film Oliveira parla direttamente senza la mediazione della letteratura; dà risalto alla sceneggiatura cercando un punto di contatto fra luoghi e corpi, linguaggio e pensiero.

"Viaggio all'inizio del mondo" é un film semplice e lineare e contemporaneamente allusivo e misterioso.

La scelta di Mastroianni é accurata, l'attore deve rappresentare l'alter-ego, un attore commovente, non tanto perché anche lui alla fine della vita, ma perché da sempre il suo corpo é un veicolo di emozioni riflesse dei registi che trovano in lui melanconia e piacere all'esistenza.

E' il viaggio dei doppi, ha inizio su un'auto in stretta simbiosi fra regista, attori, tecnici. E' doppio perché ai ricordi dell'attore Alfonso si sovrappongono quelli del regista Oliveira. Piacevole scoperta, dolente sconfitta, gioia e dolore sono inseparabili per tutta la durata del viaggio. Dice Alfonso: "E' stato come uno strano viaggio nel mio immaginario, vedere finalmente con i miei occhi quei luoghi di cui ho talmente sentito parlare da mio padre. Ho come l'impressione di aver risalito il tempo".

Oliveira replica "Tu hai stretto tua zia, corpo e anima, fra le tue braccia. Io, anche di tutti i compagni che hanno condiviso la mia giovinezza... non resta più nessuno. Sono tutti andati. Vivere a lungo é un dono di Dio. Ma ha un suo prezzo".

E un attore replica "Senti, senti, il nostro regista vorrebbe viaggiare senza pagare il biglietto".

 

11 marzo 1998

NITRATO D'ARGENTO

Regia: Marco Ferreri.

Interpreti: Iaia Forte, Luciana De Falco, Sabrina La Leggia, Marc Berman.

Produzione: Italia - Francia - Ungheria, 1996.

Marco Ferreri vuole annunciare la morte del Cinema: per questo ha girato un film che risulta sarcastico e cattivo.

L'immagine iniziale e finale di una platea di manichini dallo sguardo vuoto ci dà una sensazione di angoscia per lo spettatore che non esiste più come essere pensante.

"Nitrato d'Argento" é stato girato in Ungheria, sono stati utilizzati tantissimi attori e tantissimi spezzoni trovati nelle cineteche di Roma, Parigi, Mosca, New York.

Il montaggio é un collage di pezzi eterogenei tratti da film come "Stromboli", "Maciste l'alpino", "La grande abbuffata".

"Nitrato d'Argento" risulta una ricostruzione fantastica del consumo di immagini cinematografiche da parte del pubblico istintivo, ingenuo a al tempo stesso consapevole del continuo raffronto fra finzione e realtà.

Molti critici a Venezia, al momento della sua presentazione, hanno giudicato il film frammentario e poco "estetico"; questo é capitato già a molti film di Ferreri che hanno recuperato il "senso" in tempi successivi. Ferreri ha sempre combattuto gli stereotipi narrativi del cinema. Il suo é un film-laboratorio, come lui stesso lo definisce in cui ricostruisce il magma vitale che si riproduceva nel rapporto spettatore - schermo.

Le celebrazioni per il centenario del Cinema non debbono essere false o retoriche, per questo Ferreri ha celebrato in modo funereo la morte del Cinema. Ma il caro estinto é proprio morto? Non sono al contrario deceduti gli spettatori ridotti ad aspetto di manichini immobili di fronte allo schermo vuoto?.

Lo stesso regista parla della sua ultima fatica dicendo: "Il film era anche la sala, era lo spettatore. Quando é nato, il cinema piaceva tanto ai socialisti, agli utopisti: quelli che dicevano che era importante fare la doccia, andare ai bagni pubblici e andare al cinema. E avevano pure ragione perchŽ prima c'erano le chiese dove rifugiarsi... le chiese che non si pagavano e quindi creavano un senso di colpa in chi le usava... .

Invece il cinema é solo a pagamento, uno entra ed é il padrone... era importante perché abituava ad essere ricchi nel fondo, cioè a non avere più le paure dei poveri.

Sono dell'opinione che grazie al cinema si sono fatti dei baizi in avanti... questa é un'opera in cui io rivedo la mia storia: ho sessantasette anni e ho vissuto la mia epoca e il cinema mio, cioè il cinema di "Nitrato d'Argento" cioè un cinema che oggi é finito".

 

18 marzo 1998

LE ACROBATE

Regia: Silvio Soldini.

Interpreti:Valeria Golino, Licia Maglietta, Mira Sardoc, Angela Marraffa.

Produzione: Italia - Svizzera, 1997.

"Le Acrobate" di Silvio Soldini ci racconta le conseguenze parallele dell'esistenza di due donne: Elena e Maria.

Alcuni critici l'hanno giudicato una radiografia, precisa e lucida di un'Italia anni Novanta in bilico tra dimensione sociale e affettiva, tra voglia di crescere e paura di aprirsi agli altri. Questo film segue un genere già caro al regista che dopo "L'aria serena dell'ovest" e "Un'anima divisa in due" completa una trilogia che scava nella nostra vita quotidiana.

Un dentino di latte in una lettera fa incontrare due donne che non si conoscono e vivono una al Nord, l'altra al Sud (Treviso e Taranto). Fa da tramite, casualmente, tra Elena e Maria l'anziana Anita,di origine balcanica che vive a Treviso in condizioni di totale isolamento ed indigenza. Il dentino é di Teresa, figlia di Maria, su di lei si sposta l'attenzione del regista che la raffigura in una scena immersa nell'azzurro del cielo e le cime delle montagne in Valle d'Aosta.

Tutte le donne in Soldini desiderano qualcosa, anche se non hanno l'esatta coscienza del loro desiderio; sono donne attive, si interrogano, cambiano le cose, agiscono.

Il film, con apparente leggerezza, tocca temi seri senza giungere ad un messaggio o ad un programma; la pellicola scorre senza permettere allo spettatore di prevedere le scene successive. Tutto concorre al risultato finale: la funzionale fotografia di Bigazzi, gli interventi musicali di Venosta; gli attori: la Golino che esprime la sua forma migliore, la slovena Sardoc grande teatrante di elevate capacità, la Maglietta straordinaria per verità e precisione. Il titolo giunge da tre statuine greche in terracotta, conservate al museo di Taranto. Il nome viene dal greco, composto da "akron" (estremità) e da "bainein"(camminare).

"Le Acrobate" é un film che cammina sulle punte, in alto, in un equilibrio difficile.

 

25 marzo 1998

LA 12a NOTTE (Twelfth Night, 1996)

Regia e Sceneggiatura: Trevor Nunn - Direttore della fotografia: Clive Tickner.

- Musica: Shaun Davey - Scenografia: Sophie Becher - Costumi: John Bright

- Montaggio: Peter Boyle

Interpreti: Helena Bonham Carter, Toby Andrew, Nigel Hawthorne,

Ben Kingsley, Mel Smith.

Origine: Gran Bretagna - Durata: 2 h e 13 min.

Il soggetto é tratto dal lavoro omonimo di William Shakesperare ma con un trasferimento temporale della vicenda alla fine del XIX secolo. Il regista, che ha diretto per vent'anni la Royal Shakesperare Company, non si era mai cimentato in precedenza con questa "bittersweet comedy". Come in tutti i lavori del grande Bardo, anche qui sono soprattutto l'intreccio, gli equivoci e la spiccata caratterizzazione dei personaggi, affidata poi in questo caso ad attori di grande valentia, ad emergere in modo significativo, contribuendo pure a far superare qualche manierismo di troppo e qualche momento narrativo poco coinvolgente.

Viola e Sebastian, due gemelli molto simili e particolarmente uniti dalla prematura morte dei genitori a causa di una terribile tempesta, fanno naufragio, finendo sulle coste dell'Illiria (il film é stato girato in Cornovaglia). PoichŽ entrambi pensano che l'altro sia morto, Viola, ad esempio, si veste come suo fratello ed assume il nome di Cesario. Entrata a servizio del Conte Orsino, si innamora segretamente di lui, impegnato invece a conquistare Lady Olivia, addolorata per la morte recente di suo fratello, morte che ella utilizza per tenere lontano il Conte. Questi pensa allora di usare Cesario come messaggero delle sue pene d'amore, ma Olivia le ignora e si innamora invece proprio di questo giovane servitore. E questa é solo la premessa...la vicenda si complica sempre più con l'arrivo di altri personaggi, Sir Toby Belch "Rutto", Sir Andrew Aguecheek "Guancia secca", Malvolio, il saggio giullare Feste e naturalmente Sebastian. Come in altri lavori di Shakesperare, essi non sono figure minori o di semplici contorni o di intrattenimento. Spesso tocca infatti a loro trovare una soluzione al caso, profonde verità nascoste però in sagaci battute o in sottili nonsense.

"Twelfth Night, or, What You Will" che non fu mai pubblicato durante la vita dell'autore, si rifà con molta probabilità alla commedia plautina basata sugli equivoci, mediata però da alcuni lavori italiani, quali ad esempio "Gl'Ingannati" dell'Accademia degli Intronati di Siena. La 12¡ notte é quella dell'Epifania (la dodicesima notte dopo Natale" ma in questo caso non ha rilevanza, secondo alcuni critici potrebbe essere stato un titolo necessario per evitare che la seconda parte "What You Will" creasse confusione con il titolo della precedente commedia: "As You Like It". Ai tempi di Shakesperare, in ambiente studentesco, il periodo dei 12 giorni in questione era pure una specie di carnevale, durante il quale veniva eletto il King of Misrule (disordine, malgoverno), una specie di sovrano alla rovescia, con le sue leggi naturalmente sovvertenti quelle ufficiali.

 

1 aprile 1998

PALOOKAVILLE

Regia: Alan Taylor

Interpreti: Vincent Gallo, William Forsythe,Adam Trese, Frances McDormand.

Origine: U.S.A. - Durata: 89 min. - Anno: 1995.

Palookaville é una città che non esiste, é un luogo dell'anima. Ci vivono tre giovani sfigatissimi e moderatamente disperati: Sid, Russ e Jerry, giovanotti di Jersey City, a due passi da New York, ma sulla riva sbagliata dell'Hudson. Sid, Russ e Jerry non sono né giovani né belli; hanno vite così così (Sid vive da solo con due cani, Russ in famiglia e non sopporta il cognato poliziotto, Jerry é sposato con una ragazza nera, ha un bel bambino e poca voglia di lavorare) e soprattutto sono disoccupati. Per svoltare, decidono di darsi al crimine. Non un crimine cruento, per carità: "Un cambiamento temporaneo nello stile di vita, un ritocco da niente", spiega Russ che é un pò il leader. Insomma, soldi facili per avere meno pensieri. Ma bisogna esserci portati.

Sid, Russ e Jerry non ci sono portati, no davvero. Al primo furtarello sfondano a martellate la parete di una gioielleria e si ritrovano nella pasticceria accanto: era il muro sbagliato, la rapina frutta 45 dollari e testa, tanta fifa e un pò di pasterelle per il bimbo di Jerry.

Delusi ma ormai decisi, i nostri tre pezzi di pane architettano un "piano scientifico" per rapinare un furgone di valori. Ovviamente, il disastro (tragicomico, ma più comico che tragico) é in agguato.

Tanto popolare che il cognome é passato a definire (vedi il Dizionario Zanichelli dell'"American Slang") "uno stupido, uno sportivo senza qualità e, in genere, una persona mediocre". "Palookaville" vuol dire, insomma, città degli stupidi.

Stupidi non sono invece gli ispiratori più o meno indiretti di quest'opera: se, nei titoli di coda, troviamo sentiti ringraziamenti "con molte scuse" ad uno scrittore come Italo Calvino (autore di "Furto in una pasticceria"), manca la doverosa citazione di due registi italiani quali Monicelli e Loy che, con "I soliti ignoti" e "Audace colpo dei soliti ignoti", hanno sicuramente contribuito alla riuscita di questo piccolo gioiello del cinema indipendente americano.

Esordio cinematografico del giovane regista Alan Taylor, formatosi sul terreno di cortometraggi e video musicali, mette in luce la sua mano felice, soprattutto nel tratteggiare le piccole esistenze di questi balordi con facce da duri e modi da buoni.

 

8 aprile 1998

KOLYA

Regia: Jan Sverak

Interpreti: Jan Sverak, Andrej Chalimon, Libuse Safrankova

Produzione: Repubblica Ceka, 1997.

Il regista, nominato all'Oscar nel '92 per la sua opera prima "Scuola elementare", vincitore nel '94 del premio della critica a Venezia per la parodia fantascientifica "Accumulator I" é ora risalito alla ribalta della popolarità per "Kolya" considerato il miglior film straniero.

Chi é Kolya? E' un bambino russo che entra a far parte dell'esistenza di Frantisek Louka, maturo violoncellista ridottosi per vivere a suonare ai funerali e a dorare le incisioni sulle lapidi.

L'uomo vive nella sua mansarda da bohémien sognando di possedere una Trabant, con la quale evitare l'incubo quotidiano dei mezzi pubblici. Un amico becchino gli propone di sposare per finta e dietro lauto compenso una russa che ha bisogno del permesso di soggiorno.

Il violinista accetta, otterrà la macchina senza immaginare quali altre conseguenze potranno capitargli.

Lo schema é uno di quelli già sfruttati nella storia del cinema: un uomo misantropo, un ragazzino vivace, l'amore che nasce fra i due che diverranno amici per la pelle.

L'ambientazione é particolare; siamo in una Cecoslovacchia prima della caduta del muro di Berlino, nel 1988, quando i sovietici non sono molto popolari. Il regista riesce a farci sentire l'aria che spira in questo momento di "Rivoluzione di Velluto" che porterà il paese ad uscire dalla sfera sovietica.

In fondo il tema di "Kolya" é questo: un intero paese é in attesa di qualcosa che appare ben là da venire e nel frattempo é chiuso alla vita come chiuso é il violoncellista che ormai suona solo più per i morti. Kolya segna la rottura, il cambiamento e darà la voglia a Frantisek di cominciare una nuova vita e di accettare senza angoscia la notizia che Klara é incinta.

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