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Pagine sulla resistenza val Chisone

L'esperienza di Gino Rostan raccontata nel suo diario partigiano

 Noi, i futuri partecipanti alla lotta partigiana, eravamo dei giovani nati o vissuti nel ventennio fascista. Avevamo tutti avuto la tessera della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) ed eravamo stati: Figli della Lupa (dai 6 agli 8 anni), Balilla Moschettieri (dagli 11 ai 13 anni), Avanguardisti (dai 13 ai 17 anni) e Giovani Fascisti (dai 17 ai 21 anni).

            Al pomeriggio del sabato (chiamato “sabato fascista”) era obbligatorio frequentare i corsi premilitari il cui motto era “Libro e moschetto fascista perfetto […]

A scuola ci insegnavano ad esaltare le imprese fasciste: la fondazione dell’Impero con la conquista dell’Etiopia il 9 maggio 1936, la guerra civile di Spagna del 1937, l’occupazione dell’Albania del 12 aprile 1939, i martiri fascisti. Non sapevamo però nulla dei fuoriusciti antifascisti e confinati.

            Comincia così il diario partigiano di Gino Rostan, perosino recentemente scomparso che prima del suo commiato ha voluto regalarci questa sua testimonianza, una vera chicca perché l’intento dell’autore è quello di comunicare la sua esperienza ai giovani d’oggi – e ci riesce bene - senza mai incorrere nella retorica, mostrando anzi luci ed ombre della Resistenza in val Chisone.

 

La scelta partigiana

            L’inizio del testo è importante perché sottolinea che la scelta partigiana di Rostan, come quella di molti altri italiani non politicizzati, non ha radici antifasciste, ma è piuttosto il frutto di una lenta maturazione che porta l’autore a prendere progressivamente le distanze dal regime. Le tappe di questa presa di coscienza sono assai chiare nel diario.

Innanzitutto l’alleanza con la Germania che allentò drasticamente le maglie del consenso al regime: “Noi italiani, ci trovavamo alleati con i tedeschi, che i nostri padri avevano combattuto per 40 lunghi mesi in una guerra in cui i nonni avevano perso i loro figli. Tutto ciò capitava anche alla nostra famiglia. Mio nonno materno aveva perso il figlio, ad ahimè il 23 agosto 1917, durante la ritirata di Caporetto e mio padre, che aveva partecipato alla prima guerra mondiale, aveva un fratello in Francia a Parigi.”

In secondo luogo l’invasione della Francia, nel giugno 1940, vissuta malissimo dai nostri valligiani, abituati da secoli a relazioni ricorrenti con i cugini d’oltralpe: “Per tutti – scrive Rostan – ma in particolare per gli anziani, erano momenti di tristezza, dato che si sapeva che di là dal confine molti parenti o conoscenti avevano il lavoro e la casa. Si può infatti dire che nelle valli piemontesi, quasi la totalità delle famiglie ha avuto dei parenti emigrati in Francia nel periodo fascista; lì avevano trovato lavoro ed ora nipoti e fratelli degli emigranti marciavano contro il paese che li aveva accolti.”

Credo però che, almeno dopo l’8 settembre, la scelta di Rostan vada collocata anche in un orizzonte etico-religioso ben preciso, quello valdese, nel quale l’attaccamento alla terra assume da sempre toni marcati, non solo per ovvi riferimenti biblici, ma soprattutto in virtù di una tradizione di guerre per la sopravvivenza in queste valli. L’autore è consapevole di tutto ciò, infatti alterna la ricostruzione degli eventi della guerra partigiana con la rievocazione di momenti successivi alla liberazione, assai vicini a noi, come le celebrazioni (1989) del Glorioso Rimpatrio dei Valdesi (1689): “Pensai anche ai Valdesi che, arrivati al colle di Costa Piana, scorsero all’alba, illuminate dai primi raggi del sole, le lontane vette delle loro Valli.

  Non c’era da stupirsi che in quel momento essi fossero caduti in ginocchio in preghiera ed i loro volti si fossero bagnati da lacrime di commozione: la battaglia al Ponte di Salbertrand era stata dura, nonostante la vittoria, e in quella giornata numerose erano state le perdite.

  C’era però la tristezza nel ricordo dei genitori deceduti di stenti nelle carceri del Saluzzese, o morti nell’inverno del 1687, durante la marcia per l’esilio”.

Episodi come questo, nel riportarci indietro di tre secoli, ci ricordano, per dirla col libro del Prearo, che questa è "terra ribelle". Gino sembra dunque suggerirci l’ipotesi che la scelta di seguire le orme dei propri antenati sia stata quasi obbligata: "resistere" non rappresentava una novità in queste valli dal momento che i tedeschi incendiavano le case e portavano lutti e rovina esattamente come i Savoia tre secoli prima.

Nei fatti il nostro, nonostante fosse circondato da amici che avevano già compiuto la loro scelta, per tutto il periodo che va dall’8 settembre 1943 al 13 giugno 1944 (quando si aggrega ai partigiani) collabora con il movimento resistenziale, senza decidere di salire in montagna: “Mi diressi allora a Fleccia di Inverso Pinasca, da Viola, per riferire quanto era successo: n’era già informata. Prima che mi allontanassi mi chiese quando mi sarei deciso a salire in montagna; fui colpito da quella domanda: risposi che intendevo terminare l’anno scolastico.”

Solo dopo aver terminato gli studi e pur non avendo obblighi di leva, Gino sale in montagna:

Il 13 giugno 1944 partii per la montagna benché non avessi obblighi di leva; inoltre, ero in possesso di un esonero per motivi di lavoro: in qualità di boscaiolo! In realtà la decisione l’avevo già presa in precedenza, con il consenso dei miei genitori e del nonno. All’uscita dal cancello di casa abbracciai il nonno che mi salutò con le lacrime agli occhi, ma io compresi la sua preoccupazione poiché, nella prima guerra mondiale aveva perso un figlio… Così via e non mi fermai fino a quando, voltandomi indietro, non avrei più visto la casa. Raggiunsi un gruppo di giovani a Vivian d’Inverso Rinasca e pernottai con loro in un fienile”.

 

Memoria o diario?

Il testo di Gino Rostan si pone a metà strada tra scrittura diaristica e memoriale: l’autore riprende infatti degli appunti tratti da un'agenda tenuta ai tempi della guerra partigiana e li amplia con l'antefatto della sua militanza e con il ricordo di quanto non è riportato nell'agenda.

La cronologia del racconto sembra all’inizio disordinata perché non sempre Rostan narra in ordine gli avvenimenti, ma riporta spesso, con brevi inserti messi in evidenza, racconti di tempi più vicini, successivi alla Liberazione (gite in montagna, ad esempio), i quali però a loro volta rimandano la memoria ad episodi passati della storia valdese (come le guerre dei Savoia contro i Valdesi). Non è certo un "flusso di coscienza", come in Joyce o Svevo, a guidare la struttura di questo diario ma è certo che la voluta mescolanza di periodi diversi nella sequenza dell'intreccio è una scelta consapevole dell'autore che ci ricorda tutti questi eventi così mutevoli e tristi, a fronte di un paesaggio immutabile nei secoli.

 

L’importanza del paesaggio

Proprio il paesaggio ci sembra dunque il comune denominatore o, se si vuole, una sorta di “collante” tra tutti questi sfasamenti temporali. Pertanto diventa estremamente interessante il rapporto con i luoghi. Come abbiamo già detto presente, passato prossimo e remoto sembrano trovare una loro unitarietà proprio nella natura immobile, appena segnata delle croci, dalle lapidi e dai cippi della memoria. Il diario, soprattutto nella prima parte, è un'intensa lode al creato ed un grido d'affetto verso la terra natìa:

Mentre pensavo ai fratelli Genre a quasi cinquant’anni dalla loro fucilazione, mi spostai sul versante di Massello, dove, al sole ed al riparo dal vento, era bello spaziare con lo sguardo giù verso il fondovalle e le cime circostanti. Vedendo le bergerie del Ghinivert, tornarono in me i ricordi tristi: lì infatti, il 19 agosto 1944, trovarono la morte Enrico Gay e Dario Caffer, furono catturati Renzo Santiano e Bernardo Argenta, poi impiccati tre giorni dopo a Perrero.

Lo sguardo si spostò poi sul colle della Balma (2460 m.), al Barifreddo, a Rocca Bianca e fino al Lazzarà, ricordando il percorso dei tristi giorni del rastrellamento nell’agosto 1944.[…]

Raggiunta la borgata Troncea, mi avvicinai alla fontana per rinfrescarmi, bere, riposare, e immediatamente tornarono i tristi ricordi. Le case di Troncea, ora in rovina, erano state, con quelle di Seytes incendiate dai tedeschi il 26 aprile 1944; lì infatti, i partigiani si erano rifugiati dopo l’incendio di Bourcet il 26 Marzo. La stessa sorte toccò a Laval e Pattemouche, incendiate l’11 e il 12 agosto 1944.

Altro che "Tempi di guerra": dopo la lettura di un testo così verrebbe da intitolarlo “Luoghi di guerra”, poiché L’Albergian, il Ghininvert, la Val Troncea, Laux e molti altri luoghi sono il grande teatro delle azioni partigiani e Rostan, per tutto il racconto, non perde mai l’occasione di ribadirne l’importante bellezza quasi incontaminata e da salvaguardare.

 

La resistenza vissuta nel quotidiano

            Se il paesaggio è una presenza costante nel racconto è anche perché si lega indissolubilmente alle vicende resistenziali narrate che mettono l'accento soprattutto sui buoni rapporti che intercorrevano tra le bande, con la popolazione e sulle quotidiane difficoltà di sopravvivenza al freddo e, soprattutto, alla fame: "La mattina scesi a Fenestrelle con Enrico Gay. La maggior parte degli uomini della banda si trovava sulla linea del forte; tutti eravamo senza viveri. Enrico, prima di partire dal Laux, si era riempito le tasche di pezzetti di pane che non eravamo riusciti a mangiare perché fatti con crusca e paglia. […] Era da un po’ che non si mangiava più e, mentre salivamo verso le bergerie dell’Albergian, Enrico estrasse dalle tasche i pezzetti di pane raccolti la mattina e li distribuì. Io raccolsi un po’ di mirtilli. […] Come al solito non avevo nulla da mangiare, trovai una patata, la sbucciai, la mangiai cruda, dopo di che mangiai anche le bucce: erano veramente cattive."

          La Resistenza narrata in Tempi di guerra è quella che abbiamo imparato a conoscere nei libri di Fenoglio, antieroica e antiretorica. Rostan ama soffermarsi sui rischi, spesso dovuti anche ad inesperienza o leggerezza: "Stavo per allontanarmi quando, voltandomi , vidi Marcello […] che, presa una manciata di polvere, la depositò sul pavimento e si mise ad armeggiare con un fiammifero: ci furono una vampata ed un urlo. Marcello fu colpito da una fiammata alle mani ed al volto, fortuna volle che l’incidente avvenisse ad una quindicina di metri dalla catasta delle bombe. […] Nella discesa sul nevaio, Umberto, per frenare una caduta piantò il parabellum nella neve, partì una raffica, lo vidi portarsi le mani alla faccia e guardarle per vedere se vi erano tracce di sangue; quando si girò verso di me vidi, con grande sorpresa, le sua sopracciglia bruciacchiate: le pallottole non erano passate molto lontano!". Rostan, che assunse come nome di battaglia quello di "Cavaliere", vive addirittura con un certo disagio le punizioni che i partigiani devono impartire per garantire l'ordine in valle, pur consapevole che esse sono necessarie; e lo stesso protagonista non ci nasconde di essere incappato in prima persona nelle maglie della giustizia partigiana:"Un giorno ebbi un’accesa discussione con Verona. Gli scaraventai contro, ovviamente senza togliere la sicura, una bomba a mano tedesca che scalfì l’intonaco del muro. Per punizione fui mandato al palo e mi trovai con Giuseppe Zulin. Lui era legato ad una grossa pianta di ciliegio, la sua punizione era dovuta al mancato rientro all’ora stabilita durante una pattuglia. Io non fui legato. Soffiava una vento fortissimo e mi coricai dietro la pianta dove era legato Zulin, ma poco dopo, a causa del vento, ci fecero rientrare"

Episodi come questo non possono che conquistare subito la simpatia del lettore che prima di trovarsi di fronte agli scontri a fuoco, ai bombardamenti e alle rappresaglie, che non mancano nel libro, ha tutto il tempo di familiarizzare con la quotidianità partigiana, e con i protagonisti che vengono via via introdotti nella narrazione: dal comandante Maggiorino a Marcellin a Enrico e Gianni Gay, Paolo Diena, Gianni Daghero, Giorgio Catti, Erminio Long, Ugo e Gino Genre, Ezio e Dario Caffer, per citare solo quelli più conosciuti in valle.

Infine Gino Rostan non dimentica nella sua rievocazione l'insostituibile ruolo svolto dalle donne nella guerra di liberazione in qualità di staffette partigiane con compiti di collegamento spesso gravosi e rischiosi. Nomi come quelli di Lauretta Micol, Elsa Bertalotto e Viola Lageard, diventata poi moglie del nostro autore, rivestono nella sua rievocazione un ruolo tutt'altro che subalterno e secondario rispetto a quello degli uomini.

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            Insomma una lettura una lettura piacevole che coinvolgerà sicuramente non solo chi ha vissuto quegli eventi ma anche, e soprattutto, le nuove generazioni.

                                                                                                                                        Valter Careglio

Gino Rostan, Tempi di guerra, prefazione Ettore Serafino, LAR Editore, 2001, lit.26.000.

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