Una questione d'orgoglio...

 Un racconto di Gian Vittorio Avondo

 

Era sopra pensiero il comandante Cesare (1)  quando due suoi uomini gli portarono quel prigioniero. Era sopra pensiero perché in quel momento, assieme al suo stato maggiore, stava discutendo circa l’eventualità di cominciare ad abbandonare gli acquartieramenti di montagna, per scendere verso la bassa valle.

In mezzo a due uomini in borghese, trattato con quella rudezza che non esclude riguardo e circospezione, stava infatti un giovane dall’aspetto fiero e dal fare un po’ sprezzante, un ragazzo di nazionalità inglese che protestava, in un cattivo italiano, chiedendo di essere lasciato andare.

Era stato avvistato alla periferia di Susa quella stessa  mattina, 2 marzo 1945, da alcuni garibaldini della 106a Brigata, la Giordano Velino, che avevano giudicata molto strana la presenza di un cittadino britannico ad essi sconosciuto, nella zona di loro competenza. Sì, è vero, lui si era subito giustificato, aveva fornito delle buone ragioni per dare una spiegazione al suo vagabondare, ma quelli che si stavano vivendo non erano certamente tempi in cui poche parole biascicate in fretta potessero essere consi­derate sufficienti per soddisfare la curiosità di nazifascisti o partigiani. Il mondo era pieno, in quegli anni, di spie e doppiogiochisti che lavoravano per l'una o l'altra parte; tutelarsi per ciascuno era un obbligo.

          - E tu da dove arrivi? - furono le prime parole di Cesare ed Ugo (2), il commissa­rio politico che stava vicino a lui rafforzò:

- Come mai non ti sei subito presentato ad un comando partigiano della valle? Gli inglesi che stanno da queste parti sono tutti tra le nostre file o comunque ci sono noti... ­

           Il tono dei due era perentorio, ma quelle domande non erano nulla più che un atto dovuto; in fondo, per quanto la dislocazione sul territorio degli uomini della 106a fosse capillare, non si poteva avere il controllo di tutto. .. E poi quell' inglese poteva essere stato inviato in zona dai suoi comandi, potevano essergli stati affidati incarichi speciali (e segreti), poteva... Insomma, c'erano un sacco di buone ragioni per non aggredirlo, per trattarlo con una certa qual diplomazia.

- Non vi arrabbiate, spiegherò tutto... - continuava a ripetere il giovane britan­nico. - Datemi almeno il tempo di prendere fiato, sono ore che cammino e quei due... ­disse indicando i partigiani che lo avevano fermato, - .. .quei due non mi hanno lasciato riposare un attimo (3). .. ­

             Le spiegazioni che George Smith, tale era il nome del prigioniero, fornì in merito alla sua presenza nella zona, furono abbastanza esaurienti: egli era originario del Galles e, distaccato dal suo Stato Maggiore presso un gruppo partigiano del Canavese, era stato catturato qualche mese prima nel corso di un'azione e trasferito nel carcere di Bussoleno da quale, soltanto il giorno prima, era fuggito. Non risultava chiaro, tuttavia, il perché dal Canavese il prigioniero fosse stato portato a Bussoleno, come mai non fosse stato subito mandato in Germania e soprattutto come egli si fosse allontanato dalla pri­gione in cui era detenuto. Proprio su questo particolare, infatti, George era stato piuttosto evasivo e soprattutto, cosa assai sospetta, aveva fornito a coloro che lo avevano catturato, una versione leggermente diversa da quella data a Cesare ed Ugo.

Abbastanza inclini a dargli fiducia, tuttavia, il capo ed il commissario partigiano avevano deciso di trattenere l'inglese presso il loro distaccamento e, affinché il gesto potesse non apparire coercitivo, gli proposero di arruolarsi seduta stante presso la banda che essi capeggiavano.

   - Non posso certo fermarmi qui con voi - aveva inveito il gallese - voglio tornare presso

I la mia ex banda, sulle colline di Rivarolo, qui non voglio rimanere, perché non sopporto la montagna, non reggo le lunghe marce e poi. .. poi vicino a Rivarolo abita la mia fidanzata. . . ­

Decisi a prendere ulteriori informazioni prima di concedere la libertà al britannico, Cesare ed U go lo affidarono alla custodia di due suoi concittadini, avieri precipitati nel torinese con i loro aeroplani, che prestavano servizio presso la banda: William (Bill) Hubbard e Douglas Moutagh (4). Ai due, segretamente, affidarono anche l'incarico di par­lare con il prigioniero, di trattarlo in modo assolutamente amichevole e di vedere se con loro egli riusciva a chiarire quei particolari che fino a quel punto erano risultati oscuri.

Quella stessa sera la banda effettuò un trasferimento. Vi era nell'aria il sentore di un rastrellamento ed occorreva cambiare rifugio; dal Travers a Mont, ove la banda aveva la base, era necessario spostarsi sull' altra sponda della Dora, che offriva più facili e comode possibilità di sconfinamento verso la valle di Viù. Intruppato nel gruppo, ben sorvegliato da Bill e Douglas, George camminava appesantito e dava segni di evidente stanchezza. La notte era assai scura, in quanto la luna era solo al suo primo quarto e, nel fitto del bosco, bisognava porre molta attenzione nell'individuare il sentiero. Ad un certo punto, nel gruppo sorse una discussione originata dal fatto che, considerata la scarsa visibilità, gli uomini d'avanguardia non si erano accorti del bivio presso cui era necessario volgere a destra. Tutta la banda fu coinvolta nella diatriba, che ad un certo punto si fece parecchio accesa:

- Quando si ha la responsabilità di 80 uomini - diceva U go - non ci si può distrarre; tanto più che voi che state all'avanguardia siete tutti della zona e dovreste conoscere questi sentieri come le vostre tasche... ­

Infervoratissimi nella discussione (Bill, per quanto possa sembrare strano, parlava un buon piemontese) Bill e Douglas allentarono per un attimo la guardia all'uomo che era loro stato affidato e questi, con l'aiuto delle tenebre, riuscì a far perdere le proprie tracce ritornando rapidamente sui suoi passi per poi discendere verso Mattie.

Inutile (e poco educativo) ripetere ciò che Cesare ed Ugo dissero ai due britannici, di certo quelli che prima erano solo sospetti divennero quasi certezze: di quell'inglese c'era poco da fidarsi, tanto più che nelle ore in cui era rimasto con i suoi due connazio­nali aveva tenuto un comportamento strano: schivo e per nulla espansivo.

Nei giorni che seguirono i partigiani della 106" ebbero il loro da fare a fronteggiare un tentativo di rastrellamento nazista diretto verso la loro base di Travers a Mont. L'operazione si sarebbe potuta concludere ben diversamente se la banda non fosse stata messa preventivamente in alI erta da alcuni uomini scesi in perlustrazione nei dintorni di Bussoleno. La grande inquietudine in cui i partigiani vivevano quei giorni di fine conflitto, tuttavia, fece crescere esponenzialmente i motivi di allarme e di conseguenza le misure di sicurezza. Ovunque erano pattuglie, ovunque, nei paesi, erano gli informatori che agivano nella più assoluta clandestinità. Proprio da uno di questi, con tutta probabi­lità, una ronda garibaldina colse l'imbeccata relativa alla presenza, in Mattie, di un inglese che girava in paese senza alcuna cautela e senza alcuna preoccupazione di nascondere la sua presenza e la sua nazionalità.

I patrioti si imbatterono in George la sera del 23 marzo, proprio all'uscita dell' osteria del paese. Egli era un tantino bevuto e nel vederli, anziché cercare di evitarli andò loro incontro salutandoli rumorosamente. L'accoglienza dei partigiani non fu altrettanto calorosa ed alle grida ed alle manifestazioni festose del britannico corrispose un secco rumore di armi spianate:

- Hey... amici... non fate così, io sono già stato con voi, mi conoscete, vi ricordate di me... - fu la timida risposta dell'inglese, ma egli stesso era poco convinto, malgrado i fumi dell' alcool, di trovarsi veramente al sicuro. Stretto tra due uomini che lo precedevano e due che lo seguivano, George fu rapidamente tradotto alla base di Travers a Mont. Cesare si stupì di vederlo arrivare ed anche la sua accoglienza non fu delle migliori:

          - Ancora tu? Dal momento che sei qui cerca di spiegarmi come mai l ' altro giorno

hai tagliato la corda senza dirci nulla...

- Cesare - fu la risposta dell'inglese - ve lo avevo detto che non avevo inten­zione di restare con voi, io volevo andare nel Canavese, là c'è la mia fidanzata, ci sono i miei amici, ci sono molti miei connazionali che combattono con i partigiani...

- E allora com' è che sei ancora qui?.. - fu la ovvia risposta del comandante, ma la discussione si fece serrata ed all'arrivo di U go, alla presenza di altri patrioti e soprattutto di William cui era stato affidato il compito non tanto di interprete, quanto di mediatore, divenne un vero e proprio interrogatorio. La fuga improvvisa di George, avve­nuta durante la tappa di trasferimento di qualche giorno prima, aveva fortemente com­promesso la situazione dell'inglese e quelli che inizialmente erano solo sospetti, con il precipitare degli eventi erano divenuti quasi certezze: Cesare, U go e lo stato maggiore della 106" si erano ormai convinti che egli fosse una spia.

Inutile dire che l'interrogatorio confermò questo sospetto. George, infatti, in un primo momento, cercò di tener testa ai suoi inquisitori, tentando di spiegare quali furono i suoi movimenti nei giorni che avevano preceduto la sua cattura, ma il castello che aveva costruito, con forse troppa approssimazione, non tardò a crollare. L'inglese sosteneva di essere stato alcuni giorni nei principali centri del Canavese, ma non sapeva spiegare per quale strada vi si fosse recato, non ricordava i nomi delle località che aveva attraversato, dichiarava di essere al comando di un certo cap. Russel, che gli aveva dato l'incarico di radunare tutti gli inglesi sparsi nei vari gruppi partigiani della valle di Susa, per condurli nel Canavesano ove già combattevano circa 200 soldati bri­tannici. A questo proposito George estrasse dalla tasca anche una velina dattiloscritta, in cui si invitavano tutti i militari britannici combattenti nelle file della resistenza a seguire il suo latore; in fondo alla velina, appariva effettivamente anche una firma: quella del già citato capitano Russe!. La grafia con cui questa firma era stata vergata, era però una grafia molto incerta, un po' troppo incerta per appartenere ad un ufficiale della Royal Army. .. Il fatto che il giorno dopo la sua fuga fosse stato effettuato un rastrellamento proprio in direzione della base di Travers a Mont, inoltre, non contribuiva ad alleggerire la situazione di George che era fortemente indiziato di essere stato lui a fornire ai tedeschi le indicazioni necessarie a trovare la località.

Con la fine della giornata anche l'interrogatorio ebbe termine; Cesare ed Ugo, prima di lasciare George nelle mani di due carcerieri, gli consigliarono di riflettere bene su quelle che erano state le sue mosse nei giorni in cui era stato lontano dalla banda e soprattutto gli promisero che avrebbero controllato in tutti i dettagli quello che già di per sé appariva un alibi assai traballante.

I giorni che seguirono furono assai lunghi: George, chiuso in un9 scantinato e sor­vegliato a vista, si macerava nell'ansia di raffazzonare motivazioni credibili al suo andi­rivieni tra VaI Susa e Canavesano, mentre i responsabili della banda erano intenti a stabilire i contatti necessari a verificare la veridicità di ciò che George aveva sostenuto. Il terzo grado riprese il mattino dell 'ultimo giorno di marzo, alla presenza del Capo di Stato Maggiore della xr° Brigata garibaldina: Franco. Le cose si misero subito male per George: le indagini effettuate da Cesare ed U go e dai loro uomini, infatti, avevano rive­lato (sarebbe meglio dire "confermato") l'assoluta inesistenza del cap. Russel, del fanto­matico gruppo di 200 soldati inglesi distaccato nel Canavese e di ragazze di Rivarolo fidanzate più o meno ufficialmente con militari britannici. Non solo, ma William (Bill), era caduto dalle nuvole nel sapere che George sosteneva di averlo avvertito prima di allontanarsi, anzi, di averne avuto il suo permesso... Quello di George era dunque un castello di carte che si stava sbriciolando: nulla era confortato da riscontri effettivi, ogni tentativo di far luce sui fatti raccontati dall'inglese si trasformava in una prova a suo carico. Messo ancora più alle strette, il prigioniero cominciò a fare le prime ammissioni: effettivamente aveva avuto contatti con i tedeschi, ma solo perché quando aveva eluso la guardia di Bill e Douglas, era incappato in una pattuglia di Alpinjaeger, che lo avevano catturato e tradotto a Bussoleno. Qui, contro minacce di tortura e di morte, gli era stata promessa salva la vita e gli erano stati offerti soldi, cibo e vestiti, se avesse rivelato il nascondiglio dei partigiani:

- Voi magari avreste rifiutato, ma io non ne sono stato capace. .. ­

          Era senza dubbio una grave ammissione di colpa, ma gli inquisitori non erano

convinti fosse tutta la verità. C'era ancora qualcosa che strideva: il rastrellamento avvenuto immediatamente, il giorno successivo la sua fuga, presupponeva ci fossero già accordi tra George ed i tedeschi; poi vi era un altro fatto grave che inchiodava il prigioniero alle sue responsabilità: la firma dell'inesistente cap. Russel sulla velina che egli aveva esibito nel precedente colloquio con Cesare ed Ugo, in realtà, era stata vergata da lui stesso. La prova di ciò veniva da una perizia calligrafica effettuata a Bussoleno, durante la settimana intercorsa tra i due interrogatori, sulla base di un documento su cui George aveva indicato a penna le sue generalità. La prova era inoppugnabile.

           - La constatazione si abbatté su George alla stregua di un vero colpo di maglio e come spesso accade in tali frangenti, sentitosi perso, egli tentò di recuperare utilizzando la tattica diametralmente opposta a quella che lo aveva fin lì sostenuto: cercare di colla­borare il più possibile, ammettere tutto, fornire informazioni utili ai partigiani... ed arri­vare addirittura al punto di riconoscere come proprie colpe connesse a vicende con cui lui evidentemente non c'entrava: precedenti rastrellamenti nella zona, contatti con i nazisti risalenti a tempi ben anteriori alla sua prima cattura:

- Sì sono stato io: quando mi avete catturato, la prima volta, a Mattie... ero seguito da una spia fascista in borghese, che doveva prendere informazioni sulle bande della zona e sugli inglesi che vi militavano... Sono stato io, ma non lo farò più: adesso ho capito, collaborerò con voi, statene certi... Statene certi... ­

Per gli inquirenti poteva bastare e con un cenno secco del capo Franco, il Capo di Stato Maggiore, fece capire a U go che non era necessario indagare oltre. George, prima di essere riportato in cella in attesa che sul suo conto fosse presa una decisione, fu invi­tato a firmare in calce il verbale di interrogatorio, sotto il quale egli stesso scrisse, con grafia incerta, la dicitura: "I sign this article as written above and understand everything although it is written in italian" (5)

La decisione fu rinviata al 5 aprile, di buon mattino, giorno in cui, davanti al Comando della 1O6a (Cesare, Ugo e Gim) e ad una rappresentanza di garibaldini (Gino, Vivante, Andrea William Hubbard) (6)  il prigioniero fu condotto in aula per ascoltare la sentenza.

Quella che qui chiamiamo "aula" in realtà era una stalla, riattata alla bell'e meglio, di una grossa baita del Travers a Mont.

Quando George entrò, sorretto, più che fiancheggiato da due partigiani imbrac­cianti, minacciosi, i parabellum, i giurati erano già alloro posto, mentre i tre comandanti, componenti la Corte, dovevano fare ancora ingresso nello stanzone. La tensione era pal­pabile, l'imputato ed i componenti la giuria si guardavano. Negli occhi di ciascuno si potevano leggere sentimenti che andavano dall' odio alla commiserazione, dalla paura alla pietà, dall' ansia di vendetta alla speranza. . .

          - In nome del popolo... - tuonò la voce di Cesare, che nel frattempo si era

seduto, con gli altri due giudici, al tavolo sistemato al centro del salone.

          - Il Comando di Brigata della l06., valutate le prove emerse contro il qui presente

prigioniero George Smith, considerati gli elementi a suo carico, le attenuanti... ­

E detto questo Cesare si lanciò in una disamina dei fatti, sulla valutazione degli alibi addotti a sua discolpa dall'imputato, sulla considerazione degli elementi a favore ed a sfa­vore di quest'ultimo. In sostanza, le accuse contro George erano assai pesanti (7). Si riteneva ancor più grave il fatto che egli dopo la prima cattura non fosse fuggito, effettivamente, ma fosse rimasto in zona per continuare nel suo lavoro di spionaggio a favore dei tedeschi. Si reputava, ovviamente, intollerabile, il fatto che egli avesse tradito non solo i partigiani, alleati dell'esercito britannico in cui egli stesso aveva militato, ma la stessa Royal Army ed i suoi numerosi connazionali inquadrati nelle file della resistenza. Non gli si riconoscevano attenuanti, non lo si credeva quando affermava di aver tradito solo per paura della tortura e della morte e, considerato il pericolo che egli rappresentava. . .

- George era teso, i suoi occhi parevano persi nel vuoto, tuttavia egli non riusciva a distogliere l'attenzione dagli occhi dei suoi accusatori, cercando di interpretare il loro sguardo per vedere se era possibile capire, attraverso questo, quale sarebbe stata la sua sorte. Mille pensieri gli attraversarono la mente in quel momento... si vedeva già libero, in fuga attraverso le montagne, verso arie migliori, si vedeva arruolato a viva forza tra i partigiani, costretto a prendere parte alle azioni di sabotaggio, quelle azioni in cui i gari­baldini della vaI Susa erano espertissimi, si vedeva contro un muro, con una selva di canne di parabellum spianate dinnanzi a lui. ..

- In considerazioni di tali fatti e del reale pericolo, per la Resistenza valsusina, rappresentato dal prigioniero George Smith, la Corte ritiene opportuno condannare a morte l'imputato. La sentenza verrà eseguita immediatamente mediante fucilazione... ­

Queste parole si abbatterono come una randellata sull'inglese che, considerato l'at­teggiamento non particolarmente rude con cui era stato trattato fino a quel momento, era quasi convinto di poter aver salva la vita. Soltanto qualche parola di giustificazione fu balbettata dal condannato... parole che non avevano certo la pretesa di attenuare la sua pena o di migliorare la propria posizione; gli servivano forse più che altro ad autoassol­versi, a darsi una ragione per ciò che aveva fatto.

La sentenza era ovviamente inappellabile ed in un batter d'occhio due guardie, con il fucile spianato, strinsero George in una morsa per condurlo all'esterno della baita. Fuori un nutrito gruppo di curiosi era ansioso di vedere come sarebbe andata a finire: facce impietrite, adirate, impietosite, cariche d'odio. . .

- Ugo, trova sei uomini per formare un plotone. - disse Cesare ed Ugo già si stava attivando chiamando questo e quel patriota a far parte del gruppo di fuoco: chi si offriva, chi si defilava, non amando quel genere di incarico. Ben presto gli uomini furono trovati e, tra questi c'era anche William che, vistosi scartato (vi erano ovvi motivi di opportunità) di sua iniziativa, chiese di poter far parte del plotone.

Il gruppetto si mosse verso monte, ove esisteva una radura isolata in cui già erano sepolti due repubblichini giustiziati qualche mese prima; George era come assente, quasi estraneo alla vicenda, intento probabilmente a cercare di darsi una ragione o chissà... forse a pregare. . .

Il piccolo gruppo giunse in breve sulla radura; la giornata era radiosa, una tipica giornata di inizio primavera, con gli alberi che cominciavano timidamente ad inverdire ed il sole ancora sufficientemente caldo nel pieno del meriggio. Ugo,. istintivamente controllò l'orologio; stavano per scoccare le sedici. Il prigioniero fu voltato con la schiena al plotone, bendato e legato ad una sedia, una sedia semplicissima, per nulla ela­borata. .. una di quelle rozze sedie che si trovano in tutte le case di montagna e che un uomo del plotone si era incaricato di trasportare. Sul margine della radura due uomini, senza preoccuparsi di non dare troppo nell' occhio, erano intenti a scavare una fossa; l'odore di terra umida e smossa aleggiava tutt'intorno. Ad un ordine secco di Ugo il plo­tone si schierò; gli astanti trattennero il respiro, il momento era intenso, drammatico e nessuno, neanche chi più aveva desiderato la punizione per quell'inglese che ormai non poteva più certo essere considerato innocente, si sentiva appagato" Era come se il tempo si fosse fermato, i minuti proprio non ce la facevano a trascorrere...

- Alt - rimbombò la voce di William - fermatevi... ­

    Tutti pensarono che egli volesse chiedere di abbandonare il plotone, pensavano che il senso di ripugnanza provocato dall'uccisione un suo connazionale avesse sopraffatto le ragioni della giustizia.. .

         - Fermatevi, stiamo sbagliando         disse ancora, poi con passo deciso uscì dalla

fila del gruppo per avvicinarsi ad Ugo :

- Inglesi e Italiani sono ormai alleati, non sono più in guerra tra loro, allora gli ita­liani non possono uccidere gli inglesi: possono uccidere i tedeschi, possono uccidersi tra loro che stanno combattendo una guerra civile, ma non possono più ammazzare gli inglesi... ­

Detto questo, mentre Ugo lo guardava interdetto, chiedendosi a quali conclusioni volesse arrivare, si spostò verso il prigioniero il quale, legato, stava seguendo con paura e trepidazione le vicende che avevano rimesso in discussione

la sua esecuzione.

Giunto vicino al condannato lo guardò per un attimo, si volse verso Ugo ed il plotone schierato, armò il parabellum ed esplose all'improvviso un colpo alla nuca del malcapitato fulminandolo :

- Se qui ci sono degli inglesi da uccidere è giusto che a farlo siano gli stessi inglesi... ­

(1) Cesare Bellone.

(2) Ugo Barga, segretario politico della Giordano Velino, nipote di Rita Montagnana, moglie di Palmiro Togliatti.

(3) Questa vicenda, per quanto esposta con piglio narrativo assai vicino al racconto, ha evidentemente delle basi storiche di assoluta solidità. A supporto di queste basi si rimanda al verbale di interrogatorio del prigioniero George Smith, conservato presso l'archivio privato di Bruno Carli a Piossasco (To) e recen­temente pubblicato sul volume: Sui sentieri dei partigiani, ed. C.D.A., Torino, 1995.

(4) Di questi due avieri inglesi, dispersi sul territorio italiano a seguito di altrettanti incidenti aerei, poco si conosce: Douglas Moutagh ex minatore di origini gallesi, ex pugile dilettante di corporatura massiccia, fu inquadrato nelle file della resistenza valsusina, perché affidato da Ada Marchesini Godetti a Carlo Carli (uno tra i maggiori ispiratori della guerra partigiana nella zona). Partito con alcuni altri militari inglesi di stanza nella zona in direzione della Francia, ove doveva ricongiungersi con un contingente di suoi connazionali reduci dallo sbarco in Normandia, Douglas morì di assideramento sul ghiacciaio del Rocciamelone. Il suo corpo venne poi ritrovato nell'estate del 1947 (Testimonianza di Bruno Carli 10/12/2000). Ancora più scarne le informazioni su William Hubbard, forse originario dell'isola di Jersey. Lo stesso testimone citato in precedenza lo descrive come un uomo di corporatura robusta, ma di statura piuttosto piccola; incredibilmente amante dei liquori forti ed addirittura, in mancanza d'al­tro, dell'alcool puro utilizzato per le lanterne. William, secondo Bruno Cadi, aveva una forza non comune ed addirittura era solito utilizzare, a mo' di fucile, la mitragliatrice priva di treppiedi. Partito        per la Francia con il compagno fu probabilmente reintegrato nelle file dell' esercito britannico.

(5) Firmo questo verbale, come scritto sopra e capisco tutto, sebbene sia scritto in italiano.

(6) Relativamente al verbale del processo, intentato in data 5 aprile 1945 ai danni del prigioniero George

Smith, valgano le indicazioni bibliografiche fornite nella nota 2.

(7) Ibidem.