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INDICE

Premessa

Introduzione

Cultura materiale e tradizioni della campagna
Introduzione
Insediamenti rurali: ieri ed oggi
I mezzi di riscaldamento utilizzati all'inizio del secolo
Utensili e meccanizzazione
L'allevamento ieri e oggi
Il lavoro dei contadini all'inizio del secolo tra religiosità e tradizione

Classificazione geopedologica

Classificazione climatica

Paesaggio rurale: colture agricole di ieri e di oggi
Introduzione
L'uso del suolo nel passato
L'uso del suolo nel presente

Produzione animale

Conclusioni   e prospettive future

Bibliografia

Istituto Professonale Statale per l'Agricoltura e l'Ambiente di Osasco

Laboratorio Storia & Multimedia

Candidato: Ruffino Claudio a.s.1997-98

Premessa

La seguente tesi si propone come obiettivo l'analisi storico-agroeconomica di un'unità di paesaggio della pianura pinerolese denominata "Marsaglia".

L'elaborato si articolerà come segue:

- cultura materiale e tradizioni della campagna della Marsaglia;

- analisi geopedologica e climatica;

- analisi paesaggio agrario;

- produzioni animali;

- conclusione e prospettive future.

Si è ritenuto opportuno l'utilizzo di allegati cartografici, grafici e fotografici per illustrare gli argomenti esposti.

Introduzione.

L'unità di paesaggio "piana della Marsaglia", distribuita geograficamente nella bassa pinerolese, è una zona rurale caratterizzata da numerose aziende a prevalente indirizzo cerealicolo-zootecnico.

La zona appartenente al comune di Cumiana è delimitata a nord dal comune di Piossasco, a sud dal comune di Airasca, ad ovest dal comune di Piscina ed ad est dal comune di Volvera (allegato cartografico n°1, che rappresenta la delimitazione geografica dell'area in questione).

Il toponimo "Marsaglia" indicante, storicamente, l’umidità della zona dovuta ad affioramenti della falda superficiale, soprattutto nei periodi autunno-primaverili, deriva dal termine dialettale "mars", marcio

Cultura materiale e tradizioni della campagna.

"J’è nen d’asfalt sla tèra ‘d nòstri Vej

dova la smens a argita e ‘l gran madura...

Sla téra ‘d nòstri Vej anche le pere

a san porté na fior"

Camillo Brero.

Introduzione.

La cultura materiale di un'area è l'insieme di molteplici elementi, caratterizzanti la zona esaminata.

I "mattoni" della cultura materiale, specialmente se trattasi di zone rurali, sono rappresentati dalle tipologie di insediamento (architettura e organizzazione del territorio), dai sistemi di riscaldamento, dai mezzi di trasporto, dalle tecniche agronomiche, dal tipo e dal sistema di allevamento e non per ultimo dalle tradizioni e consuetudini correlate alla dimensione religiosa.

In questa sezione si cercherà di esaminare l'evoluzione della società contadina, se può essere definita tale, circoscritta alla zona in studio, in relazione alla cultura materiale, che con il trascorrere del tempo viene sempre più ignorata e dimenticata dalle nuove generazioni in seguito al dirompente effetto delle innovazioni tecnologiche che semplifica e rende omogeneo e stereotipizzato tutto ciò che ci circonda.

Oggi giorno il modo di lavorare i campi (i macchinari e gli attrezzi utilizzati), l'allevamento e gli edifici ad esempio sono uguali in gran parte d'Italia. Tempo fa la costruzione di una casa o di un semplice utensile, l'utilizzo di questo o di un altro attrezzo, le pratiche agronomiche al contrario erano elementi che distinguevano ad esempio una zona da un'altra.

Si sta dunque perdendo quella tradizione ed anche quella dimensione religiosa, soprattutto radicata in campagna, che conferiva un'identità alla popolazione rurale di una determinata area.

Il seguente, succinto contributo si prefigge lo scopo di riesumare, in un certo senso, anche se in modo frammentario e parziale quel retroterra culturale legato alla tradizione contadina, che molti si arrogano il diritto di chiamare sottocultura non degna di essere presa in considerazione.

Inoltre viene esaminato anche il cambiamento che ha subito il mondo agricolo in seguito al boom tecnologico.

Insediamenti rurali: ieri ed oggi.

Da un’analisi degli insediamenti rurali caratterizanti la zona, oggetto di studio, ci si rende conto che predominavano all'inizio del secolo due tipologie di strutture abitative: la fattoria singola e la piccola fattoria allineata ad altre.

La fattoria, conosciuta anche con il termine di cascina, era costituita da un unico edificio, composto dall'abitazione, dalla stalla, dal fienile e dal granaio, con orientamento est-ovest ed esposta a sud, sud-est (l’indiritto) per poter usufruire al meglio dell'illuminazione e del calore solare soprattutto nei mesi invernali.

Al pianterreno solitamente vi era la cucina con le relative camere da letto, la stalla e la tettoia; al primo piano in corrispondenza dell’abitazione c'era il granaio, un grande locale che arrivava fin sotto il tetto per la stoccaggio dei cereali al quale si poteva accedere da una scala interna di legno, e il fienile in corrispondenza della stalla al quale si accedeva mediante scala a pioli.

Dinanzi all'edificio si estendeva l'aia ("èra") che ospitava il pozzo con argano di legno e trogolo in muratura, una piccola stalla ove veniva allevato il maiale o venivano tenuti i muli o gli asini o i cavalli, il letamaio ("aliamè") , i vari mucchi di paglia, foglie di mais ed anche di fieno, il pollaio ed infine l'orto (allegato grafico n°2 ed allegata fotografia n°1).

La piccola fattoria era situata accanto ad altre a costruzione simile, lungo una fila ed erano solitamente separate da un muro sul confine. Essa si presentava formata dalla cucina a pianterreno e sopra di questa vi era una camera da letto ("stanza") che dava al solaio aperto ("sili mort"); una scala esterna in pietre conduceva al balcone di legno ("lòbia") davanti alla camera; sempre al pianterreno c'era la stalla con sopra il fienile e poi vi era un altro fienile che andava da terra fino al tetto; dinanzi all'edificio vi era l'aia che ospitava il letamaio, il pozzo che solitamente era in comune con i vicini ed un ricovero in legno per gli attrezzi; la corte era circoscritta da una recinzione in muratura interrotta dal portone d'ingresso in legno ("rastel bosc") che dava sulla strada (allegato grafico n°3 ed allegata fotografia n°2). A volte dinanzi all'abitazione dell'agricoltore, si estendeva il pergolato di vite fragola sostenuto da pali trasversali agganciati al balcone e sorretti da pali longitudinali, a formare la "tòpia".

Le vere e proprie vigne (soprattutto di barbera e dolcetto), nonostante il vino fosse una peculiarità della vita contadina, non erano numerose e nemmeno ricoprivano un'adeguata superficie in relazione alla popolazione rurale: i contadini della zona si rifornivano presso altri agricoltori che allevavano tale specie arborea nelle prospicenti aree collinari.

Una fattoria su dieci o su venti a seconda della distribuzione di queste sul territorio era provvista del forno per la cottura del pane per le famiglie degli agricoltori del luogo. A seconda della posizione all'interno della fattoria si potevano trovare due tipi di forno:

- il forno situato in un edificio indipendente costruito ad una distanza di 20 - 30 metri dalla stalla con il sovrastante fienile, per evitare pericoli di incendi;

- il locale del forno aggiunto esternamente all'abitazione dell'agricoltore, a volte sotto una tettoia.

Il forno era comunque riconoscibile dalle altre piccole strutture per il ricovero di muli, maiali, galline, etc. per il suo caratteristico sportello di ferro e per gli attrezzi ivi ubicati quali ad esempio la pala del pane ( allegata fotografia n°3).

Il materiale da costruzione era in pratica prelevato in loco: le pietre, la sabbia, l'argilla per fare i mattoni (i cosiddetti "mon crù" asciugati al sole) ed il legname per le travature (travi di acacia o di rovere) ad eccezione dei coppi, piemontesi, che venivano acquistati presso la fornace di Piscina.

Le cascine di recente costruzione, a volte adiacenti alle vecchie fattorie diroccate e a volte al posto di queste, si presentano fortemente stereotipate: l'abitazione dell'agricoltore è spesso rappresentata da una villa, di fronte alla quale si hanno le stalle ed i capannoni o le tettoie, per la conservazione del foraggio o per il ricovero delle macchine, in struttura prefabbricata. Tale tipo di azienda non è più una caratteristica della pianura piemontese ma è comune a moltissime nuove strutture sorte negli ultimi anni nella pianura padana (allegata fotografia n°4).

I mezzi di riscaldamento utilizzati nella zona all'inizio del secolo.

Dopo un breve cenno alle strutture abitative ho ritenuto opportuno spendere alcune parole sul focolare e sui mezzi di riscaldamento ai quali la popolazione rurale era solita ricorrere durante i freddi mesi invernali. Inoltre il focolare rappresentava la parte più importante dell'abitazione e la casa stessa era costruita in funzione di questo.

La tipologia di focolare più rappresentativa nella zona oggetto di studio era il camino incassato nel muro: generalmente si presentava formato da una nicchia quadrata, rare volte rettangolare, la cui sovrastante cappa invisibile era incassata nel muro. Il piano di fuoco era alto una spanna, o al massimo quanto il ginocchio; i due sostegni laterali ed il frontone trasversale posto all'altezza di 150-160 cm, sporgevano lievemente. Durante l'estate il camino incassato nel muro, detto "furnèl", se non usato, veniva chiuso con una tenda (allegata fotografia n°5).

A fianco del "furnèl", si trovava spesso la cosiddetta cucina economica (stufa) che mediante tubi, detti "canùn", immetteva il fumo nella canna fumaria del camino: a volte i "canùn dlà stùvia" prima di giungere nel "furnèl" attraversavano tutta la stanza per poter godere completamente del calore del fumo. In base alla forma ed al materiale di fabbricazione prendevano diversi nomi: "stùvia" o "putagè".

La prima, di dimensioni più modeste rispetto la seconda, era una piccola stufa quadrata o rettangolare di ghisa con un numero di fornelli solitamente compreso tra due e quattro (un fornello era più grande degli altri).

Era utilizzata soprattutto per riscaldare l'ambiente ed anche per cucinare (allegata fotografia n°5).

La seconda poteva essere costruita in muratura e ricoperta con piastrelle smaltate o fabbricata interamente in ferro: tuttavia era sempre ricoperta da una piastra di ferro sulla quale venivano messi i tegami che potevano essere a diretto contatto con il fuoco mediante dei fori la cui larghezza veniva decisa dalla "cuoca" grazie a degli anelli concentrici estraibili. La legna in tale stufa veniva bruciata in un piccolo vano le cui facce laterali erano in terra refrattaria e la cui base inferiore era costituita da una griglia che permetteva il passaggio della cenere nel vano sottostante dotato di un cassetto per la raccolta di questa. Mediante sfiatatoi nello sportello si regolava l'afflusso di aria e di conseguenza la vivacità del fuoco. Tale stufa era utilizzata per cucinare (allegata fotografia n°6).

Ambedue le stufe erano solitamente poste all'interno della stanza da cucina, mentre per il riscaldamento delle altre camere si utilizzavano piccole stufe di ghisa ad un solo fornello. Se le camere da letto risultavano mal riscaldate o troppo umide, molti contadini ritenevano indispensabile riscaldare il proprio letto mediante il "prete", un particolare scaldaletto. Esso, chiamato "prèvo", consisteva in un'intelaiatura di legno di forma allungata costituita da quattro assi longitudinali, che si toccavano alle estremità, collegate ad altre quattro verticali e da due ripiani di legno ricoperti di lamiera; su quello inferiore veniva poggiato il recipiente di terracotta con la brace (allegate fotografie n°7 e n°8).

In alcune situazioni non veniva usato il prete ed il letto veniva riscaldato con la "bottiglia dell'acqua calda".

Trasporto nella prima metà del secolo.

 Nel mondo contadino il trasporto di oggetti poteva essere eseguito dalle persone stesse utilizzando:

- alcune parti del proprio corpo: su una spalla, con le mani, sotto un braccio o sul fianco;

- attrezzi atti al trasporto adoperati da un solo uomo: ad esempio la gerla cubica da portare a spalla o la gerla adattata con cinghie al trasporto su dorso (allegati fotografie n°9 e n°10);

- attrezzi da trasporto per due persone: mediante l'uso di "barelle" adattate in modo diverso in base al materiale da trasportare ma comunque costituite da due stanghe sulle quali poggiava il piccolo pianale di carico (ad esempio una cesta).

Un altro tipo di trasporto, anche se quasi in disuso all'inizio del secolo, poteva realizzarsi mediante animali da soma, asini e muli.

Non va dimenticato il trasporto per trascinamento del carico posto su slitta o treggia, "lesa", ad opera di equini o bovini a seconda della dimensione della fattoria. La "lesa" era costituita da due pesanti panconi di legno alti fino a 30 cm., anteriormente piegati leggermente verso l'alto, sui quali poggiavano delle traverse di legno che componevano il pianale di carico; veniva utilizzata durante l'inverno per il trasporto e spargimento del letame o del terricciato ( i cumuli di terra e letame prendevano il nome di "tarò").

Numerosi sono stati invece i mezzi di trasporto su ruote a trazione animale usati nelle nostre campagne fino agli anni cinquanta di questo secolo, ossia fino a quando la meccanizzazione in agricoltura rivoluzionò un mondo che era rimasto immobile per secoli o meglio per millenni.

Nel mondo contadino i carri vanno distinti: a trazione equina ed a trazione bovina; altra distinzione: quelli adibiti al trasporto di persone e quelli destinati al trasporto di merci.

Prima di descrivere i carri usati nelle campagne è bene ricordare i loro geniali costruttori: i carradori ("saron"). Il loro mestiere è ormai del tutto scomparso, ma un tempo le loro officine erano numerose: prima della seconda guerra mondiale nelle zone prospicenti la Marsaglia erano presenti cinque se non sei carradori e il lavoro non mancava.

Le forme per ogni pezzo di carro risultavano caratteristiche per ogni carradore quasi un "marchio di fabbrica" e si capisce, quindi, perchè il "saron" sulle sponde del carro o su altre parti, ma sempre ben visibile, ponesse il proprio nome ed indirizzo quasi sempre decorato a vari colori. I modelli preparati una volta, servivano al carradore per tutta la vita e venivano trasmessi ai figli come preziosa eredità; infatti le carradorie passavano ai discendenti del titolare, anche per più generazioni. Per fare i modelli, "modei", che come si è detto riproducevano le varie parti del carro, si usava legno dolce come il pioppo e l'abete sagomato con le seghe a mano, poi con quelle circolari e rifiniti con raspe e coltelli a due manici.

Per ogni parte del carro occorreva un legno particolare: il frassino per le stanghe dei carri a trazione equina e per i timoni dei carri a quattro ruote ("cher"), per le parti esterne del piano di carico dei "cher", per i pezzi di listello che univano le precedenti all'asse centrale del pianale, per le parti laterali del cassone del carro a due ruote ("carton") e del barroccio ("biròcc"); la gaggia, o la quercia o il melo per il mozzo della ruota, per i raggi e per le centine, parte circolare in cui venivano incastrati i raggi e che davano la particolare sagoma alla ruota.

Il carradore doveva prestare la massima attenzione nella costruzione della ruota.

Modellata la parte lignea si bucava nella sua lunghezza il mozzo prima con grossi succhielli, poi rifinendo il lavoro con scalpelli onde potervi far entrare la bronzina che foderava internamente il mozzo proteggendolo dall'attrito dell'assale che vi ruotava all'interno. Il tutto era rinforzato esternamente da vari cerchi in ferro. Nella parte centrale venivano incastrati, in appositi fori, i raggi tutti a ugual distanza. Il raggio incastrato nel mozzo veniva in seguito fissato alle centine a forma di segmento di cerchio e che davano alla ruota la caratteristica forma rotonda e in questo modo si riduceva al minimo l'attrito di essa sul terreno facendola appoggiare in una sola linea del cerchione. Per assemblare il tutto si faceva entrare a forza il cerchione di ferro surriscaldato: il cerchione raffreddandosi assemblava il tutto.

Le ruote lavoravano in coppia mediante l'assale, robusta barra di ferro quadrangolare nella parte centrale e terminante alle estremità a tronco di cono per adattarsi alle bronzine; quasi in punta all'assale veniva praticato un foro in cui si faceva passare un ferro che impediva alle ruote di uscire verso l'esterno dell'assale, per tenerle in posizione.

I mezzi di trasporto per le persone.

I contadini più ricchi, i "particolar dle coste larghe" (letteralmente i contadini proprietari dalle costole larghe), utilizzavano come mezzo di trasporto il calessino, chiamato in piemontese "doma" che aveva talvolta le ruote cerchiate con gomma, era molleggiata e poco pesante, era trainata da cavalli vivaci ed adatti al trotto veloce e poteva portare da due a tre persone compreso il conducente.

La doma veniva utilizzata per recarsi al mercato ed alle funzioni religiose, ad esempio la messa festiva.

Un altro mezzo usato per trasportare persone era il barroccio, "biròcc", che aveva le caratteristiche di un carro a due ruote, ma un po' più elegante e maneggevole.

Il biròcc era utilizzato per trasportare le merci che venivano vendute o comprate alle fiere od ai mercati.

Questo mezzo di trasporto veniva utilizzato sovente dai pollivendoli che si recavano alle cascine per ritirare uova e pollame (ricordiamo che questi rappresentava l'unica ricchezza per le donne o meglio le mogli dei capofamiglia, che con il ricavato compravano ciò che non veniva prodotto in cascina, soprattutto stoffe per preparare il corredo alle figlie).

I raccoglitori di latte, operai che passavano di cascina in cascina a ritirare i bidoni pieni di latte e lasciarvi in sostituzione altri vuoti, usavano pure il barroccio. I bidoni erano posti lungo le strade in cui passava il raccoglitore che ogni mese doveva lasciare, contenuti nei bidoni, dei panetti di burro proporzionalmente al latte ritirato, omaggio del caseificio ai suoi fornitori. Il passaggio del raccoglitore avveniva due volte al giorno: al mattino molto presto e nel tardo pomeriggio possibilmente sempre alla stessa ora.

Mezzi di trasporto merci a traino equino

Il più noto di tutti è il carro a due ruote ("carton") che non serviva solo per l'agricoltura ma anche per trasportare qualsiasi altra merce: era l'autocarro del passato.

Le ruote del "carton" erano a raggio molto lungo ed erano assai robuste poichè dovevano sostenere carichi notevoli; anche gli assali erano particolarmente resistenti; ad essi, mediante due staffe erano fissati i longheroni laterali su cui si poggiava il piano di carico.

Nella parte anteriore i longheroni continuavano nelle stanghe a cui era attaccato l'equino mediante finimenti di cuoio che permettevano all'animale di sopportare il notevole peso e nel contempo trainare il carro. Il vero organo di traino erano le catene, robuste e ben fissate alle stanghe, una a sinistra e l'altra a destra dell'animale e si infilavano negli appositi ganci del collare.

Due sponde laterali formavano il cassone aperto da due lati: robusti ferri ad angolo fermavano le sponde al pieno carico.

I contadini avevano l'abitudine di recarsi in grosse comitive in luoghi ove si svolgevano particolari funzioni mediante l'uso del "carton". Ad esempio in occasione delle Feste in onore della Madonna che si volgevano a Trana nel mese di settembre, si era soliti recarsi con il "carton": si partiva alle tre di mattino per giungere alla meta alle otto; nella parte interna del cassone venivano fissate due panche dove sedevano vecchi, donne e bambini e nel mezzo si ponevano le borse con le cibarie e capaci fiaschi di vino; nella parte posteriore si sedevano gli uomini e i giovanotti con le gambe penzoloni al di fuori. Il viaggio era lungo e per ingannare il tempo si recitava il rosario o si intonavano allegre canzoni; i gitanti partecipavano alla funzione religiosa e dopo il pranzo sulle rive del Sangone, i più giovani si divertivano al ballo pubblico e gli anziani si godevano il fresco all'ombra dei castagni mentre i bambini scorrazzavano lungo il greto del torrente. Alle cinque pomeridiane si iniziava il ritorno verso casa che si sarebbe ultimato per le dieci circa.

A trazione equina vi era il carro ribaltabile: il "tombarel". Questo carro era dotato di una sola coppia di ruote assai robuste ed il cassone poteva essere ribaltato, facendolo ruotare su perni di ferro attorno all'assale delle ruote, dopo averlo liberato dal fermo che lo teneva collegato con il resto della struttura. Il "tombarel" veniva usato in particolare per spandere i terricciati ("spatarè la tera") sulla terra gelata dei prati; era un metodo di concimazione che prevedeva di ricoprire la superficie dei prati con terra sciolta preventivamente concimata; la terra veniva caricata sul "tombarel" e sparsa mediante pale.

Mezzi di trasporto a traino bovino.

Il carro forse più diffuso nelle nostre campagne era quello a quattro ruote a traino bovino ("cher") (allegato grafico n°4).

Il "cher" era formato da varie parti:

- le quattro ruote riunite a coppia mediante l'assale, la cui parte centrale era rivestita dal copriassale, una guaina in legno collegata mediante grossi cavicchi da una parte e dall'altra con le strutture portanti del carro;

- il "grop dnans" per l'assale delle ruote anteriori;

- il "grop darè" per l'assale delle ruote posteriori.

Particolare importanza aveva il "grop dnans" poichè ad esso era collegato il timone, organo di traino per i bovini che era unito al "grop" mediante il portatimone.

Il timone era un travetto di legno di frassino in due pezzi uniti mediante lamine di ferro che avvolgevano i due tronconi; questi servivano per dare maggior resistenza ed una certa curvatura verso l'alto in modo che fosse più facile l'attacco al giogo che veniva posto sul collo degli animali e quindi più in alto del portatimone.

Il "grop dnans" era formato da due parti ruotanti intorno all'asse centrale di ferro che da una parte lo collegava al portatimone e dall'altra al pianale di carico. Nei movimenti laterali la parte inferiore del "grop" incastrata nel portatimone seguiva i movimenti del timone mentre la parte superiore collegata al pianale di carico rimaneva ferma. Lo spostamento delle ruote anteriori del carro determinava la direzione del veicolo mentre le ruote posteriori seguivano per inerzia il movimento delle prime.

Tra le due parti del "grop dnans" vi erano lamine semicircolari di ferro che facilitavano il movimento ed impedivano il logorio delle parti in legno; questi semicerchi dovevano essere periodicamente ingrassati per diminuire l'attrito.

Il "grop darè" era formato da un unico asse di legno o da due parti incastrate una nell'altra; era quindi privo di qualsiasi movimento. Fra i due "grop" vi era un robusto travetto modellato in modo da sostenere il "porta assale", una guaina in legno collegata mediante cavicchi di ferro da una parte all'assale e dall'altra alle strutture portanti del carro, determinando così una maggior stabilità del veicolo.

Sulla faccia superiore di ogni "grop" vi era il piano di carico chiamato "scaletta": era formata da due longheroni laterali uniti ad un asse centrale mediante listelli incastrati detti "scalin" tutti di ugual lunghezza e dimensione. Nella parte volta verso il basso della scaletta vi erano quattro anelli di ferro in cui venivano infilati dei bastoni per sostenere due assi, uno per parte, e così allargare il piano di carico.

Lateralmente alla "scaletta" vi erano ganci ed anelli per fissarvi i canapi ("soastr") che servivano a stabilizzare il carico. Le corde erano tese con il "torn", argano posto nella parte posteriore del carro.

Il freno era costituito da una lamina di ferro rivestita da un asse di legno ad essenza forte che ricopiava nella curvatura concava il convesso delle ruote posteriori.

Per mezzo di leve si faceva aderire il freno, a seconda delle necessità, al cerchione delle ruote.

I "cher" erano adibiti esclusivamente al trasporto dei prodotti agricoli ad eccezione del bucato da portare a lavare al corso d'acqua prescelto. Il bucato nelle famiglie contadine assumeva una particolare importanza poichè coinvolgeva tutte le donne della cascina.

Il risciacquo al fosso era l'ultima di una serie di operazioni che avevano occupato per circa tre giorni tutta la manodopera femminile della casa. Al mattino del giorno prescelto si poneva sul pianale del "cher" uno strato di paglia pulitissima e sopra ad essa dei panni candidi e finalmente ben ordinati tutti i capi da risciacquare. Un uomo, unico rappresentante maschile a cui veniva richiesta collaborazione, aggiogava al carro una coppia di buoi e portava al fiume l'allegra comitiva di "ciarlere" lavandaie che durante il tragitto si erano sedute attorno al mucchio di biancheria; sul carro erano stati anche caricati assi per lavare, pezzi di sapone, capaci borse con cibi vari, nonchè alcuni fiaschi di vino. Giunti a destinazione l'uomo toglieva il giogo agli animali e tornava in cascina, mentre le donne iniziavano il lavoro; al termine in attesa dell'arrivo del conducente consumavano il pranzetto innaffiato da abbondanti libagioni, poi, mentre le più anziane si sedevano a riposarsi presso il carro anche per evitare sempre probabili furti di biancheria, le più giovani scherzavano magari spruzzandosi d'acqua a vicenda o intonavano allegre canzoni.

Un altro carro a trazione bovina era la "caretta stravacòira": carro ribaltabile a due sole ruote. Era del tutto simile al "tombarel" e svolgeva le medesime funzioni.

Questi carri erano attaccati agli animali mediante giogo e, precisamente si tratterà in questa sezione del giogo da nuca che era il più diffuso e che presentava in base al tipo di animale a cui era messo, caratteristiche diverse: verrà analizzato dunque il giogo per bovini e il giogo per equini. Questi due tipi di giogo a loro volta possono venire distinti in doppi o semplici.

Il giogo doppio era utilizzato laddove il carro presentava il timone (cioè una stanga singola) come nel caso del "chèr" mentre il giogo singolo veniva utilizzato per i carri a due ruote quali la "doma", il "biròcc" , il "carton" o il "tombarel".

Il primo tipo, presentava in posizione mediana una o due verghe robuste di quercia o di olmo, che venivano attorcigliate ad anello, attraverso il quale era introdotto il timone che a sua volta veniva fissato al passante; alle due estremità vi erano i rispettivi attacchi da collo costituiti, ciascuno, da due stanghe di legno ed eventuali corde per agganciarlo al bue o alla vacca (allegato grafico n°5, fig.1). Per gli equini l'attacco da collo presentava un particolare collare che permetteva di adattare il giogo all'animale (allegato grafico n°5, fig.2).Il collare era costituito da due parti: un grosso cuscino di paglia ricoperto di stoffa o di cuoio, che veniva messo intorno al collo dell'animale e una parte in legno che si metteva sopra al primo. Se si trattava di un cavallo oltre al collare si aveva un sistema di corregge per poterlo attaccare ad un timone a due stanghe; si aveva: il pettorale che era una cinghia che passava trasversalmente sul petto della bestia e da cui partivano i tiranti per l'aggancio delle stanghe, il sottopancia che era anch'esso costituito da una larga cinghia che passava sotto la pancia dell'equino insieme all'imbraca, che era una serie di cinghie che passavano sulla groppa e sotto la coda del cavallo, al fine di tenere uniti tutti i finimenti.
Il secondo tipo, ovvero il giogo singolo ("giuetto"), presentava alle due estremità i rispettivi passanti di verghe o di cuoio, attraverso i quali venivano introdotte e fissate le stanghe; al centro del giogo vi era l'attacco da collo costituito semplicemente da due legni (allegato grafico n°5, fig.3).

Inoltre questi tipi di giogo erano gli stessi utilizzati per l'uso degli aratri, degli erpici, etc.

Mezzi di trasporto a trazione umana.

I carradori costruivano anche "carette a man" (carrette a mano) molto usate nel mondo contadino sia dagli uomini che dalle donne. Avevano un' unica ruota, di diametro limitato, posta nella parte anteriore del cassone, che era fornita di un mozzo allungato dalle due parti in modo che i perni si potessero inserire in supporti collegati con i longheroni laterali su cui poggiavano gli assi del piano di carico e che continuavano nei due manici per permettere la spinta da parte dell' utente.

Il cassone, formato dal piano di carico, era aperto anteriormente ed era fornito di due sponde laterali mobili e del fondo inchiodato al piano.

Era adoperata dalle donne per portare letame negli orti, e per portare in cascina i prodotti di questi. Inoltre era utilizzato per portare al fosso il piccolo bucato settimanale insieme all'asse per lavare.

Il piccolo veicolo veniva adoperato dagli uomini, specialmente in inverno, per togliere il letame dalla stalla e portarlo in cortile sul letamaio.

 

Utensili e meccanizzazione.

Introduzione.

La meccanizzazione dell'agricoltura risultò nella Marsaglia, come nel resto della pianura padana , contraddistinta, nel corso di questo secolo, da tre diverse fasi. La prima, che ha occupato interamente i primi cinquant’anni, è stata la fase di penetrazione più lenta, incerta e contrastata.

Due fattori, in particolare, si frapponevano come ostacolo alla diffusione delle macchine motrici ed operatrici, la mediocre affidabilità dei prototipi che un' industria ancora nella fase pionieristica immetteva sul mercato, da cui derivava un generale scetticismo nei confronti dell'innovazione, la condizione di grande abbondanza di lavoro umano nell'agricoltura e dunque salari infimi. Ciò spesso annullava la convenienza di investire in un mezzo, la macchina appunto, che risparmiava lavoro; in più, rendeva assai poco popolare l'innovatore che si avventurava ad acquistare la macchina e, di conseguenza, non assumeva più lavoratori andando a fomentare il grande problema di inizio secolo della disoccupazione. Memorabili e scoraggianti furono all'inizio del secolo, le agitazioni bracciantili nella pianura padana, quando comparvero le prime macchine trebbiatrici, azionate all'inizio da locomobili a vapore (solo più tardi lasciarono il posto a trattrici a combustione interna). Successivamente le macchine trebbiatrici riuscirono ad imporsi e si assistette alla proliferazione di queste accompagnate dalle mietilegatrici.

Peraltro, la meccanizzazione che si affermò nella prima fase fu improntata alla realizzazione di lavori che gli uomini, con loro braccia, non riuscivano a fare o che, comunque, nonostante i bassi salari, avevano un costo proibitivo.

Il caso delle lavorazioni medio-profonde del terreno è l' esempio più palese dei lavori in cui, comunque, le braccia umane risultavano troppo costose. E' appena il caso di ricordare che queste operazioni fino agli anni trenta incontravano un ostacolo grave nel peso eccessivo delle macchine operatrici a vapore (con pesi che raggiungevano e superavano a volte i 100 quintali), le quali costipavano eccessivamente il terreno o non riuscivano a procedere su di esso. Solo dopo la prima guerra mondiale comparvero macchine motrici con motore a combustione interna di sufficiente potenza che permise di ridurne sensibilmente il peso.

Nonostante tutto, il processo di meccanizzazione restò lento: lo sforzo pubblico convogliava i capitali in altre direzioni con lo scopo di offrire terra ai numerosi lavoratori che premevano per insediarsi stabilmente in aziende agricole.

La seconda fase della meccanizzazione comincia all'indomani della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale. L'offerta di trattrici raggiunse in quegli anni livelli qualitativi molto superiori a quelli del passato ( si era passato dai motori a vapore, ai motori a testa calda ed infine ai motori Diesel), con un ulteriore miglioramento della gamma e delle prestazioni.

Ciò non sarebbe bastato se, contemporaneamente, la "questione agraria", ovvero la pressione del lavoro sulla terra, non avesse trovato una rapida attenuazione. La soluzione non scaturì dal seno dell'agricoltura, ma dal resto del sistema economico, vale a dire dallo sviluppo rapido delle attività industriali.

Questo fenomeno, in grande misura inatteso, assorbì durante gli anni cinquanta grande parte dei disoccupati e cominciò a chiamare ben presto un numero crescente di lavoratori agricoli.

Ciò fece aumentare il prezzo del lavoro salariato, facendo scattare la convenienza di sostituire il lavoro che scappava dall'azienda con il capitale macchine.

Questo aspetto coinvolse, oltre alle macchine motrici, quelle operatrici: fu l'epoca delle trattrici di media potenza adattate alle esigenze delle piccole e medie aziende nate dall'epurazione del mondo rurale.

La meccanizzazione sconvolse le famiglie contadine che perdettero una parte consistente dei loro componenti e gli equilibri tecnici e millenari su cui reggeva l'azienda agraria, perchè non sostituì solo il lavoro che spontaneamente se ne andava, ma anche il bestiame da lavoro. Si tentò di modificare le capacità produttive di questo bestiame, indirizzandolo alla sola produzione di carne ma ben presto, per quanto riguarda la zona della Marsaglia, venne soppiantato per la maggioranza da razze di bovini da latte, come d'altronde accadde nella pianura padana.

La terza fase della meccanizzazione che raggiunge gli anni settanta è caratterizzata da una "sovrameccanizzazione" delle aziende agrarie di modeste dimensioni dove risultava palese l'eccesso di potenza motrice e il numero eccessivo di macchine operatrici, anche superflue, per azienda: 5 o 6 trattrici e relative macchine operatrici per la conduzione di aziende di 15-20 ettari.

La quarta fase si ha a partire dalla seconda metà degli anni settanta, quando si è resa opportuna una restrutturazione delle aziende agricole volta a ridurre quella voce passiva caratterizzante il bilancio economico dell'azienda agricola italiana, il costo macchine, incentivando ad esempio il ricorso al contoterzismo o a forme societarie di servizi meccanici.

 In questa sezione verranno esaminate concretamente le varie innovazioni che si sono susseguite nell'arco della prima metà del secolo, per quanto riguardano gli specifici campi di applicazione: preparazione del letto di semina, semina, lavorazioni colturali, raccolta e fienagione.

-Preparazione del letto di semina.

Fino all'avvento delle trattrici l' aratura dei campi avveniva mediante aratri leggeri ("sloire") trainati da un animale o da una coppia di essi, che praticavano una lavorazione particolarmente superficiale (lo strato interessato era di 10-15 cm), rispetto a quelle odierne.

La "sloira" risalente al 1850, nella zona oggetto di studio,era costituita da bure in legno, che fungevano da manici, dal vomere che era incerniato sulle bure e tenuto in posizione da un perno in modo da permettere di poter ruotare una volta giunti in testa al campo.

Le lavorazioni complementari venivano eseguite mediante uso di erpici (leggeri perchè trainati da animali) che effettuavano un buon sminuzzamento solo quando il terreno si trovava allo stato di tempera o si trattava di suoli leggeri; quando per motivi atmosferici i terreni da arare non si presentavano in tempera (troppo asciutti o troppo molli), si creavano delle zolle particolarmente tenaci dette in dialetto "motàss" , che le semplici lavorazioni complementari meccaniche azionate dai buoi o dai cavalli non erano in grado di rompere, allora gli agricoltori assumevano manovali che sminuzzavano i "motàss" con le zappe.

Con l' introduzione negli anni 40-50 delle trattrici e di macchine operatrici azionate dalla presa di potenza di queste, lo sminuzzamento del terreno per la semina era garantito in quasi tutti i terreni.

 -Semina.

Verso gli anni 40, la seminagione manuale viene sostituita dalle macchine seminatrici trainate inizialmente da cavalli o buoi e successivamente dalle trattrici.

Nella zona della "Marsaglia" la prima "màchina da samne" risale al 1940: era formata da una tramoggia per il seme che viene spinto nei tubi aduttori dal distributore azionato da ingranaggi collegati alle ruote di ferro; il seme veniva deposto nei solchi tracciati dai solcatori per seminare a file i cereali; veniva trainata da una coppia di animali.

E' pressochè il funzionamento delle odierne seminatrici da cereali autunno-vernini denominate seminatrici semplici.

Oggi giorno vi sono seminatrici complesse e di precisione per la semina ad esempio del mais, mediante le quali oltre alla semina vengono esplicate altre operazioni quali la fertilizzazione localizzata e la concia.

-Lavorazioni colturali.

Negli anni antecedenti lo sviluppo dei trattamenti erbicidi in agricoltura, cioè prima degli anni 50, le lavorazioni colturali per eccellenza erano la scerbatura e la sarchiatura.

Alla fine del diaciannovesimo secolo le infestanti che proliferavano nei coltivi, venivano estirpate a mano e mediante ausilio di zappe; all'inizio del nuovo secolo compaiono nella zona le prime sarchiatrici a mano chiamate in dialetto "sariòre": erano formate da due manici in legno regolabili in altezza, da una ruota di ferro ed erano munite di due zappette per sarchiare l'erba nell'interfila dei cereali e soprattutto questa operazione riguardava il mais.

In breve tempo le sarchiatrici furono poi trainate dagli equini e oltre ad interrare l'erba rincalzavano il cereale, per poi facilitare anche l'irrigazione laddove risultava possibile.

La sarchiatura come accennato precedentemente avveniva nell'interfila mentre sulla fila si interveniva manualmente all'estirpazione delle erbe infestanti o all'inizio della seconda metà del secolo si interveniva in modo localizzato con i primi prodotti fitosanitari mediante utilizzo di irroratrici spalleggiate (le cosiddette "duie d’ l'eva")

Successivamente i trattamenti chimici si estesero a pieno campo con utilizzo di irroratrici portate dalle trattrici e la scerbatura e la sarchiatura nei cereali non veniva più eseguita.

-Raccolta.

La raccolta dei cereali autunno-vernini, nella prima metà del secolo, veniva eseguita dal faticoso lavoro di taglio a mano con la falce messoria ("mansoira"), di formazione e legatura dei covoni in campo e del trasporto di questi in fattoria ove venivano in un primo momento ammucchiati a formare delle piramidi più o meno regolari e poi in un secondo tempo veniva eseguita la trebbiatura a mano con il correggiato o con il bastone nelle aie delle cascine; in seguito a quest'ultima operazione si eseguiva la pulitura del grano mediante crivellazione per separare i chicchi dalle impurità quali frammenti di paglia, pula e semi di erbe infestanti. Una parte del raccolto veniva destinata alla seminagione dell'anno seguente. Con la trebbiatura a macchina che sostituì nel primo trentennio del secolo quella manuale, l'operazione di pulitura del frumento veniva eseguita dalla macchina stessa. Oggi la raccolta dei cereali autunno-vernini viene fatta mediante utilizzo di macchine mietitrebbiatrici sempre più perfezionate.

Non si è direttamente passati dal taglio a mano alla mietitrebbiatura meccanica, ma nell'arco di 4 o 5 decenni sono state costruite e messe in campo macchine atte a sopperire la fatica umana nella raccolta dei cereali.

All'inizio degli anni 30 compare la mietilegatrice che tagliava e formava i covoni, che dovevano solo più essere trebbiati, trainata dai cavalli e poi dalla trattrice.

Per il mais, le spighe venivano raccolte a mano e messe ad essiccare legate ad un telaio verticale di legno a formare le "pantalere" riparate dalle intemperie da una tettoia: una volta essiccate le spighe venivano sgranate manualmente o mediante sgranatrici meccaniche azionate a mano dal fattore; negli anni 30 vengono introdotte le sgranatrici azionate dalle trattrici.

All'inizio degli anni 50 le spighe venivano raccolte da macchine raccoglitrici azionate dalla trattrice e le spighe venivano messe ad essiccare in apposite gabbie alte 4-5 metri e larghe 0,5-0,7 metri; una volta essiccate la granella veniva separata dal tutolo, mediante sgranitrici azionate dalle trattrici.

Furono poi utilizzate negli anni 60-70 le mietitrebbiatrici ove la separazione del seme dal rachide avviene in campo e per la conservazione la granella viene essiccata in appositi essiccatoi, costituiti da un bruciatore a gasolio e da un capiente cilindro; il mais, pianta intera, viene raccolto da macchine trinciatrici per ottenerne silo-mais.

-Fienagione.

La meccanizzazione delle operazioni di fienagione ha contribuito fortemente a ridurre il numero di addetti per lo svolgimento di queste. All'inizio del secolo predominava la figura del falciatore che partiva all'alba per ritornare a sera inoltrata: gli attrezzi di cui necessitava erano la falce fienaia con il portacote e la cote per affilare l'utensile durante il lavoro, l'incudine ed il martello per ribattere le tacche e le asperità della lama (allegato grafico n°6, fig.A). Le donne, gli anziani ed i bambini spargevano e rivoltavano il fieno con un bastone detto "fnor" e ammucchiavano il fieno alla sera o per la raccolta con l'ausilio del rastrello. Una volta essiccato, il fieno, sciolto, veniva caricato sui "chèr" con la forca, "trént", e messo a dimora sui fienili sovrastanti la stalla a formare i "teppo". Il contadino, poi, durante l'inverno per utilizzare il foraggio, doveva asportare il fieno dal "teppo" con un particolare strumento chiamato tagliafieno.(Allegato grafico n°6, fig.B).

Con la meccanizzazione l'operazione di sfalcio è eseguita da bare falcianti o da falciatrici ad organi ruotanti azionate dalla trattrice. Le operazione volte all'essicazione del foraggio, vengono eseguite da macchine operatrici quali il voltafieno e il ranghinatore. Per la raccolta si utilizzano presse-imballatrici prismatiche o cilindriche, e il fieno viene stoccato in appositi capannoni ad opera di trattrici dotate di elevatore frontale.

L’allevamento ieri ed oggi.

L'allevamento più rappresentativo nella Marsaglia era ed è quello bovino anche se con il passare degli anni ha subito sostanziali modifiche.

Queste ultime possono essere riassunte in tre parametri di comparazione tra l'allevamento di "ieri" e quello di "oggi":

-1. le razze allevate;

-2. le strutture di accoglienza del bestiame;

-3. il tipo di alimentazione.

All'inizio del secolo la razza predominante e forse anche l'unica allevata, era quella piemontese che svolgeva molteplici ruoli: si è parlato di una razza a triplice attitudine, in quanto offriva forza lavoro, latte e carne.

Con la meccanizzazione i bovini non venivano più utilizzati come animali da lavoro, ma allevati per la produzione di carne e latte (duplice attitudine).

Negli anni settanta si è cercato di prediligere nella Piemontese la sua caratteristica ipertrofia muscolare, che fa di tale razza una delle principali per la produzione di carne, a scapito dell'attitudine lattifera. In questo periodo, però, si assiste all'introduzione nella zona di razze allevate esclusivamente per la produzione di latte, ad opera di intraprendenti ed innovatori agricoltori. Si hanno dunque due tipologie di razze allevate: la Piemontese e la Frisona. Inizialmente le due razze vengono allevate insieme nella stessa fattoria, ma all'inizio degli anni ottanta l'ultima arrivata sostituisce la prima per motivi di economicità e per la facile applicazione delle innovazioni tecnologiche a questo tipo di allevamento. La razza piemontese viene allevata ormai solo da pochi assidui sostenitori di tale animale, con una percentuale di incidenza sul carico bovino della zona del 5-10%.

Ci si rende conto di come una razza fortemente radicata sul territorio nel passato, viene sostituita da una razza che oggi viene allevata senza tener conto dei ritmi della natura come una macchina per produrre sempre più latte, visto che ultimamente presenta un riscontro economico maggiore di quello della piemontese.

Le stalle, nella prima metà del secolo, erano viste come un ricovero per gli animali nei mesi invernali e alla sera nella bella stagione, poichè nei mesi estivi i bovini erano condotti al pascolo custoditi da bambini o anziani con l'ausilio di cani, i cosiddetti "vachè". Successivamente l'allevatore delimitava la porzione di pascolo del giorno con una semplice recinzione metallica, costituita da un fil di ferro sorretto da pali ("palocc") all'altezza del bacino, attraverso la quale scorreva ad intervalli di un paio di secondi elettricità emesse dai "vachè" elettrici e le vacche in questo modo non dovevano più essere controllate dai tradizionali custodi.

Le stalle erano a stabulazione fissa e le poste erano posizionate a groppa-groppa.

Negli anni settanta con l'introduzione delle falcia-trincia caricatrici, gli animali non venivano più condotti al pascolo, ma l'allevatore portava ad essi nella stalla il foraggio fresco.

Con la sostituzione della razza piemontese con quella frisona si assiste ad un vero cambiamento nel sistema di allevamento: il sistema a posta fissa viene abbandonato per quello a posta libera per un maggior benessere dell'animale, sostenuto da un maggior riscontro produttivo; l'alimentazione stagionale (foraggio verde per 8 mesi all'anno e foraggio secco per i 4 mesi invernali) viene sostituita dall'alimentazione uni-feed (piatto unico), uguale per tutto l'anno.

Solo ormai pochi gli allevatori, e soprattutto allevatori di bovini piemontesi nella linea vacca-vitello, praticano l'alimentazione stagionale.

Inoltre il sistema di mungitura nell'allevamento della vacca piemontese era un aspetto marginale visto che veniva munto ciò che residuava dall'allattamento diretto dei vitellini, mentre negli allevamenti di vacche frisone predomina la sala mungitura ed i vitellini vengono svezzati con latte in polvere ricostituito.

In passato la presenza di allevamenti minori, quali maiali, conigli, polli, anatre era una peculiarità dell’azienda contadina mentre oggi tali allevamenti sono sporadici e rari.

Inoltre nei secoli scorsi, fino al secondo conflitto mondiale, l’allevamento del baco da seta ("boje") rappresentava uno dei maggiori valori aziendali.

 

Il lavoro dei contadini all'inizio del secolo: tra religiosità e tradizione.

La tradizione e il sentimento religioso nel passato permeavano e condizionavano numerosi aspetti del lavoro dei contadini. La popolazione rurale di ieri rispetto a quella odierna sentiva maggiormente quell'intimo rapporto che vi è tra uomo e natura poichè l'individuo era a più stretto contatto con la terra, osservava con più attenzione i cambiamenti stagionali e seguiva come si suol dire i ritmi stagionali impostegli dalla natura. Da ciò scaturiva quel profondo rispetto religioso per la natura in quanto il contadino si sentiva parte integrante di essa; inoltre questo sentimento infondeva nell'uomo della campagna una sorta di venerazione della terra, degli animali e delle piante poichè era riconoscente del benessere che questi gli procuravano.

Non sempre la natura è favorevole al lavoro dei campi: a volte una grandinata improvvisa, una gelata tardo-primaverile, come quella che nel maggio del 1945 distrusse tutti i raccolti, una prolungata siccità estiva possono compromettere mesi e mesi di duro lavoro. Dinanzi a tali eventi calamitosi i nostri nonni erano impotenti: nessuna copertura assicurativa garantiva loro un sia pur minimo rimborso dei danni subiti e del resto, anche se ci fossero stati consorzi antigrandine, per le misere condizioni in cui i contadini vivevano non sarebbero stati in grado di pagare i relativi premi. Inoltre i governi nazionali di inizio secolo non avevano promulgato nessuna legge in merito alle calamità naturali e al sostegno del settore primario.

Era dunque giusto il detto: "L pòrtafeuj dij paisan a l’è sij erbo" (il portafoglio dei contadini è sugli alberi). Gli onerosi patti agrari, le ingiuste leggi vigenti come quella sul "macinato", costrinsero molti agricoltori a cercare quel tozzo di pane, a loro qui negato, all’estero: si assistette al triste fenomeno dell’emigrazione "en Merica" o "en Fransa" di numerosi contadini, fiduciosi di migliorare in quei paesi la loro condizione di vita che nelle nostre campagne era sovente al limite della sopravvivenza.

La superstizione, alimentata dalle dette paure, regnava sovrana nelle campagne; i nostri avi erano incapaci di spiegare certi fenomeni naturali che spesso sfuggivano alla loro comprensione. Nelle lunghe veglie invernali nelle stalle, narratori improvvisati, dotati di fantasia e di una certa capacità di persuasione, narravano racconti immaginari con qualche riferimento alla realtà, nel tentativo di spiegare fatti o eventi di non facile comprensione. Questi narratori, a volte non appartenenti al nucleo familiare, erano mendicanti o artigiani ambulanti che venivano ospitati nelle stalle a trascorrere le fredde notti e per attribuire veridicità ai propri racconti sostenevano che quei fatti erano accaduti alle loro zie "casa e chiesa" o che gli erano stati raccontati dai loro nonni, "uomini molti saggi" ed a questo punto nessuno poteva dimostrarsi scettico. Pochi erano gli ardimentosi che passavano di notte nei pressi di un cimitero, per paura di imbattersi nei fuochi fatui "culèis" e nessuno osava entrare in una stanza nella quale pochi giorni prima era deceduto un proprio caro, soprattutto se da essa provenivano strani rumori, che potevano essere provocati da un semplice topo o un gatto. Si credeva che il defunto volesse indicare ai familiari che egli soffriva in Purgatorio "l’anima a portà pena" e perciò i parenti dovevano far celebrare messe in suffragio all’anima dell’estinto timorosi che questi potesse castigare gli immemori eredi.

Si favoleggiava anche dell’esistenza di animali malefici quali ad esempio il serpente, che raffigurava il diavolo tentatore della prima donna, ed anche la Chiesa, con i suoi insegnamenti contribuiva ad alimentare tale antipatia.

Vero terrore provocavano le "masche", meglio conosciute in altre zone d’Italia come streghe"; si diceva che assumessero le sembianze umane per meglio compiere i loro malefizi. Difendersi dalle masche non era difficile, era necessario l’uso di alcuni artifizi: mai parlare di esse senza prima aver pronunciato il nome del giorno a cui si riferiva il racconto; le donne potevano uscire alla sera solo indossando alcuni capi di vestiario del marito, non si dovevano mai lasciare per troppo tempo incostuditi i bambini per evitare che fossero rapiti dalle streghe, etc.

Si diceva che le "masche" facessero la "fisica" ossia il malocchio; difficilmente venivano identificate con uomini, spesso si accusavano le donne, soprattutto se queste erano anziane nubili di non gradevole aspetto e dal carattere schivo e scontroso che conducevano un’esistenza alquanto misteriosa. Le disgraziate alle quali venivano attribuiti i poteri delle masche venivano emarginate dai paesani e ciò contribuiva a renderle sempre più chiuse ed ad alimentare con maggior forza le credenze popolari.

Grande paura incutevano i gatti selvatici, i "ciat pitòis" in quanto si riteneva che le masche si trasformassero in questi animali per compiere meglio i loro sortilegi.

Alcune storie narrano di contadini più coraggiosi di altri che avevano inflitto a questi animali selvatici ferite lievi con bastoni, tridenti, roncole e di aver notato gli stessi traumi l’indomani sulle persone ritenute in grado "’d fe la fisica".

Nella Marsaglia si narrava la presenza del "servan", uno spirito burlone e maligno che si divertiva a giocare brutti scherzi ai malcapitati: suonare non in orario le campane, spaventare i cani da guardia o gli animali nella stalla, mettere a soqquadro solai e cantine e spaventare i bambini.

Molti anziani, oggi non più in vita, sostenevano di avere incontrato tali spiriti e di averli scacciati facendosi il segno della croce o recitando una lode alla Vergine Maria: ma pochi credono oggi a queste vere e proprie favole.

La morte spaventava molto meno i contadini di fine Ottocento rispetto a quelli odierni: essi la affrontavano con serenità e rassegnazione vedendo in essa la mera manifestazione della Natura. Essi paragonavano la morte al sonno ristoratore delle fatiche quotidiane perché questa era considerata l’eterno oblio e la fine dei mali terreni. Il trapasso veniva in qualche modo esorcizzato attribuendogli valori simbolici: il riposo invernale (la caduta delle foglie, l’erba secca ricoperta da un manto di neve, la stessa vita animale pare parzialmente cessare) visto come una morte apparente, necessario preludio del risveglio primaverile, seguito dal rigoglio estivo e dalla ricchezza dell’autunno. Il contadino era consapevole che il seme di grano per poter germinare e dare origine ad una nuova pianta, promessa di una turgida spiga ricca di chicchi, deve marcire e così i nostri avi affrontavano la morte con rassegnata dignità constatando che la loro esistenza si perpetuava nei figli e nei nipoti.

I contadini assaliti dalle svariate paure a cui ho accennato, ansiosi di evitare i gravi danni arrecati ai raccolti dalle ricorrenti avversità atmosferiche, sentivano la necessità di rivolgersi ad un essere Onnipotente, ad un Dio che però puniva gli uomini dei peccati commessi e dunque era necessario tenerselo amico.

Da ciò si capisce la necessità di costruire cappelle, piloni votivi e chiese per rimarcare la presenza fisica di Dio in mezzo agli uomini.

La vita contadina era regolata all’insegna della religione e nei giorni festivi tutti prendevano parte alle funzioni: al mattino presto verso le sei-sette, si recitava la "messa prima" alla quale presenziavano le donne; verso le dieci-undici si celebrava la seconda messa, "messa granda", accompagnata dal coro composto dai "cantor"; mezz’ora prima della funzione si svolgeva la settimanale lezione di catechismo, "la dotrin-a", alla quale partecipavano i ragazzi in età scolare ed i padri che avevano accompagnato i figli si fermavano a chiaccherare sul sagrato.

Al pomeriggio, sempre in chiesa, si celebravano particolari funzioni quali i "vespr": questi erano salmi responsoriali recitati ovviamente in latino.

Al termine dei vespri gli adulti partecipavano all’ "istrussion parochial", un corso di catechesi tenuto in dialetto piemontese per favorire la comprensione.

Tutte le celebrazioni venivano officiate in latino mentre i presenti (soprattutto le donne) recitavano il rosario e si interrompevano solo per la lettura del Vangelo, per il Sanctus, la Consacrazione e per la Comunione.

Al termine della "messa prima", le donne effettuavano in paese gli acquisti di quei beni che non potevano essere prodotti in cascina quali caffè, zucchero, olio e stoffa poiché le botteghe erano aperte durante le feste.

La vita dei nostri avi era scandita dal campanile della chiesa, e il suono delle campane riecheggiava nelle campagne come un vero e proprio orologio: il suono dell’Angelus, un invito all’adorazione della Vergine, ripetuto tre volte al giorno segnava i vari momenti del lavoro quotidiano. Lo scampanio del mattino invitava i contadini ad intraprendere i lavori nei campi, quello di mezzogiorno indicava un momento di pausa e di riposo sia per gli uomini che per gli animali e quello alla sera, dopo il tramonto, indicava l’ora del ritorno dai campi.

Inoltre il suono delle campane segnalava le funzioni religiose: un’ora prima delle cerimonie i "primi bòt" invitavano i parrocchiani ad abbandonare le loro occupazioni per prepararsi per andare in chiesa, i "bòt lungh", scanditi mezz’ora prima che iniziasse la funzione, invitavano i parrocchiani ad uscire di casa ed i "tre bòt" erano un richiamo per i ritardatari ad affrettarsi poiché la messa stava per iniziare.

La "ciòca dij moribond" poteva scandire i suoi rintocchi in qualsiasi momento della giornata ad indicare che un appartenente alla comunità stava per morire; la "ciòca cita" annunciava la triste morte di un infante e la "passà" indicava il trapasso di un adulto.

Le campane venivano suonate per annunciare le feste liturgiche ( il Natale, la Pasqua, la festa patronale, il Corpus domini), a "baudetta".

Inoltre in caso di incendio per far accorrere i contadini sul luogo del disastro per prestare aiuto venivano suonate le campane a martello.

Gli agricoltori temevano molto i danni provocati dalle grandinate e quando sembrava avvicinarsi un temporale minacciante la "tempesta", le campane suonate a martello invitavano a pregare per scongiurare il pericolo e le donne alla caduta dei primi chicchi di grandine esponevano all’intemperie croci formate da rami di ulivo benedetto od oggetti di ferro nella speranza di attirare i fulmini nel cortile e non sulle costruzioni.

La costruzione di cappelle, di piloni votivi e la pittura di tavolette votive (ex-voto)

rimarcano la credenza di un Dio punitore e della necessità di intermediari presso la divinità quali Santi o la Vergine Maria.

Erano frequenti le processioni verso cappelle edificate in aperta campagna durante le quali si recitavano le cosiddette litanie dei santi per invocare la protezione dalle calamità naturale; il prete una volta giunto a destinazione benediva l’intera campagna circostante. Gli animali venivano benedetti durante le feste padronali: si pensi a titolo d’esempio alla benedizione delle uova dei bachi da seta, "smens dle boje", quando questi rappresentavano una fonte di ricchezza per la misera famiglia contadina nella ricorrenza di San Marco o di San Felice.

Ogni santo aveva una funzione particolare: San Grato, vescovo d’Aosta, proteggeva i raccolti dalla grandine, San Isidoro proteggeva gli agricoltori e i bovari, San Francesco proteggeva gli animali, etc.

Questo profondo senso religioso, inoltre, condizionava alcuni gesti quotidiani: il "bin" (la preghiera quotidiana), il segno della croce fatto dalla massaia sul pane che doveva essere infornato per la cottura, o dalla madre sull’infante prima di porlo nella culla per il sonno notturno e la benedizione impartita dal padre al bambino in presenza della moglie nel rimarcare l’unità indissolubile della famiglia o dal padre sulla fronte della figlia prima del matrimonio o sulla fronte del figlio prima che questi parta per il servizio di leva.

In fondo Dio era presente sempre nel cuore o nella mente del contadino che recitava spesso una preghiera prima di iniziare un lavoro.

 

Classificazione geopedologica.

Il substrato geologico è caratterizzato da depositi alluvionali relativamente antichi con superfici relativamente pianeggianti, con pendenze comprese tra 0 e 2%.

Il terreno dell'area oggetto di studio, in base alla carta dei suoli d'Italia che fa riferimento alla classificazione francese, è classificato come suolo bruno lisciviato.

Suolo con alcune moderate limitazioni che riducono la produzione delle colture:

- per tessitura eccessivamente argillosa anche se ben strutturata (allegato grafico n°7, triangolo della tessitura n°1);

- per drenaggio interno tendenzialmente lento;

- per idromorfia stagionale indotta da una falda temporanea oscillante tra i 40 e 80 cm di profondità.

Questi ultimi fattori limitativi sono da mettere in relazione alla presenza di superfici più impermeabili (paleosuoli) che risultano sepolte a scarsa profondità; inoltre i sedimenti che li ricoprono -già di per sè non molto drenanti, come accennato precedentemente- risentono indirettamente della presenza di queste vecchie superfici.

Tali caratteristiche sono state migliorate negli ultimi decenni, anche se solo in parte, con adeguate sistemazioni superficiali ( opportune baulature ed affossature di scolo e sgrondo delle acque superficiali).

Nel modello agricolo sostenibile, il suolo viene considerato come una risorsa rinnovabile la cui fertilità deve essere conservata e migliorata a vantaggio delle generazioni future. Pertanto, oltre al conseguimento di un risultato economico soddisfacente per l'agricoltore, l'attività produttiva agricola che vi insiste deve essere finalizzata anche al raggiungimento di questo importante obiettivo e ogni scelta tecnica operata nella gestione aziendale deve essere dunque attentamente valutata.

In questo contesto le analisi fisico-chimiche del terreno assumono la connotazione di un indispensabile strumento sia per programmare le attività di gestione del suolo, sia per valutare a posteriori gli effetti sulla fertilità che le azioni intraprese hanno determinato.

Dunque, di seguito, verrà esposta l'analisi fisico-chimica rappresentante la condizione media di fertilità del suolo ricadente nell'area in esame.

I campioni dei terreni analizzati hanno presentato omogeneità per quanto concerne le caratteristiche fisico-chimiche; pertanto, in questo contributo, verrà riportata l'allegata tabella riguardante l'analisi suddette (allegato analisi n°1)

Come, sostenuto in precedenza, il suolo in esame presenta alcune limitazioni agricole per quanto concerne la tessitura, mentre in riferimento alle caratteristiche chimiche i terreni sono mediamente forniti di macro e microelementi.

Le attitudini agricole di tale unità di paesaggio in base alle caratteristiche fiscico-chimiche sono:

cerealicoltura vernina ed estiva, leguminose da granella, patata, colture orticole, colture foraggere di prato stabile o avvicendato, colture frutticole, colture essenziere; pioppo di ripa e di pieno campo associato con colture agrarie.

Le attitudini forestali esplicabili potenzialmente nella zona sono specie legnose pregiate quali il noce, il ciliegio e la quercia rovere.

[(*) in prossimità dei torrenti che attraversano l'area, i terreni si presentano con una tessitura sabbiosa (allegato grafico n°7 triangolo, della tessitura n°2) ]

 

Classificazione climatica.

Il clima della zona della Marsaglia, in riferimento alla carta tematica dei Climi d'Italia, è quello tipico della Regione Piemonte con influenze dell’area pedemontana del Pinerolese, data l’estrema vicinanza ai rilievi alpini.

Si riscontrano forti variazioni di temperatura nelle diverse stagioni: estati caldo afose, inverni rigidi con limitate precipitazioni.

-Piovosità: dal punto di vista pluviometrico (dati allegato diagramma delle precipitazioni e diagramma dei giorni piovosi) vengono segnalate le precipitazioni annue rilevate dalla stazione di Cumiana. Dal diagramma si riscontra una piovosità media annua di 900-1000 mm. Sono segnalate le scarse precipitazioni del mese di gennaio, che vanno via via incrementandosi raggiungendo livelli massimi nei mesi aprile-maggio ( da 100-150 mm.). Più scarse si riscontrano nel periodo estivo, luglio in particolare, con medie di 50-55 mm. Leggeri aumenti si riscontrano nei mesi autunnali, ottobre in particolare (90-100 mm.). Negli ultimi mesi dell’anno si riscontra un calo della piovosità fino a raggiungere a dicembre livelli di 45-55 mm.

- Temperature: la stagione invernale presenta forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. La temperatura tuttavia difficilmente riesce a scendere al di sotto dei -10, -12°C. Solo in qualche annata si sono raggiunti picchi di -15°C, limite oltre il quale si determinano cretti da gelo per i pioppi. Più temibili, per i danni che arrecano, sono invece le nevicate anticipate o ritardate. Esse sono causa di forti danni per tutte le coltivazioni esistenti: allettamento del mais da raccogliere (rari e sporadici casi) o il blocco dello sviluppo nel periodo primaverile; rallentamento dello sviluppo delle foraggere e del grano; rottura di pioppi per la presenza di fogliame sugli alberi.

La stagione primaverile non sempre decorre in modo regolare: a volte, infatti, si riscontrano giornate miti, alle quali sopraggiungono giornate fredde dal carattere invernale o peggio si verificano forti brinate o gelate che arrecano danni alle colture in atto: grano, erbai e mais.

Durante il periodo estivo, specialmente a luglio, vengono raggiunte temperature massime di 30-35°C, con giornate afose a volte intervallate da temporali, il cui apporto idrico può interrompere per qualche giorno le operazioni di irrigazione. Però in qualche caso si possono verificare grandinate o trombe d’aria deleterie per i raccolti. Comunque questi eventi metereologici, dannosi all’agricoltura, non hanno ovviamente una frequenza e una localizzazione precisa.

(Allegati grafici n°8 e n°9).

Paesaggio rurale: colture agricole di ieri e di oggi.

 Introduzione.

Il paesaggio, della zona in oggetto di studio, inteso come percezione visiva dell’ambiente, in relazione al variare delle colture agricole, nell’arco del ventesimo secolo ha subito profonde modifiche legate alla specializzazione che l’agricoltura di fine millennio sta man mano assumendo.

Inoltre il paesaggio ha subito dei cambiamenti in seguito alla cosiddetta "moderna rivoluzione agricola" verificatesi in Italia a partire dal boom economico che ha comportato un aumento della superficie aziendale dovuta alla fuga dalla campagna di molti soggetti ammaliati dalla vita della città. Il territorio altamente parcellizzato di inizio secolo è ormai un vago ricordo per l’odierno agricoltore di pianura in quanto la superficie media aziendale è di circa 40 ettari mentre negli anni antecedenti era di poche giornate piemontesi. I campi condotti mediante l’ausilio degli animali da traino potevano avere, senza problemi, dimensioni modeste mentre oggi giorno in seguito alla meccanizzazione più l’appezzamento è ampio, più sono facilitate le lavorazioni.

Il paesaggio era variegato: numerosi campi appartenenti a diversi possessori presentavano diverse colture. Il carattere estensivo e policolturale dell’agricoltura dei secoli addietro, fino alla metà del Novecento, rendeva suggestivo ed eterogeneo il paesaggio mentre l’odierna monocoltura e, dunque la specializzazione del settore primario, lo rende monotono ed omogeneo, simile a tutta la pianura Padana (si pensi a titolo d’esempio alla monocoltura di mais praticata in appezzamenti che si estendono "a perdita d’occhio" interrotta a volte dalle strade interpoderali).

Dunque il paesaggio ha subito modifiche in relazione alla specializzazione, alla richiesta del mercato ed all’attuazione di politiche agrarie non sempre idonee o mal interpretate che hanno contribuito alla stereotipizzazione dell’ambiente rurale. Coltivazioni che i nostri nonni effettuavano, oggi giorno sono state abbandonate per altre economicamente più redditizie o maggiormente funzionali ad altre attività azienda, quali ad esempio l’allevamento.

Il quadro paesaggistico odierno si presenta assai semplificato rispetto al passato: mais in secondo raccolto seguito da loiessa, mais in monosuccessione ed erbai hanno sostituito gran parte dei cereali autunno-vernini, dei prati stabili, dei pascoli e delle zone a bosco ceduo del passato. Inoltre nel territorio sono rimasti sporadici esemplari di gelso a testimonianza della passata bachicoltura. Dunque si desume che il paesaggio dipende dalla tipologia di uso del suolo e dall’evoluzione di tale utilizzo nel corso degli anni.

L’uso del suolo nel passato.

All’inizio del secolo la superficie agraria era suddivisa in piccoli campi o prati separati da filari di essenze arbustive o, nella maggior parte dei casi, da specie da legno quali querce, olmi, frassini, acacie, pioppi e gelsi. Tali essenze arboree, inoltre, si trovavano lungo le strade, i canali ed i corsi d’acqua. Le querce erano raggruppate sovente in piccoli boschi di proprietà comune, lungo i corsi d’acqua o in mezzo alla campagna, a testimonianza dell’esistenza della foresta planiziale che, un tempo, ricopriva tutta la pianura, e fornivano il legname da opera per la costruzione dei tetti delle fattorie. Inoltre le ghiande venivano utilizzate per l’alimentazione dei suini, in quanto i contadini portavano i maiali a pascolare nelle zone boschive. Le altre essenze arboree, quali l’olmo, l’acacia e il frassino erano utilizzati per la costruzione degli utensili, e soprattutto venivano impiegati dai carradori per la costruzione dei mezzi di trasporto.

Il gelso, i cui filari, erano situati lungo i confini tra un appezzamento e un altro, venivano impiegati per l’allevamento del baco da seta: i ricacci primaverili costituivano l’alimento base per le larva del bombice del moro (baco da seta).  Inoltre il gelso forniva preziosa legna da ardere.

Per quanto concerne le colture foraggere è da rilevare la predominanza dei prati-pascoli intervallati da alcuni campi investiti a cereali autunno-vernini quali grano tenero, orzo, segale e avena ed a mais in vicinanza dei torrenti ove era possibile l’irrigazione. Inoltre in zone particolarmente umide, ubicate presso alcune sorgenti ormai prosciugate in seguito al prelievo delle acque di falda, veniva coltivato il riso e ne è la testimonianza il nome di tali aree, tutt’oggi in voga presso la popolazione locale come ad esempio " la risèra".

Nella zona, la coltivazione del mais era condizionata dalla possibilità di irrigare come ho precedentemente asserito: non era possibile a tutti far affluire le acque dei torrenti mediante sistemi di canali e di chiuse nei campi da irrigare in seguito ad un abbassamento dei letti di anno in anno. Negli anni 60 con la rivoluzione meccanica nel campo agricolo vennero introdotte pompe verticali per il prelievo di acque di falda e di pompe idrovore per il prelievo di acque di superficie. In seguito l’irrigazione del mais divenne possibile e la superficie coltivata dedicata a tale cereale si estese. Negli anni 70 era in voga una rotazione assai semplice che prevedeva la successione mais - cereale autunno-vernino (grano, orzo, segale) - cereale autunno-vernino (grano, orzo, segale) - mais nei coltivi mentre persisteva la struttura a pascolo e dei prati stabili. Questi ultimi venivano rinnovati parzialmente in anno in anno seminando sul sito del terricciato precedentemente sparso in prato, semi rinvenuti nel fienile e dunque rappresentanti la reale composizione pratense della zona.

In questo quadro colturale le aziende presenti sul territorio erano a carattere produttivo misto sia per quanto riguarda la zootecnia (latte e carne) che per quanto riguarda la cerealicoltura.

(Per una maggior comprensione dell’uso del suolo all’inizio del secolo, si veda l’allegato grafico n°10).

 

L’uso del suolo nel presente.

La realtà produttiva agricola della zona è essenzialmente rivolta verso le produzioni cerealicole e la foraggicoltura spesso ad uso zootecnico (trasformazione dei prodotti vegetali coltivati in azienda in latte e/o carne).

I cereali ricoprono circa il 40% della S.A.U di cui ben oltre il 70% è interessato alla coltura del mais. La produzione granaria caratteristica degli anni passati ha subito un’elevata contrazione in seguito alla riduzione della superficie investita a tale cereale a vantaggio del mais (sia da insilato che da granella) e dell’orzo che in questi ultimi anni ha avuto un buon sviluppo.

Nell’ultimo decennio le foraggere avvicendate hanno subito un notevole incremento, visto la predominanza che la zootecnia ha man mano acquistato sui cereali. Il 30-35% della superficie risulta investita a foraggere.

Oltre alla persistenza di alcuni prati stabili e pascoli, è da evidenziare la crescente attenzione che gli agricoltori locali hanno manifestato per le oleaginose quali la soia e il girasole originata dalla P.A.C., le quali ricoprono tutt’oggi il 5-6% della S.A.U.

Prima di iniziare l’analisi dei singoli comparti cerealicoli, ho ritenuto opportuno tracciare, sia pure per sommi capi, una classificazione delle aziende agricole in base all’orientamento produttivo:

Aziende ad indirizzo produttivo misto: fanno parte di questo gruppo le aziende, di dimensioni di solito ridotte che producono grano, mais, foraggi ed ortaggi;

Aziende zootecniche e zootecniche-cerealicole: coltivano foraggere, mais da insilato, orzo e grano; allevano bovine da latte (in prevalenza) o vitelloni;

Aziende maidicole: sono aziende di una certa dimensione (20-30 ha) o, se più piccole condotte a tempo parziale, che da anni praticano la monocoltura a mais. Hanno poca manodopera impiegata, costi di meccanizzazione ridotti e, finora, buoni redditi ad ettaro, anche se il mais ha subito in quest’ultimo periodo una forte contrazione del prezzo.

Aziende pioppicole: esistono, sebbene poche, aziende di una certa dimensione accorpate o non, coltivate a pioppi.

Cereali.

Nella zona i cereali occupano il primo posto nell’ambito dei seminativi, con il 90 % circa sul totale degli stessi. In riguardo alla situazione presente nella zona, la superficie coltivata a cereali è circa il 60 % dell’intera S.A.U.

Tale valore è il risultato delle variazioni intercorse nell’ultimo decennio in relazione all’aumento delle superfici investite a colture cerealicole da foraggio: tale incremento deriva dalle richieste crescenti della zootecnia locale, tendenti ad utilizzare gran parte della produzione cerealicola, in special modo il mais (si pensi che i reimpieghi in una media azienda zootecnica da latte sono dell’ordine dell’80-90%). Inoltre l’incremento della superficie a cereali (soprattutto mais) è stato condizionato dalla riforma della PAC, a partire dagli anni novanta, e da un insieme di fattori relativi ad un andamento favorevole del mercato in seguito alla svalutazione della Lira e all’inflazione a cui è stato soggetto il nostro Paese per un biennio (1994-1996). Per la coltura del mais è da rilevare il fatto che negli ultimi anni ha raggiunto e superato ampiamente le superfici occupate dal frumento, relegando quest’ultimo ad un ruolo sempre più secondario tra le colture cerealicole praticate in zona. Si devono inoltre segnalare gli aumenti di altre colture cerealicole, tra le quali primeggia l’orzo, in particolare per la brevità del suo ciclo e della possibilità di associarlo vantaggiosamente al mais nell’avvicendamento colturale.

In linea di massima le colture cerealicole sono particolarmente sviluppate nelle aziende di medie e grandi dimensioni ed in quelle con allevamenti, sebbene anche nelle aziende di piccole dimensioni, soprattutto se condotte a tempo parziale, questo tipo di coltura è molto praticato.

Oleaginose: soia e girasole.

In questi ultimi anni, una parte della superficie coltivata nel passato a cereali è stata investita a soia e girasole, colture oleifere, il cui interesse è stato suscitato dalla riforma Mac Sharry, che ha decretato il corso della nuova PAC, che prevede compensazioni ad unità di superficie, cioè ad ettaro, per tali coltivazioni maggiori di quelle previste per i cereali autunno-vernini e il mais.

Tali oleaginose oggi occupano il 5-6 % della superficie totale e vengono coltivate preferenzialmente da quelle aziende in cui le produzioni animali sono irrilevanti.

La superficie investita a girasole ha subito negli ultimi 5 anni di PAC un sostanziale incremento vista anche la possibilità di coltivare tale specie vegetale in merito al set-aside no food, per uso industriale.

Prati stabili e pascoli.

I prati stabili della zona occupano il 20-25% dell’intera S.A.U. Rispetto al passato l’incidenza dei prati e dei pascoli sulla superficie coltivata ha subito una sensibile diminuzione in seguito all’affermarsi di una foraggicoltura più specializzata ed in grado di fornire produzioni superiori (prato avvicendato, mais trinciato, erbai vari).

Tale coltivazione è da ritenersi superata in quanto frequentemente praticata da aziende scarsamente specializzate, legate ad una concezione tradizionale dell’agricoltura e con scarsa attitudine all’introduzione di nuove colture e tecniche di utilizzo delle stesse.

Le produzioni ottenibili dagli attuali prati permanenti sono solitamente di modeste entità rispetto a quelle ottenibili con altre colture e con caratteristische quanti-qualitative molto variabili in relazione al decadimento della composizione floristica delle cotiche, per la progressiva scomparsa di specie pabulari (si pensi a titolo d’esempio a: Dactylis glomerata, Lolium italicum, Poa spp.) a favore di specie scarsamente pabulari (ad esempio: Agrostis spica-venti, Bromus mollis, Holcus lanatus, Antoxanthum odoratum) o infestanti (ad sempio: Rumex spp., Ranunculus spp., Taraxacum officinale, Ombrellifere varie).

Spesso tale situazione si è venuta a creare in seguito alle non corrette pratiche di conduzione del prato: soprattutto nelle concimazioni non si sono tenuti nel debito conto i rapporti fra le somministrazioni azotate e quelle fosfopotassiche, determinando così una situazione di squilibrio. Altri fattori che hanno influito sull’attuale situazione delle cotiche prative, sono l’acidità del suolo, favorita dalla talvolta eccessiva umidità (lisciviazione del Calcio ed altri cationi dalla superficie); quest’ultima è dovuta dalla mancanza di adeguate opere di sistemazione idraulica, che eliminino la presenza di ristagni.

Di fronte ad una situazione di questo tipo è dunque auspicabile, ove fosse possibile, una sostituzione della coltura in oggetto con altre quali-quantitativamente più produttive. Nella zona, però la presenza di aree in cui il prato stabile rappresenta, nonostante gli inconvenienti sopra enunciati, una delle coltivazioni che meglio si adattano a particolari aree caratterizzate da condizioni pedologiche sfavorevoli ad altre colture. Si fa riferimento a particolari casi ove esistono limitazioni dell’uso del suolo diverso dalla praticoltura stabile, per la presenza di un’eccessiva umidità del suolo agrario , per la tessitura di tipo argilloso o limoso che causa notevoli difficoltà di percolazione e di drenaggio interno, nonché per la falda, spesso troppo superficiale. L’impiego di questi terreni mediante l’utilizzo di colture diverse risulta particolarmente difficile, anche se ci si trova in presenza delle più validi sistemazioni superficiali o di opere di drenaggio degli stessi. Il prato stabile in un contesto di questo genere si crede possa avere ancora una certa validità.

(Per una maggior visione dell’utilizzo odierno del suolo si veda l’allegato grafico n°12).

Produzione animale.

La zootecnia nella zona viene ad essere caratterizzata dalla prevalenza dell’allevamento bovino (da latte e carne) sugli altri allevamenti esistenti (90-95% in termini di capi sul totale del patrimonio zootecnico esistente).

L’allevamento suino costituisce il 5-10% delle produzioni animali, poiché poche aziende nella zona hanno scelto questo indirizzo produttivo.

Da un’analisi dell’evoluzione del settore agricolo nella zona, occorre precisare che nel corso dell’ultimo ventennio si è assistito ad una variazione di indirizzi produttivi effettuati da alcune aziende, in genere di modeste dimensioni, che sono passate da un ordinamento misto cerealicolo-zootecnico ad una specializzazione nel settore cerealicolo, in molti casi con ordinamento monocolturale. Nel contempo altre aziende, abbandonate le forme miste, si sono decisamente orientate verso un indirizzo zootecnico, in particolare nell’ambito del settore lattifero, adottando in alcuni casi tecniche avanzate di utilizzo della superficie propria e dei foraggi da essa ottenuti.

Per quanto riguarda l’indirizzo produttivo della zona, come ho avuto precedentemente occasione di enunciare, si assiste ad una generale tendenza verso la specializzazione nella produzione di latte, a scapito dell’allevamento del bovino da ingrasso. Infatti la razza con la maggior presenza numerica nella zona risulta essere la Frisona (alcune aziende dell’area in studio vantano nei propri allevamenti campionesse di tale razza a livello provinciale), che si aggira intorno al 90 % dell’intero patrimonio bovino. Di importanza relativamente minore risulta la razza Piemontese, limitata ormai a poche aziende, legate alla tradizione, che si sono orientate verso la produzione del "vitello della coscia". Le poche aziende che praticano l’allevamento intensivo del vitello da carne hanno scelto razze rustiche e di rapido accrescimento, quindi con un più elevato indice di conversione dei foraggi aziendali (Limousine, Charolaise, Garonnaise ed incroci di forma).

Tendenza riscontratasi negli ultimi anni è stato il passaggio da forme miste di allevamento (latte e carne) ad una marcata specializzazione verso l’uno o l’altro indirizzo, a seconda delle singole capacità imprenditoriali. Con un indirizzo unico infatti risulta possibile esaltare al meglio le capacità della razza prescelta e, in base alle specifiche esigenze, adottare un sistema colturale più razionale (maggiori superfici a mais da granella e da trinciato per l’allevamento da carne, mais da trinciato avvicendato a loiessa, erbai e prati stabili per l’allevamento da latte).

Con la specializzazione è possibile l’ottimizzazione dell’impiego della manodopera aziendale e riduzione della meccanizzazione alle sole attrezzature indispensabili, con evidenti vantaggi nell’economia aziendale. Accanto a questi esempi di ricerca di criteri gestionali più razionali, permangono tuttora alcune aziende legate ad una concezione dell’allevamento ormai superata, implicante costi elevati per produrre l’unità di prodotto, sia un litro di latte o un chilogrammo di carne, ed eccessivamente onerosa dal punto di vista dell’impiego della manodopera aziendale.

Dal punto di vista preferenziale, la maggior parte delle aziende della zona si è orientata verso l’allevamento da latte. Scelta dettata non tanto da fattori ambientali e nemmeno da quelli legati alla tradizione poiché la razza predominante nel passato era quella Piemontese, quanto particolarmente da ragioni di carattere economico-mercantile; il latte, in virtù della particolare regolamentazione a cui il suo prezzo è sottoposto, fornisce da alcuni anni ricavi più stabili (sebbene ci siano problemi legati al contingentamento) e superiori a quelli della commercializzazione dei capi da carne (la cui situazione di mercato è stata resa meno felice in questi ultimi anni dalla sindrome della vacca pazza).

Gli introiti derivanti dalla vendita del latte hanno cadenza mensile e quindi permettono, con la loro uniformità, di evitare anticipazioni consistenti di capitale, cosa che puntualmente accade nell’allevamento da carne, che oltretutto deve fare i conti con la grande instabilità del mercato.

La scelta dell’ingrasso dei capi bovini è stata in particolare effettuata da quelle aziende che, pur dotate di buone dimensioni, non possedevano manodopera sufficiente a soddisfare le necessità richieste dal più impegnativo allevamento da latte, che inoltre impone maggiori oneri per quanto riguarda la meccanizzazione aziendale e presenta una notevole rigidità dell’orario di lavoro.

Poche sono le aziende in zona che praticano, ormai, l’allevamento di bovini di razza Piemontese, e soprattutto, all’interno di esso, la cosiddetta "linea vacca-vitello", per i motivi già sopra enunciati in merito al mercato ed alla richiesta di maggior manodopera.

In seguito al fenomeno della vacca pazza che ha contribuito alla contrazione del prezzo dei capi da ingrasso negli ultimi anni, anche se adesso si assiste ad un lieve aumento del loro valore, alcune aziende hanno scelto di cambiare indirizzo produttivo: hanno modificato le strutture aziendale per l’allevamento suino, soprattutto da ingrasso, in quanto presenta una più felice situazione di mercato.

Comunque il carico di bestiame per unità di superficie è di circa 2, massimo 2,5 capi a ettaro, vista la generale disposizione di superficie foraggera delle aziende site in zona.

(Allegato grafico n°12)

 Conclusioni e prospettive future.

Dopo aver svolto in modo succinto un’affrettata analisi della cultura materiale, del paesaggio (e dunque dell’uso del suolo) e delle produzioni animali si possono trarre delle conclusioni in merito ad una possibile evoluzione agraria della zona in oggetto di studio.

La zona in base al piano regolatore del comune di Cumiana è destinata ad area agricola e pertanto un suo potenziale sviluppo tenderà verso colture ed allevamenti innovativi ed alternativi anche in seno alle disposizioni dell’Agenda 2000, che modificherà l’attuale assetto della PAC. Inoltre gli agricoltori della zona diverranno sempre più sensibili, a mio parere, a problematiche di carattere ambientale e intraprenderanno tecniche agricole a basso impatto ambientale contemplate dal regolamento comunitario 2078/92.

Colture alternative che prenderanno piede nella zona, ad opera di giovani intraprendenti agricoltori, saranno sempre più le colture oleaginose capeggiate da soia e colza e le colture proteaginose grazie agli incentivi comunitari.

L’introduzione e l’affermazione del colza avverrà in tempi recenti ed in quelle aziende il cui indirizzo produttivo è la bovinicoltura da ingrasso, in quanto da recenti studi risulta la possibilità di ottenere un buon insilato di tale crucifera per l’allevamento da ingrasso. La coltivazione delle proteaginose potrà supplire alla richiesta proteica delle razioni delle bovini da latte con buoni risultati sull’economia aziendale. Le aziende cerealicole, o meglio maidicole, abbandoneranno progressivamente la coltivazione del mais da granella per la coltivazione di oleaginose, proteaginose ed anche della canapa da fibra, visto il suo riscontro economico.

Se da un lato si assisterà all’introduzione ed alla coltivazione di nuove specie erbacee, dall’altro canto potranno venire reintrodotte colture di un tempo come la segale, il farro e nelle zone più umide anche il riso come già avveniva nel diciannovesimo secolo in quei luoghi denominati "risere", utilizzando varietà rustiche che rendono più facile l’applicazione di tecniche agricole a basso impatto ambientale (agricoltura integrata e/o biologica).

Dal punto di vista delle produzioni animali si assisterà all’affermazione della razza Frisona, come dimostrato dall’andamento degli ultimi quarant’anni, anche se ultimamente la filiera del latte è minata dalla questione quote latte, poiché tale allevamento oggi dimostra ampi margini economici rispetto ad altri allevamenti.

Per quanto concerne l’allevamento della razza Piemontese persisteranno degli irriducibili allevatori che alleveranno tali animali più per tradizione che per convenienza; per incrementare l’aspetto economico gli allevatori dovranno aderire a marchi di qualità in merito ad un programma di promozione della carne della razza Piemontese.

Nei prossimi anni alcuni agricoltori potranno riconvertire l’indirizzo aziendale zootecnico verso allevamenti diversi dalla bovinicoltura, quali la suinicoltura come è già avvenuto in alcune aziende della pianura circostante.

 Qualche più intraprendente agricoltore potrà iniziarsi all’agriturismo facendo tesoro della cultura materiale del posto, riprendendo le tecniche di coltivazione di un tempo su una parte della superficie, esponendo i vecchi macchinari in una sorta di improvvisato museo etnografico per attirare eventuali clienti. In azienda potranno essere venduti direttamente i prodotti della terra ai consumatori con un maggior riscontro economico rispetto al tradizionale iter di mercato.

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