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INTERVENTO DI ELVIO FASSONE IN OCCASIONE DEL SESSANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA |
Video della conferenza all'Istituto Agrario di Osasco nel dicembre 2007
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SCHEMI UTILI
L'applicazione della Costituzione
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Testo della Commemorazione del 22 dicembre 2007 a Pinerolo
Non vi parlerò da giurista, non intendo ripetere l’inventario dei diritti che sono racchiusi nella Costituzione, li conoscete già. Quello che desidero fare oggi, nel 60° anniversario della sua nascita, è cercare - se ne sarò capace - di commuovervi sulla Costituzione, di suscitare un’emozione profonda, di trasmettere il senso di speranza e di ricchezza che tutti possiamo provare sapendo di avere questa Carta, come patrimonio comune, che ci lega e ci fa forti.
Sento con particolare intensità la responsabilità di presentare la nostra Costituzione nella sua luce più appropriata: cioè liberandola dalla retorica che spesso la avvolge, ed evitando i luoghi comuni che, troppo ripetuti, hanno ormai trasformato le parole in semplici suoni, anziché in veicolo di emozioni. Sento il compito, in una parola, di suscitare i sentimenti che la nostra Costituzione merita, di far ritrovare i valori che essa racchiude, il senso della nostra identità, la bussola possibile anche in una stagione di confusione e di disincanto come quella che, a detta di molti, stiamo vivendo.
Mille sono le angolature dalle quali la si può guardare, ed io ne scelgo una. E’ un concetto elementare, che vorrei segnasse il leit motiv di tutti i pensieri che seguiranno. Nasce dalla constatazione che attraversiamo tutti un momento di incertezza e di stanchezza collettiva, per taluni addirittura di “declino”. Nasce dalla sensazione di un bisogno diffuso di qualche cosa in cui credere, di un’idea di futuro alla quale appoggiare le nostre attese. Ed allora il concetto può essere così riassunto: “Se ce l’hanno fatta allora, ce la possiamo fare anche noi, oggi. Anzi, ce la dobbiamo fare anche oggi”. Usando lo stesso strumento, quello di una somma di valori ideali (allora da compilare, oggi già presente) dai quali trarre ispirazione ogni giorno.
Che cosa intendo per “allora”? Che cosa intendo per “avercela fatta”? Intendo gli anni terribili nei quali la Costituzione è stata voluta, poi costruita e infine approvata: gli anni 1945 - ’47, la tragedia dell’immediato dopoguerra. In quegli anni durissimi i nostri padri “ce la fecero” perché avevano un patrimonio di volontà residue che riuscirono a mobilitare, una riserva di energie morali e spirituali, un’idea di futuro, appunto, che li spingeva a “ricostruirsi”, di fuori e di dentro.
La condizione dell’Italia nel ’45-’47
Pochi fra i presenti hanno vissuto quegli anni, e pochi li ricordano. Ma l’impatto disgregatore della seconda guerra mondiale fu enorme, persino più grave di quello della guerra del 1915-’18. Nella prima guerra mondiale fu maggiore il numero dei militari morti, è vero: ma quella fu una guerra di eserciti, non coinvolse i civili se non in minima parte, non ebbe l’intero Paese come teatro di battaglia, perché si concentrò su poche decine, al più un centinaio di chilometri del Veneto. E il popolo, anche se inizialmente vi furono aspri contrasti sull’intervento, ed in seguito non mancarono le tensioni, era sostanzialmente unito nell’obiettivo, le lacerazioni erano minime.
Nella seconda guerra mondiale avvenne l’opposto. Dopo i primi anni, tra il 1943 e il 1945 l’Italia tornò ad essere quello che era stata per secoli, un campo di battaglia nel quale le macerie erano qui, ma gli interessi erano altrove. Un Paese occupato e diviso, in cui una parte agiva al fianco degli occupanti, una parte li combatteva, e una parte - come sempre - stava alla finestra in attesa di vedere chi sarebbe stato il vincitore per correre in suo soccorso.
Dopo l’8 settembre oltre un milione di militari italiani [1.006.730 ne conta Gianni Oliva nel suo “L’ombra nera”] vennero rastrellati dai Tedeschi in Italia e nei vari punti dell’Europa nei quali si trovavano dislocati. L’alternativa per essi era entrare a far parte della Repubblica Sociale, o essere condotti forzatamente in Germania per sostituire la manodopera tedesca impegnata nella guerra. Alcuni scelsero una terza via, la via dei monti in unione alle forze partigiane. Ma ai più toccò quel dilemma. Alla prima opzione si opponeva il giuramento di fedeltà alla monarchia, che vietava loro di far parte di un’entità antagonista, come la nuova RSI. Della seconda, la deportazione, era facile prevedere la tragicità. Ed infatti molti non tornarono, quelli che rientrarono erano piagati e piegati nel corpo e nello spirito, una massa enorme di uomini da ricostruire.
Sul fronte interno, quello dei civili, centinaia di migliaia di famiglie erano rimaste mutilate: mogli senza marito, vecchi senza figli, figli senza padri. Intere moltitudini di cittadini erano stremate dai bombardamenti, dagli sfollamenti, dal razionamento e dalla fame, come ricorda il capolavoro di Elsa Morante “La storia”. Il cibo annonario era scarso, e con le lotte feroci per procurarselo faceva contrasto il sapere che certi magazzini e certe cantine erano stracolmi di prosciutti, di pasta e di caffé.
Eravamo insomma un Paese inselvatichito, feroce ed arcaico [così scrive Guido Crainz nel suo “L’ombra della guerra”], un Paese diseducato da vent’anni di dittatura, imbarbarito da una guerra totale, ancora più fiaccato di prima nella sua atavica povertà. Una dittatura in sfacelo, piuttosto che una democrazia in divenire.
Accanto alle rovine spirituali quelle materiali. L’Italia era in gran parte un immenso campo di battaglia dopo il passaggio delle armi. Città e paesi in larga misura devastati. Le campagne abbandonate, la produzione agricola dimezzata. L’apparato industriale era stato in prevalenza risparmiato (si calcola che i fabbricati industriali fossero stati conservati all’incirca per l’80%), grazie anche ai presìdi allestiti dagli operai e dai partigiani per salvarli dall’esodo distruggitore dei Tedeschi in ritirata, e questi presìdi si erano conservati per mesi. Ma il ceto imprenditoriale, in larga misura compromesso con il fascismo, si era reso latitante, e la produzione non riusciva a decollare, anche perché l’approvvigionamento delle materie prime dipendeva dagli Alleati, che avevano verso l’Italia un atteggiamento molto punitivo.
La moneta era carta straccia, l’inflazione galoppava. Gli sforzi di contrastarla, compiuti dai ministri del Tesoro, erano vanificati dalla continua immissione in circolo di valuta tesaurizzata nelle campagne dai contadini beneficiari del mercato nero. La finanza pubblica registrava ogni mese un disavanzo di 1,5 miliardi di lire (in moneta attuale almeno 7-800 milioni di euro, 10 miliardi all’anno, ma su un PIL enormemente inferiore all’odierno). Due milioni di disoccupati premevano sull’assistenza pubblica, e il governo Parri aveva dovuto riconoscere la scala mobile per i salari ed il prezzo politico del pane: segno che le masse non erano in grado neppure di sfamarsi né di soddisfare i bisogni primari.
Un Paese diviso
L’apparato faticava a rimettersi in movimento, perché l’epurazione non aveva funzionato quasi per nulla. Il formalismo delle procedure, una magistratura ancora largamente “fascistizzata”, le resistenze degli Alleati, le complicità dei c.d. “poteri forti” avevano portato a far volare solamente gli stracci (in tutto si contarono 403 epurati, quasi tutti di seconda o terza fila), e nei gangli della Pubblica Amministrazione era rimasta larga parte della classe burocratica compromessa con il fascismo, la quale non consentiva ai governi della Liberazione di attuare i loro programmi.
Oltre a tutto questo, il Paese continuava ad essere insanabilmente diviso. La guerra civile - ché tale era stata la guerra, dopo l’8 settembre, inutile negarlo - è molto peggio di una guerra ordinaria. In questa il nemico è uno sconosciuto, una divisa contro un’altra divisa, ci si combatte perché questo è il dramma che si vive, ma non necessariamente ci si odia, anzi i racconti sono pieni di storie nelle quali le truppe fraternizzano la notte di Natale, o quanto meno si risparmiano le cose peggiori.
Nella guerra civile non è così. Il tuo nemico è il vicino di casa, l’ex compagno di lavoro, l’amico del bar di ieri, il negoziante dal quale andavi tutti i giorni, che oggi è diventato il tuo delatore, il tuo sequestratore, il tuo torturatore. Gli assassini e le crudeltà dei nazi-fascisti sono stati atroci ed innumerevoli, l’odio e le ferite sono profondi e non si cancellano con la fine delle ostilità. Per mesi e mesi dopo la Liberazione continuano i “regolamenti di conti”, i massacri e le sevizie dei “repubblichini” producono gli eccidi del ’45 e ’46. E producono le divaricazioni politiche più aspre.
Lo si vede già nelle prime elezioni amministrative del febbraio 1946, nelle quali si registra un forte successo della Democrazia Cristiana, ma le sinistre unite vincono nelle maggiori città del nord (Milano, Bologna, Venezia). L’allarme scatta, insieme alla reazione dei conservatori e dei sempre numerosi sostenitori della monarchia. Nel referendum del 2 giugno 1946 la Repubblica esce vincitrice, ma lo scarto modesto di voti (12.700.000 circa contro 10.700.000 circa, a fronte delle enormi responsabilità dei Savoia) dice chiaramente quale sia il blocco politico che si sta mobilitando contro il fronte antifascista in generale, e delle sinistre in particolare.
Ma il 2 giugno vede comunque la nascita dell’Assemblea Costituente, la cui attività inizia il 25 giugno del 1946, con la suddivisione dei Costituenti in Commissioni, chiamate ad elaborare dei testi da sottoporre all’Assemblea plenaria. I contrasti ideologici sono netti e forti, ma il rispetto reciproco li contiene, e la comune volontà fa procedere i lavori senza gravi intoppi. Tuttavia nell’inverno la situazione politica si aggrava.
Nella seconda tornata delle elezioni amministrative, svoltasi il 10 novembre 1946, le sinistre unite vincono anche a Torino, Genova e Firenze. Tutte le grandi città del nord, il cuore dell’apparato industriale ed economico, sono in loro mano L’allarme politico si acutizza, anche all’estero, dove gli Alleati temono che l’Italia, paese di frontiera nella spartizione delle zone di influenza decisa a Yalta, diventi una testa di ponte della minacciosa URSS.
La situazione economica si fa sempre più grave, ed il primo ministro De Gasperi (subentrato a Parri nel dicembre 1945, e poi reincaricato dopo il referendum) ai primi di gennaio del 1947 si reca negli Stati Uniti per chiedere soccorso. Gli USA sono disposti a concederglielo, ma esigono che le sinistre non facciano più parte del governo. De Gasperi rientra con un prestito di cento milioni di dollari e con un mandato duro da digerire. Egli esita ad estromettere del tutto le sinistre, teme moti di popolo, ed ha bisogno anche di loro per condurre in porto la Costituzione. Così accede ad una soluzione mediana. Il 20 gennaio rassegna le dimissioni e pochi giorni dopo riceve l’incarico per il suo terzo governo. In esso le sinistre ottengono solo tre dicasteri di seconda fila, quelli “pesanti” passano a DC e PLI.
L’allontanamento delle sinistre
Il 10 febbraio 1947 viene siglato il Trattato di pace, nel quale l’Italia è considerata, come è ovvio, un belligerante sconfitto, ma la sua condizione è molto meno pesante di quella di Germania e Giappone. Le sfere di influenza si precisano, a fine aprile Ramadier, primo ministro francese, si libera del tutto delle sinistre. Ai primi di maggio l’Assemblea Costituente vota il famigerato articolo 7 della Carta, quello che regola i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, approvato con i voti determinanti del PCI. Pochi giorni dopo è la crisi. Il 13 maggio De Gasperi rassegna nuovamente le dimissioni, e subito dopo riceve l’incarico di formare il suo quarto governo, nel quale il fronte anti-fascista dei sei partiti storici (l’“esarchia”) è definitivamente spezzato. E’ il primo quadripartito di quella che sarà poi una lunga sequenza di governi pressoché immutabili: ne fanno parte DC, PLI, PRI e il PSDI nato dalla recente scissione con i socialisti.
Le sinistre sono fuori gioco.
Occorre calarsi a fondo nella situazione politica e psicologica di quei giorni, per capire la drammaticità e l’enorme valore della scelta praticata. Durante i vent’anni del regime, quel poco di anti-fascismo esplicito che era rimasto (non quello delle barzellette sussurrate, ma quello attivo del confino e della galera) era stato tenuto in vita dal PCI e dagli esuli. Dopo l’8 settembre il nerbo della prima resistenza ai nazisti era venuto da loro. Loro era stato l’apporto prevalente nelle squadre partigiane, loro l’ossatura dei CLN, loro la difesa dell’apparato industriale salvato dalle distruzioni tedesche, loro il nucleo principale della classe dirigente forgiata nella Resistenza. Ma ora le sinistre venivano totalmente emarginate dalla vita politica.
Ribellarsi? Accettare? Il dilemma dovette essere drammatico. Ribellarsi voleva dire far piombare il Paese in una seconda guerra civile, ancor più spaventosa della prima, e per giunta con le portaerei americane alla fonda nel golfo di Napoli. Accettare voleva dire uscire dalla scena governativa per avere in cambio la possibilità di puntare tutto sull’unico tavolo che restava aperto anche alla sinistra, quello della nascente Costituzione. E lì far valere il peso delle benemerenze di ieri e di oggi per ottenere un testo molto avanzato, che avrebbe fatto da stimolo per tutti i governi a venire.
Fu quest’ultima la scelta coraggiosa, non da tutti condivisa. Pietro Secchia in seguito rimprovererà Togliatti: “Non abbiamo reagito, ci siamo fatti allontanare senza mobilitare il Paese”. Al che Togliatti risponderà: “Siamo gente troppo responsabile per farneticare di ricorsi alla violenza”.
I lavori della Costituente proseguirono. Umberto Terracini, comunista, rimase presidente dell’assemblea, in deroga significativa alla prassi che voleva la presidenza in capo al partito di maggioranza. Il patto politico tra De Gasperi ed il PCI - ovviamente non scritto, ma largamente attendibile - fu la rinuncia ad uno scontro nelle piazze, compensato dal rifiuto di De Gasperi a mettere fuori legge il PCI (come più volte sollecitato a farlo dagli USA, ed anche da Scelba ancora anni dopo), e fu l’assenso ad una Carta costituzionale così avanzata che Pietro Calamandrei, qualche tempo dopo, scriverà: “Questa Costituzione non è lo specchio dei rapporti di classe esistenti, ma è la prefigurazione di quelli auspicati dalla sinistra”.
Quando, il 27 dicembre 1946, la Carta fondamentale venne promulgata, le tre firme apposte in calce furono e sono un monumento all’unità ed alla responsabilità nazionale. Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, di estrazione liberale; Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, di estrazione democristiana; Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea, di estrazione comunista. Non ci sarà mai più un momento unitario di questa importanza e solennità. Ma le foto d’epoca che immortalarono quel momento testimoniano che, almeno in quell’occasione, siamo stati grandi.
Le Costituzioni nascono da un trauma costituente
Perché mi sono dilungato nel descrivere il contesto umano e politico nel quale sorse la nostra Costituzione? Per quattro ragioni. La prima è che ritengo debba essere abbandonato il quadro idilliaco dipinto dalla nostra iconografia zeppa di retorica, intesa a presentarci una situazione miracolosa e per ciò stesso irripetibile, di uomini che si abbracciavano ed andavano a gara a scrivere le proposizioni più nobili e più alte. Una simile prospettiva angelicata contribuisce non poco a quell’atteggiamento diffuso, secondo il quale la Costituzione è un bel documento scritto sessant’anni fa in una sorta di trance collettiva, una splendida pagina di storia conclusa, un testo da collocare sull’altare e basta, adesso occupiamoci delle cose serie…. Guai a cadere in questo errore.
Il secondo motivo è una sorta di nostalgia accorata per la maturità dimostrata dagli uomini politici di allora. Quei mesi ci presentano una sinistra unita (quante poche volte nella storia è stata unita) che trionfa nelle elezioni amministrative, nei centri più maturi ed avanzati del Paese, nonostante una situazione difficilissima ed un’ostilità aperta e diffusa. Ed evidenziano la statura dei leader dei due maggiori partiti di massa, che comprendono l’importanza preminente di darsi una Carta fondativa del Paese, e la necessità di passare sopra ad ogni altra considerazione, in funzione di quell’obiettivo. Quale ammaestramento per l’oggi, se solo sapessimo leggere queste pagine.
Il terzo motivo attiene alla genesi della maggior parte delle Costituzioni. Se si osserva il momento storico in cui esse vengono alla luce, si constata che le Carte (non solo di questo secolo, ma anche in precedenza) nascono quasi sempre da un grande trauma collettivo, una sorta di choc costituente: una guerra, una rivoluzione, un qualche sconvolgimento radicale e brutale. Allora i popoli che hanno sperimentato tutta la violenza del male, tutta la ferocia dell’odio, tutta l’abiezione dell’immoralità diffusa, tutta la paura del caos, allora si rendono conto che devono voltare pagina, e che possono farlo solamente facendo appello ad una quantità simmetrica e totale di bene, di valori, di idealità. E’ l’esperienza dell’inferno quella che ci fa realmente desiderare il paradiso.
I diritti - ha scritto Dershowitz (“Rights from wrongs”) - non nascono dall’esperienza del bene, ma dalla negazione del bene. Solo quando un qualche nostro bene essenziale viene violentato e conculcato ci si rende conto che esso è, appunto, un diritto e come tale deve essere proclamato e riconosciuto. Le Costituzioni, insomma, sono la risposta ad una domanda formulata da un popolo che ha molto sofferto, e vuole che almeno i propri figli non abbiano più a soffrire altrettanto.
Così è stato per la Dichiarazione di indipendenza delle ex colonie britanniche nel 1776; così per la prima Costituzione francese, nel 1791; così in Italia nel 1946-’48, così per la Germania il 23 maggio 1949, per le Costituzioni francesi sia del 1948 sia del 1962, e per le grandi Carte internazionali dei diritti varate nel secondo dopoguerra. Così non è stato per la nostra pseudo-riforma costituzionale di Lorenzago nel 2005 (il cui esito si è visto nel referendum conseguente), e così purtroppo anche per la bozza della Costituzione europea del 2005.
L’ultima ragione dell’affresco che ho cercato di presentare risiede nell’esempio di lungimiranza di quegli anni. Saper mitigare l’esasperazione della lotta politica, saper guardare lontano e superare le tentazioni di rivalsa immediata, saper confidare nel significato portante dell’architrave costituzionale a fronte di una dubbia ostinazione nell’oggi, sono ammaestramenti che le forze politiche attuali farebbero bene a meditare, uscendo almeno per una stagione dal loro convulso individualismo e dalla loro miopia strategica. Qualche storico, per dire dell’eccezionale avvedutezza dei protagonisti di allora, ha rievocato la nota terzina dantesca,: “Facesti come quei che va di notte / che porta il lume dietro e a sé non giova / ma dopo sé fa le persone dotte”.
Un preambolo di sapienza
Perché dico che una Costituzione può essere l’architrave di tutto un futuro? Perché una Costituzione non è solo un catalogo di diritti, tanto meno è soltanto un manuale dei rapporti tra i vari organi dello Stato. Essa è la prefigurazione di un modello di società. Non è la politica, non incorpora un programma, ma è l’alveo nel quale si svolgerà il conflitto politico, e dentro il quale si cercherà di realizzare i mille possibili programmi politici diversi.
Ora, il modello di società che la Costituzione ha tratteggiato, può sintetizzarsi nell’espressione di “società solidale”. Qualsiasi politica dovrà sempre e comunque misurarsi con esso. Questo modello emerge con chiarezza dalle premesse della nostra Carta, quelle che si ricavano dalla prima parte, intitolata ai “Princìpi fondamentali”.
Sullo sfondo di questi “Principi” aleggia un documento antico, che può considerarsi l’archetipo di tutte le Costituzioni moderne. E’ la Dichiarazione di indipendenza delle ex Colonie britanniche, proclamata il 4 luglio 1776. Il suo preambolo è attribuito a Thomas Jefferson, e suona così: “Noi riteniamo incontestabili ed evidenti per se stesse le seguenti verità: che tutti gli uomini sono stati creati uguali; che essi sono stati dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili; che tra questi diritti sono in primo luogo la vita, la libertà, la ricerca della felicità. Per assicurare il godimento di questi diritti gli uomini hanno stabilito tra loro dei governi, la cui giusta autorità emana dal consenso dei governati”.
E’ un documento di una sapienza eccezionale. A fronte dell’irresolvibile domanda su quale sia il fondamento ultimo delle Carte costituzionali, questa risponde che i principi fondativi sono “evidenti per se stessi”, sono scolpiti nel profondo, ogni individuo li avverte senza bisogno di dimostrazioni, e non ci sono né ancoraggi teologici né basi giuridiche che li legittimino.
Gli uomini nascono liberi ed eguali, non c’è dubbio. In più la Dichiarazione ha un tocco quasi infantile, perché sancisce anche il “diritto alla felicità”, un’aspirazione romantica ed impossibile, che tuttavia dice che gli individui devono, se non trovarla, almeno poterla cercare. Oggi noi, più maturi e meno sentimentali, parliamo di “realizzazione di sé”. Ma quella aspirazione profonda ed inestirpabile rimane. E la collettività deve aiutare ciascuno a realizzarla come può. Questo è tutto, il resto è un vano discettare. Ed i governi non vengono istituiti per soddisfare una volontà di potere, ma per assicurare il godimento di quei diritti. Solo questo li giustifica, e solo il consenso dei governati li legittima.
E’ un’architettura di profondità sapienziale, quasi poetica. Ebbene, la nostra Costituzione la sopravanza. Lo dico con doveroso rispetto e prudenza, ma lo affermo con convinzione meditata.
Eguali in dignità
E’ giusto affermare che gli uomini sono eguali? No, non è appropriato, non ci sono due esseri eguali, l’“in-dividuo” è il punto finale della specificazione, quello che non si può ulteriormente suddividere, quello che è prezioso proprio perché irripetibile, perché unico, perché diverso da ogni altro. La nostra stagione è particolarmente sensibile alla “diversità”, ma anche la Dichiarazione di Indipendenza non poteva ignorarla. Ed infatti essa afferma che gli uomini “sono creati uguali”, ammettendo che nella parabola dell’esistenza uguali non sono più. Le differenze, lo sappiamo, possono diventare anche pesanti, addirittura intollerabili, per mille cause. E di questo la Dichiarazione non si fa espressamente carico.
La nostra Carta, invece, sì. Perché nel suo articolo 3 afferma che gli uomini (e le donne, ovviamente) sono “eguali in dignità” (“hanno pari dignità sociale”), e questa eguaglianza resiste anche di fronte alle differenze esistenziali. Ricchi e poveri, ignoranti e colti, giovani e anziani, malati e sani, cittadini e stranieri, tutti hanno eguale dignità, e nessuna disuguaglianza di fatto, nessuna vicenda della vita può cancellarla. Allora l’essere “uguali in dignità” non vuol dire cancellare le differenze, ma restituire la dignità dove essa sia stata negata o ferita.
Anzi, la Costituzione dice di più. Non solo riconosce a tutte le persone una pari dignità, una sorta di attributo scolpito nell’essere, come un cromosoma specialissimo. Ma qualifica questa dignità con l’aggettivo “sociale”. La dignità sociale non è una qualità filosofica, ma una prerogativa del “socius”, un diritto inalienabile del cittadino che vive in mezzo agli altri cittadini. E siccome la Repubblica non solo “riconosce” i diritti fondamentali dei cittadini, ma li “garantisce” (così dice espressamente l’articolo 2), ecco che la “pari dignità sociale” diventa una carta di credito per ottenere che la comunità rispetti sempre quella dignità, anche quando le disavventure della vita porterebbero ad offuscarla.
Quale e quanta ricchezza è nascosta da queste proposizioni, se le leggiamo sotto l’incrostazione delle ripetizioni meccaniche. La dignità è stata definita come “la condizione di nobiltà morale nella quale l’uomo è posto dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che, per tale condizione, gli è dovuto, e che egli deve a se stesso”.
Ora, questa dignità c’è sempre, non viene meno per qualche opinabile pretesa. Ci deve essere rispetto per questa dignità nel vivere e nel morire, e quindi non si può costringere un individuo a sacrificarla nel tempo che precede la sua morte (il pensiero corre facilmente alla vicenda di Piergiorgio Welby). Ci deve essere pari dignità nel benessere e nella povertà, e quindi nel compenso che ognuno ricava dal proprio lavoro: se è plausibile che le retribuzioni siano diverse, non è ammissibile che quella dell’uno arrivi ad essere 200 volte quella di un altro, perché nessun uomo vale duecento uomini. E come si riconosce che ci deve essere un “minimo vitale”, così la Costituzione esclude che ci possa essere un “massimo mortale”, perché un compenso così spaventosamente alto può esistere solo in quanto sacrifichi la dignità di molti altri esseri.
Eguali nella soggezione alla legge
Ma c’è di più. La Costituzione, come ho detto, non afferma che gli uomini sono uguali, ma che hanno pari dignità sociale. Poi però precisa che in una cosa almeno sono sicuramente eguali: nella soggezione alla legge. E’ più forte e più solenne della scritta che si legge nelle aule dei Tribunali, “la legge è uguale per tutti”. Perché, purtroppo, la legge può essere eguale per tutti, nel senso che tutti o molti la aggirano e le si sottraggono.
Invece l’essere “eguali nella soggezione alla legge” significa richiamare tutti, uomini e donne, al fondamentale principio di coerenza. Se la legge l’hai scritta “tu”, attraverso la sovranità che ti appartiene e che hai delegato ai tuoi rappresentanti nel Parlamento, allora “tu” non puoi cercare di sottrarti ad essa, nemmeno se sei potente, anzi ancor meno quando sei un potente. E’ finito il tempo in cui il re o il signore di turno era “legibus solutus” , cioè sciolto dal vincolo che egli stesso aveva posto. Ecco perché, quando venne scritto l’indecente “lodo Schifani” - cioè la legge 140 del 2003, che pretendeva di esentare temporaneamente dalla responsabilità penale le alte cariche dello Stato - la Corte Costituzionale non ebbe esitazioni nel fulminare la legge, così palesemente contraria al principio fondamentale sancito in apertura della nostra Carta.
E’ a questo punto che la Costituzione compie un eccezionale balzo in avanti rispetto a tutte le Carte precedenti. Non basta scrivere che gli individui sono eguali, non basta affermare dei principi, per quanto nobili. Gli uomini saranno eguali in dignità, saranno titolari di vari diritti, ma poi sappiamo bene che, di fatto, molti di essi non li potranno esercitare. Sappiamo che le vicende della vita sono crudeli e creano delle crepe nell’eguaglianza di fondo, e queste disuguaglianze, se lasciate a se stesse, non fanno altro che ingigantire (lo sapeva l’Antico Testamento, che nel Levitico prescriveva che ogni cinquant’anni si azzerasse la situazione e tutti tornassero sulla linea di partenza).
Diritti inviolabili, doveri inderogabili
Ebbene, la Costituzione, nel capoverso dell’art. 3, assume un’iniziativa del tutto inedita. Dice che i diritti non basta enunciarli, ma bisogna renderli effettivi, e che le disuguaglianze, che contraddicono il principio di pari dignità, vanno rimosse. “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
Lo so che questo articolo è arcinoto, che è stato ripetuto mille volte, e mille volte se ne è lamentata la mancata attuazione. Ma oggi torniamo a leggerlo, con occhi nuovi, ed a capirne la profondità. “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli”, cioè le disuguaglianze di fatto - dice l’art. 3. Non dice che la Repubblica “rimuove”, o “cerca di rimuovere”, o “rimuove compatibilmente con le risorse che ha”, o ancora che “chiede gentilmente alla globalizzazione se le permette di rimuovere le disuguaglianze”. Dice senza mezzi termini che “è compito”, cioè “è un dovere”, un imperativo al quale non ci si può sottrarre. Questa non è - come è stato detto per tanto tempo, ipocritamente - una “norma programmatica”, cioè un obiettivo, che si cerca di raggiungere, e se non ce la si fa, pazienza, sarà per domani. E’ un precetto serio, acuminato, ineludibile.
Ed a chi si rivolge questo precetto? Alla Repubblica, lo sappiamo. Ma anche qui stiamo attenti. Chi è la Repubblica? Per capirci meglio, che cos’è la “res publica”? Siamo noi, tutti noi. L’art. 3 non dice che è compito “dello Stato” rimuovere le diseguaglianze, o compito del Ministero per la solidarietà sociale, o del Tesoro, o dell’assistenza pubblica, o del volontariato, o della Confindustria, o della Chiesa, o di chi volete voi. Dice che è compito nostro, di tutti noi. Vuole che noi siamo, o diventiamo “uomini (e donne, si capisce) che salvano altri uomini”, uomini che liberano altri esseri, uomini che sono chiamati a questo perché hanno in comune radici, storia, identità, ma soprattutto “umanità”, soprattutto il sacro legame della “solidarietà”.
Questa è la grande novità della nostra Costituzione, la proposizione che nella Dichiarazione del 1776 non c’era ancora, la versione legale e solenne di quella “fraternité”, che è sempre stata considerata un sentimento - a differenza della libertà e dell’eguaglianza - e che invece nella nostra Carta è diventata una categoria di rango costituzionale.
Ecco che allora il tanto ripetuto art. 3 assume un colore nuovo. Perché la Costituzione non si ferma qui. Dopo aver detto, e scolpito in modo che nessuno possa equivocare, che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona”, la Carta si preoccupa di scrivere anche il rovescio. Non esiste un diritto in capo a qualcuno senza che, in capo a qualcun altro, ci sia un dovere. E infatti l’art. 2 sancisce che la Repubblica, oltre a riconoscere e garantire i diritti, “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Il quadro allora si completa. Come i diritti sono “inviolabili” - e cioè tali che nessuno li può violare - così i doveri sono “inderogabili” - e cioè tali che nessuno si può sottrarre ad essi. E l’insieme di questi diritti e di questi doveri costituisce il “patto di cittadinanza”, che ci lega tutti, uomini e donne (impedendo le discriminazioni), giovani e anziani (altro che lotta fra le generazioni), indigeni e immigrati (altro che esseri di serie B), viventi di oggi e viventi di domani (altro che scempio del pianeta, a danno delle generazioni future).
Repubblica fondata sul lavoro: che cosa vuole dire?
Il grande valore della Costituzione, che ne fa - non mi stanco di ripeterlo - una cosa viva anche oggi, è il fatto che si tratta di una Costituzione “aperta”. Può sembrare un’assurdità, posto che tutti sappiamo che la nostra è una Costituzione “rigida”, cioè non può essere modificata da una legge ordinaria, ma richiede una procedura e delle maggioranze qualificate. Ma la posso definire “aperta” perché essa è scritta con un linguaggio così essenziale e nitido, così internamente ricco, da poter essere letta in ogni momento, ed essere riempita in ogni stagione dei contenuti che quella stagione sta elaborando.
Prendiamo, ad esempio, quell’altra norma che tutti conosciamo, e che ripetiamo spesso come un mantra, del quale abbiamo smarrito il significato. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Sappiamo che la formula “fondata sul lavoro” fu oggetto di una mediazione, perché la sinistra voleva che fosse scritto che è una “Repubblica di lavoratori”, e la richiesta fu respinta perché troppo evidentemente classista.
Fu un bene. Innanzi tutto perché in questo modo si chiariva che la Repubblica non era - come altri ordinamenti sancivano - fondata sulla proprietà, ma sul lavoro: e quindi essa riposava su qualcosa che unisce (il lavoro) e non su qualcosa che divide (la proprietà). In secondo luogo il concetto fu chiarito egregiamente dall’on. Fanfani, il quale specificò che l’espressione “fondata sul lavoro” stava ad indicare che la Repubblica, cioè lo status del cittadino, non può mai essere fondata sul privilegio, né sulla nobiltà ereditaria, né sullo sfruttamento della fatica altrui.
In terzo luogo - e questo è stato reso di particolare evidenza oggi, con la tragica morte degli operai dell’acciaieria di Torino - la formula sta ad indicare che del lavoro si vive, e non che del lavoro si muore. E dunque del lavoro fa parte essenziale la sicurezza del lavoratore. Che non è un optional, una cosa che si attua se non costa troppo, o si attua qualche volta sì e qualche volta no. La sicurezza è coessenziale al lavoro, sul quale si fonda la Repubblica.
Allora non è sufficiente obiettare che la sicurezza costa, e rende meno competitive le nostre imprese rispetto alle imprese cinesi, nelle quali la sicurezza non c’è. Ammesso che sia così, allora dobbiamo rispondere che sono loro a dover progredire nelle tutele, e non noi a dover andare indietro. E se loro non lo fanno, noi dobbiamo mettere il veto ai prodotti che non incorporano una quota almeno minima di protezione sociale! Ci sono tanti organismi internazionali che si preoccupano di guardare, e fermare, i giocattoli che hanno vernici che possono fare male ai nostri bambini, chiediamo che mettano il veto anche ai giocattoli che fanno male ai loro bambini, costretti a lavorare 10-12 ore al giorno senza protezioni. E se questo porterà delle reazioni da parte della Cina o degli altri Paesi, ostili al nostro commercio, vuol dire che saremo un po’meno ricchi, pagheremo un poco di più le borse o le scarpe ginniche, ma avremo salvato alcune centinaia di vite. Questo ci dice la Costituzione, se la leggiamo fino in fondo.
Una Repubblica laica
Il fatto che la Costituzione sia “aperta” ha moltissime altre implicazioni. Per esempio, la nostra Carta non dice espressamente - a differenza della Costituzione francese - che la Repubblica italiana è laica. Non lo dice, ma pone le premesse per dirlo. Perché i rapporti fra lo Stato e le religioni non sono regolati solamente dal noto art. 7 (quello che recita: “Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”), ma da un sistema di norme, tra le quali si inserisce bensì l’art. 7, ma in compagnia degli artt. 3, 8, 19, 20. Con l’art. 8 la Carta dice che tutte le confessioni religiose sono “egualmente libere”. Con l’art. 19 stabilisce che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa”. E con gli artt. 3 e 20 vieta ogni discriminazione tra i singoli e tra le associazioni a causa del loro carattere religioso.
Questo complesso di norme, che va letto nella sua interezza e non solo a spezzoni, ha portato la Corte Costituzionale, che della Costituzione è il massimo ed indiscusso interprete, a dire in più occasioni [ fondamentale è la sentenza n. 203 del 1989 ] che il pluralismo religioso comprende anche il diritto di non professare alcuna religione; che pertanto lo Stato non è affatto indifferente dinnanzi al fatto religioso (come sarebbe per uno Stato agnostico o dichiaratamente ateo), ma è garante della libertà religiosa nelle sue due accezioni essenziali, il diritto di professare qualsiasi religione, e il diritto di non professarne alcuna. Ed ha aggiunto che in questo risiede il principio di laicità, ben presente nella nostra Carta anche se non espressamente enunciato, e rafforzato - sul piano strettamente normativo - dal nuovo Concordato stipulato il 18 febbraio 1984, il quale, nel protocollo addizionale, precisa che “si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato”
Una Costituzione che parla ogni giorno: il caso Welby…
Quasi ogni articolo della Costituzione è redatto in modo che essa è in grado di fornire risposte ai problemi di ogni giorno, anche a quelli che non potevano essere previsti dai padri costituenti 60 anni fa.
Prendiamo, ad esempio, quello che esalta la libertà della persona, l’articolo 13, a detta del quale “la libertà personale è inviolabile”. Noi siamo soliti leggerlo come lo pensarono allora, cioè nel senso che nessuno può venire ad arrestarci, se non per ordine dell’autorità giudiziaria. Ma la norma ha assunto significato anche nei confronti di tante situazioni nuove: l’espulsione dello straniero, che può essere disposta solo in presenza di rigorose garanzie; il prelievo ematico o del DNA, soggetti anch’essi a procedure di garanzia; l’accertamento del tasso alcolico mediante etilometro, che può essere sanzionato ed anche gravemente se il soggetto lo rifiuta, ma che non può essere effettuato coercitivamente. E così via.
Ma il punto più interessante è il fatto che nella “libertà” tutelata dall’art. 13 è compresa anche la “libertà di autodeterminazione”, cioè la libertà dell’individuo di disporre di se medesimo in talune circostanze drammatiche della propria vita, come quando è in situazione di malato terminale o incurabile. E questa libertà di autodeterminazione si combina egregiamente con il concetto di “dignità”, che abbiamo visto scolpito nell’art. 3 (la “pari dignità sociale”) e che ritorna in modo indiretto ma chiaro nell’art. 32 a proposito dei trattamenti sanitari (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”).
Ecco che una lettura sistematica e complessiva delle norme costituzionali offre una risposta chiara ed univoca a tragedie come quella di Piergiorgio Welby, così crudelmente protratta in nome di presunte verità dogmatiche, mentre la nostra Carta fondamentale - nella quale dovrebbero pur riconoscersi parlamentari, medici, professionisti vari dell’informazione ecc. - fornisce le coordinate lineari per trovare una risposta. La libertà personale di cui all’art. 13 include in sé l’inviolabilità fisica come nucleo essenziale. Il trattamento sanitario deve essere accettato dal paziente, debitamente informato. Come il suo consenso è determinante per poterlo assoggettare inizialmente al trattamento, così è rilevante la revoca di tale consenso per fare cessare il trattamento. Ed ogni pretesa di protrarre tale trattamento in nome di un “suo bene” (valutato dall’esterno) è indebita in sé, oltre che vietata quando si risolve in una mancanza del “rispetto della persona”, obbligata ad una qualità di vita inumana e degradante. Vedete come la Costituzione “parla”, se si è capaci di ascoltarla.
.... il pluralismo televisivo
La casistica è ricchissima. Prendiamo un altro esempio di attualità, il sistema televisivo, e l’indecente duopolio RAI-Mediaset. La Corte Costituzionale se ne è occupata da tempo, e più volte. Il sistema televisivo esistente - ha ripetuto in una pronuncia recente, la sentenza del 20 novembre 2002, n. 466, dopo che altre decisioni non avevano avuto ascolto - trae origine da situazioni di mera occupazione di fatto delle frequenze. Questa occupazione è stata legittimata ex post [si tratta di un noto decreto ad personam del 1984 , nota di chi vi parla] e ripetutamente prorogata. Essa è fuori di ogni logica di incremento del pluralismo informativo esterno, il quale rappresenta uno degli imperativi ineludibili emergenti dalla Costituzione. Di qui la necessità di assicurare l’accesso al sistema radio-televisivo del massimo numero possibile di voci diverse (sentenza n. 112 del 1993) e di qui l’insufficienza del mero concorso fra un polo pubblico ed un polo privato (sentenze n. 826 del 1988 e 155 del 2002).
Più chiari di così! Eppure, a decenni di distanza, si continua a fare orecchi da mercante al dettato della Costituzione, ed a proseguire imperterriti in una situazione incostituzionale. Questo porta taluni a dire che “allora la Costituzione è inutile”, che tute le belle parole che stiamo facendo sulla Costituzione sono, appunto, solamente parole, e analogo scetticismo. Io penso invece che non è mai inutile stabilire che cosa è giusto e che cosa non lo è: così come nessuno pensa di definire inutile il Vangelo perché ci propone un modello di moralità che pochi o nessuno riescono a realizzare. I principi sanciti dalla Costituzione danno una chiara “pagella” alle varie politiche, a quelle che li rispettano e cercano di attuarli, ed a quelle che fanno tutto il contrario. Se mai, siamo noi ad essere troppo compiacenti nel non sanzionare quelli che non la osservano, e su questo dovremmo riflettere di più.
I rapporti economici
Cento altri sarebbero gli spunti per verificare come la Costituzione davvero continui ad agire ogni giorno, attraverso le pronunce della Corte, che interviene ogni momento a colpire le leggi che non la rispettano, le leggi “furbette” che fanno finta di dimenticare i princìpi fondamentali del nostro vivere associato.
Ma non posso dilungarmi, e perciò ne ricordo velocemente solo qualcuna. La storica sentenza sul delitto di aborto (n. 21 del 1975), che depenalizzò il reato relativo, restituì la facoltà di scelta alla donna, ed aprì la strada alla legge 194, che oggi da tante parti si vuole modificare.
Oppure la sentenza che cancellò la vergogna per cui l’adulterio era considerato delitto solo se commesso dalla donna. O le tante pronunce che hanno cassato dei privilegi a favore di talune categorie di percettori di reddito. O quelle che hanno messo dei paletti di civiltà riguardo agli immigrati. O quelle che hanno rafforzato il diritto di difesa dell’accusato nel processo penale. O quelle che hanno cancellato certe forme esasperate di “spoil system”. E quelle che hanno stroncato certi deplorevoli interventi contenuti nelle leggi ad personam di anni recenti. E così via.
Ognuna di esse ha una storia che meriterebbe di essere raccontata. E forse lo faremo, in altri incontri. In questa commemorazione di oggi, però non posso fare a meno di dedicare ancora una riflessione ad un aspetto della Costituzione che è poco ricordato, e cioè alla presenza di un’intera sezione (il titolo terzo della parte sui diritti e doveri dei cittadini), che è intitolato ai “rapporti economici”. Fu una grande novità nel 1948, ed è una novità ancora oggi, rispetto all’architettura tradizionale di molte Costituzioni.
La sua importanza e la sua lungimiranza furono ben descritte da Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75, che redasse il progetto sottoposto all’Assemblea. Vi erano molte resistenze a formulare un impegno grave come quello che il titolo terzo voleva enunciare, nonostante il già ricordato principio di cui all’art. 1, quello per cui l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Per questo Ruini insistette: “Le nuove Costituzioni - disse - rispecchiano, con affermazioni e con norme, la tendenza storica in cammino: che la democrazia non è soltanto politica, ma economica e sociale. Non vi può essere nessun pavido scrupolo che, un secolo e mezzo dopo i diritti dell’uomo e del cittadino, siano dichiarati i diritti dei lavoratori. La Costituzione non parla di protezione del lavoro. Non si protegge il lavoro, che è forza essenziale della società. Si pone invece il compito della Repubblica di provvedere con la sua legislazione, e di promuovere con accordi internazionali, le conquiste e la regolazione dei diritti dei lavoratori”.
Quale capacità di guardare lontano in questo volere addirittura una legislazione internazionale, per tutelare non soltanto i minatori delle nostre solfare, ma anche i bambini sfruttati in Oriente o dovunque accada, in quei Paesi che poi fanno concorrenza ai nostri prodotti, ed obbligano noi a rinunciare alle protezioni che ci siamo faticosamente conquistate!
L’elenco degli impegni assunti in questo titolo terzo è lunghissimo, ed è impressionante la sua modernità. C’è dentro, praticamente, un intero manuale di welfare. Tutto va aggiornato, si capisce, soprattutto in una materia che non attiene ai grandi princìpi ma alle scelte della politica economica. E certamente vi sono oggi ulteriori sensibilità ed ulteriori aspettative e diritti. Ma l’apertura dimostrata sessant’anni or sono è degna di ammirazione.
Il lavoro è tutelato “in tutte le sue forme ed applicazioni” (dice l’art. 35), il che significa che tutti i lavori hanno tutela, che non ci possono essere lavori degradanti o umilianti, non ci possono essere lavori nei quali si rischia la vita o la salute.
E non ci possono essere nemmeno lavori sottopagati, quale che ne sia la motivazione. Infatti il lavoratore - prosegue l’art. 36 - ha diritto ad una retribuzione in ogni caso sufficiente ad assicurare a Sé ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Poche volte ritorna nella Costituzione il concetto di dignità (lo abbiamo visto per Welby e nell’art. 3), ma una di queste occasioni riguarda il compenso per il lavoro, davvero considerato centrale nella visuale dei Costituenti. Ed è interessante ricordare come negli anni ’60 e ’70 i pretori del lavoro compirono un’operazione ardita (ma poi pienamente convalidata dalla Corte Costituzionale) affermando che l’art. 36 poteva e doveva essere applicato direttamente, anche in assenza di una legge che specificasse che cosa doveva intendersi per “retribuzione sufficiente”: e in questo modo invalidarono tutta una serie di statuizioni contrattuali che prevedevano retribuzioni inadeguate. Ecco perché insisto nel ripetere che la Costituzione è capace di parlare ancora ogni giorno, raddrizzando le situazioni in cui una delle parti è troppo svantaggiata.
Un modello quasi avveniristico Il catalogo degli impegni prosegue. La Repubblica cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori (e certamente se li deve “elevare”, occorre che i lavoratori collaborino per parte loro ad elevarsi, attraverso un assiduo impegno a migliorare le loro competenze professionali). Definisce la durata massima della giornata lavorativa, e perciò non consente orari esasperati e sfruttamenti inumani. Sancisce il diritto al riposo settimanale (e per questo la Corte ha più volte dichiarato illegittimi degli orari contrattuali che prevedevano sequenze di giorni di lavoro troppo estese).
Assicura alla donna lavoratrice gli stessi diritti del lavoratore maschio, e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni (imperativo ancora troppe volte disatteso: e dunque è utile ricordare che “lì” è già stato scritto in chiaro). Garantisce protezione alla maternità ed al lavoro minorile. Si prende cura degli inabili e dei minorati, garantisce mezzi adeguati nelle situazioni critiche, come la vecchiaia, la malattia, l’infortunio, la disoccupazione involontaria (e questo dovrebbe dire qualcosa sulle dilaganti situazioni di precariato e di lavoro segmentato).
Ma le novità ancora più coraggiose - perché non si tratta solo di impegni programmatici, ma di incidenza diretta ed immediata nel tessuto normativo - risiedono in altri enunciati. L’art. 40 fa assurgere a diritto lo sciopero, che cessa di essere un delitto, e che quindi non può più dar luogo a nessuna sanzione né conseguenza negativa di alcun genere, che non sia la perdita della retribuzione corrispondente. Oggi la consideriamo una cosa ovvia, ed anzi lo sciopero ha assunto aspetti non di rado eccessivi e penalizzanti per i cittadini: ma allora l’enunciazione di un diritto di sciopero, accanto al diritto di organizzazione sindacale, era veramente un’affermazione ai confini dell’eversività.
Lo stesso si può dire per altre affermazioni entrate ormai nel “consumo” abituale, ma, per quei tempi, sconvolgenti. La “funzione sociale” della proprietà e dell’iniziativa privata è scolpita negli artt 41 e 42, ed è premessa necessaria per poter legittimare l’esproprio per pubblica utilità e, soprattutto, la lotta al latifondo ed a quello che esso significava in quegli anni, con vaste lande di terre incolte e masse di contadini in miseria e senza terra.
Addirittura la Costituzione - sulla scia di quel tacito patto fra le sinistre e le forze di governo, del quale abbiamo parlato all’inizio - giunge a configurare un diritto dei lavoratori alla cogestione delle aziende (art. 46), ed a promuovere una politica che favorisca l’accesso del risparmio popolare al diretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese (art. 47): concetto dirompente, a ben guardare, se non altro perché presuppone che un risparmio popolare possa esistere, e non invece che un’ampia quota di famiglie fatichi a completare il mese, e debba ricorrere al credito al consumo, come oggi avviene.
Forse non abbiamo riflettuto abbastanza che cosa significhino queste cose ancor oggi, anzi soprattutto oggi che viviamo in una stagione di liberismo esasperato, nella quale il “pensiero unico” sta soffocando ogni altro possibile pensiero. E la maggior parte dei cittadini ignora quante centinaia di leggi sono state fatte oggetto di “ortopedia costituzionale” nel corso dei decenni, così da diventare una specie di pro-memoria per il legislatore, anche quello recalcitrante, anche quello smemorato, anche quello padronale: un avvertimento quotidiano che la politica è bensì libera nella scelta dei fini, ma non al punto di poter scavalcare o dimenticare i fini, i valori, gli obiettivi sanciti per sempre dalla Costituzione.
Un’idea di futuro
Possiamo allora congedarci da questo momento di memoria con una sensazione di conforto e di speranza. Come ho proposto all’inizio, se ce l’hanno fatta allora, ce la possiamo fare anche oggi. Anche se l’oggi, sebbene molto più felice di allora quanto al benessere, è più cupo quanto ai sentimenti comuni.
Oggi viviamo una stagione di grande incertezza, per varie ragioni: sono cadute, o si sono molto indebolite, le ideologie, la fede nel progresso indefinito, le relazioni di solidarietà, persino la religione. Ai giovani prospettiamo - spesso senza nemmeno accorgercene - degli scenari futuri spaventosi: ripetiamo ogni giorno che fra vent’anni non ci sarà più petrolio; che fra venticinque anni i ghiacciai si saranno sciolti ed il mare avrà invaso le zone costiere; che fra trent’anni non ci saranno più i soldi per le pensioni; che fra quarant’anni gli immigrati saranno maggioranza e ci avranno sommersi in casa nostra; che domani stesso incominceranno a scoppiare lotte e guerre per l’acqua sempre più scarsa e per le fonti di energia. Come possiamo sperare che i giovani, di fronte a queste prospettive apocalittiche, abbiano qualche fiducia nel futuro, e facciano qualcosa di diverso dal succhiare il presente in tutto ciò che è possibile?
Invece i Costituenti avevano un’idea di futuro, un modello di società, e lo scolpirono nella pietra, perché ce l’avessimo anche noi, e perché lo trasmettessimo anche a chi verrà dopo di noi. Erano convinti che esiste una “spiegazione del mondo”, che ci può essere un “senso delle cose”. La Costituzione che essi scrissero - mentre le masse non avevano neppure i soldi per il pane - era la risposta ad una domanda di popolo, ed era una risposta centrata sulla verità semplice della solidarietà collettiva. Quella risposta è ciò che ci unisce anche oggi, ciò che continua ad offrire una spiegazione possibile del vivere insieme.
Allora possiamo lasciarci ripetendo le parole che furono pronunciate da uno dei protagonisti dell’Assemblea Costituente, proprio sessant’anni fa esatti: infatti la votazione ebbe luogo alle 18,30 del 22 dicembre, e la dichiarazione di voto di Pietro Calamandrei concluse i lavori, come desidero che li concluda ora.
“” Questa solennità non è fatta di frasi adorne, ma di semplicità, di serietà e di lealtà: soprattutto di lealtà. Non bisogna dire che questa è una Costituzione che durerà poco. No: deve essere una Costituzione destinata a durare.
In questa democrazia nascente dobbiamo crederci, non disperderla in schermaglie di politica spicciola e avvelenata.
Se noi siamo qui a parlare liberamente in quest’aula, in cui una sciagurata voce irrise e vilipese, venticinque anni fa, le istituzioni parlamentari, è perché per vent’anni qualcuno ha continuato a credere nella democrazia, e questa sua religione ha testimoniato con la prigione, l’esilio e la morte.
Mi domando come i nostri posteri giudicheranno questa nostra Assemblea costituente. Seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri, ma tutto un popolo. Da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci. Sono morti senza retorica, come se si trattasse di un lavoro quotidiano.
Di questo lavoro si sono riservati la parte più dura, quella di morire.
A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana.
Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli. “”
Penso che possiamo fare nostre queste parole.