CONSIGLIO REGIONALE DEL PIEMONTE

 

COMITATO DELLA REGIONE PIEMONTE PER L'AFFERMAZIONE DEI VALORI DELLA RESISTENZA E DEI PRINCIPI DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

 

PROVINCIA DI TORINO

 

PROVVEDITORATO AGLI STUDI DI TORINO

 

 

 

 

 

 

 

RICERCA SUL TEMA:

“Una delle fonti principali per lo studio della deportazione è la memorialistica. Molti diari, molti testi autobiografici furono scritti al ritorno dal lager e sono legati all’urgenza del ricordo, al bisogno di testimoniare anche per chi non è tornato. Altri furono scritti soltanto molti anni dopo ed hanno diversa struttura: la riflessione critica prevale sull’emozione, affiorano i paragoni con altre esperienze, cresce il bisogno di tramandare la propria vicenda alle generazioni più giovani.

Ricorrendo ad un percorso di letture personali rifletti sul diverso uso della memoria che il trascorrere del tempo impone a chi scrive pagine autobiografiche.”

 

 

 

 

 

MEMORIE DALLA SHOAH

 

 

 

 

 

Autori:

Agù Federico

Butera Marco

Buffa Alan

Perrot Gianna

Reymondo Elena

 

Docente coordinatore: Valter Careglio

 

Istituto Professionale Statale per l'Agricoltura e l'Ambiente "I.Porro" di Osasco (To)

Via Martiri della Libertà, 42 - 10060 - Osasco (To) Tel/Fax 0121.541010

Indirizzo Internet: www.pinerolo-cultura.sail.it/agroambientale.htm

e-mail: ninfea@sail.it.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A dieci anni dalla liberazione dei lager, è triste e significativo dover constatare che, almeno in Italia, l’argomento dei campi di sterminio, lungi dall’essere diventato storia, si avvia alla completa dimenticanza. […] Dei lager, oggi, è indelicato parlare. Si rischia di essere accusati di vittimismo o di amore gratuito per il macabro, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore di mendacio puro e semplice, o magari di oltraggio al pudore. E’ giustificato questo silenzio? Dobbiamo tollerarlo noi superstiti? […] La risposta non può essere che una. Non è lecito dimenticare, non è lecito tacere. Se noi taceremo, chi parlerà? Non certo i colpevoli e i loro complici. Se mancherà la nostra testimonianza, in un futuro non lontano le gesta della bestialità nazista, per la loro stessa enormità, potranno essere relegate tra le leggende. Parlare, quindi bisogna. […] Che se ne taccia in Germania, che ne tacciano i fascisti, è naturale […] ma che dire del silenzio del mondo civile, del silenzio della cultura, davanti ai nostri figli, davanti ai nostri amici che ritornano da lunghi anni di esilio in lontani paesi? […] Non è dovuto a viltà. Vive in noi una istanza più profonda, più degna, che in molte circostanze ci consiglia di tacere sui lager, o quanto meno di attenuare, di censurarne le immagini, ancora così vive nella nostra memoria…”[1]

                                                                                                       Primo Levi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

Premessa 4

Il bisogno di testimoniare 5

La libertà ritrovata 6

La memoria ricostruita 7

La memoria dei carnefici 8

Memorie a confronto 10

Conclusioni 13

Bibliografia 15

Sitografia 15

Filmografia 17


Premessa

Anche lo scorso anno abbiamo partecipato a questo concorso e soddisfatti di questa esperienza formativa, abbiamo deciso di proseguire il lavoro iniziato presentando questo nuovo elaborato. Siamo giunti al nostro ultimo anno di scuola insieme e questo costituisce per il nostro gruppo l'ultima opportunità di approfondire una tematica che ci ha coinvolti e che ha contribuito alla nostra crescita personale.

Il lavoro dello scorso anno, iniziato con la lettura di libri e testimonianze, è terminato con la visita al campo di Auschwitz-Birkenau: un'esperienza forte che ci ha coinvolti emotivamente e ci ha fatto sentire il bisogno di completare il nostro percorso. Prima di entrare nel campo, infatti, ci eravamo immaginati un luogo più sporco e disordinato; era però difficile immaginare le sensazioni che ci avrebbero travolto una volta entrati in quell’atmosfera di dolore che da più di mezzo secolo circonda quel luogo. Dalle memorie dei sopravvissuti ci si poteva immaginare un luogo dove il grigio predominava, dove la luce entrava a stento, un luogo silenzioso dove era però ancora possibile udire l’eco della sofferenza. Neppure il terreno sembrava capace di generare nuova vita.

L’atmosfera all’interno del campo è ciò che ci è rimasto maggiormente impresso: si respirava un’aria di morte. In ogni luogo visitato si sentiva il peso incessante dell’annientamento, un lugubre silenzio ci ha avvolti. Ci si è formato un nodo in gola e siamo rimasti stupiti: al posto di baracche in legno marcescente vi erano dei casermoni costruiti in mattoni nerastri, al posto del fango vi erano prati verdi e ben curati. Anche all’interno, tutte le caserme erano ristrutturate: i muri erano stati ridipinti, “l’arredamento”, se si poteva considerare tale, era stato rinnovato ed erano presenti termosifoni. A questo proposito, Primo Levi in seguito ad una visita avvenuta alcuni anni dopo la liberazione scrive “…quando sono entrato non ho provato grande impressione a visitare il campo…: il governo polacco lo ha trasformato in una specie di monumento nazionale, le baracche sono state ripulite e verniciate, sono stati piantati alberi, disegnate aiuole…”

Quando siamo entrati nelle prigioni del block II, l’aria veniva a mancare e prendeva il sopravvento un acre odore e la tristezza. Questo block era un casermone dove, in piccole cellette erano detenuti i prigionieri in attesa della condanna a morte. Inoltre, in questo edificio, furono fatte le prime prove con il “Cyclon B” (un gas topicida), utilizzato poi nelle camere a gas.

Alcuni di noi, non si ricordano più di essere entrati in particolari edifici o aver ascoltato alcune testimonianze; ciò accade, perché la memoria umana tende a cancellare gli episodi che ci creano maggiore turbamento. La memoria è il mezzo che ci permette di ricordare e di conseguenza di trasmettere agli altri cose che non sanno. Ma la nostra generazione ha l'opportunità di conoscere le terribili verità dei lager non solamente attraverso i libri ma anche attraverso testimonianze dirette e ci è sembrato importante dare il nostro contributo per far sì che questi ricordi non vadano persi.

Attraverso la loro testimonianza i sopravvissuti non chiedono vendetta ma chiedono giustizia anche per coloro che non hanno fatto ritorno e lanciano un appello di speranza affinché gli errori del passato non si ripetano mai più.

Abbiamo voluto raccogliere il grido di dolore e di speranza di coloro che sono riusciti a superare l'annientamento subìto nei campi di concentramento ed hanno avuto la forza di ricordare, e dare voce al grido silenzioso dei troppi che non sono tornati.

 

Il bisogno di testimoniare

Il libro autobiografico "Se questo è un uomo" scritto da Primo Levi, nei mesi successivi al suo ritorno in Italia, racconta le sue esperienze vissute durante la permanenza nel lager nazista di Auschwitz e Buna - Monowitz in Polonia.

Questo libro fu ideato da Levi prima della liberazione; egli aveva già scritto degli appunti, che per paura che i nazisti trovassero fu costretto a distruggere. E’ lui stesso a scrivere:"… non appena , al mattino, io mi sottraggo alla rabbia del vento e varco la soglia del laboratorio, ecco al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua, del Ka-Be e delle domeniche di riposo: la pena del ricordarsi, il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta come un cane all’istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo matita e penna, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno."

         Appena tornato a casa, nel 1946, si mise subito a lavoro per scrivere questo libro, perché sentiva il bisogno di sfogarsi e di rendere gli altri partecipi della propria orribile esperienza. Lo scrivere un libro di sfogo, divenne per Levi, e per molti altri, un bisogno elementare. Con la stesura di questo libro Levi ebbe una liberazione interiore, se pur minima, perché la detenzione in lager gli segnò tutta la vita: " E’ stata l’esperienza del lager a costringermi a scrivere … mi pareva , questo libro, di averlo già in testa, tutto pronto, di doverlo solo lasciare uscire e scendere sulla carta."

Il libro, essendo stato scritto subito dopo la tragica esperienza, contiene poche riflessioni, ma è dotato di un ritmo veloce e gli avvenimenti sono descritti come dei flash, ricchi di emozioni. Si possono notare, inoltre, molte descrizioni, frutto dell’immediata testimonianza, cosa che con il passare del tempo sparisce, perché la memoria umana tende a cancellare questo tipo di visione, mentre aumentano i ragionamenti e i giudizi.

Come Levi disse durante un’intervista, in questo libro ha cercato di usare un linguaggio sobrio e pacato, ha cercato di non fare la parte della vittima, bensì del testimone: "…pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile ed utile quanto più apparisse obbiettiva e quanto meno suonasse appassionata, solo così il testimone in giudizio adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice". Il fatto di essere giudicato dalle altre persone, preoccupava Levi già all’interno del lager, infatti, uno dei suoi peggiori incubi era tornare a casa e non essere ascoltato o essere deriso. Il suo obbiettivo, quindi, era far conoscere a tutti i crimini e le crudeltà che sono state inflitte da uomini privi di sentimenti ad altre persone appartenenti ad una "razza diversa" o ad una condizione sociale differente.

Inoltre, si cerca di far capire alle nuove generazioni le assurdità compiute dal fascismo e dal nazismo. Levi, in proposito, in una prefazione destinata ai giovani, nel 1972 scrive: "Sarò felice se saprò che anche uno solo dei nuovi lettori avrà compreso quanto è rischiosa la strada che parte dal fanatismo nazionalistico e dalla rinuncia della ragione."

Il protagonista-autore, inoltre, cerca di usare un linguaggio da testimone, ma non sempre ci riesce perché le emozioni prendono il sopravvento. Comunque anche se non viene esplicitamente espresso un giudizio, non significa che sia stato attuato un perdono indiscriminato: l’autore si limita a raccontare i fatti, lascia libero giudizio al pubblico.

Il libro è pieno di interrogativi che Levi si pose durante la sua permanenza nel campo: queste domande non trovano risposta in una riflessione, ma questa è data dal pensiero o meglio dalla situazione che si stava vivendo nel campo.

Il libro non segue un ordine cronologico, se non alla fine quando viene assunta una forma diaristica con lo scopo di informare il lettore su tutti gli avvenimenti accaduti in un breve periodo. Non si rispetta un ordine perché l’autore scrive per primi i capitoli che urgono di più, cioè quelli con cui riesce maggiormente a dare sfogo ai suoi sentimenti.

Il ricordo, può essere un ulteriore atto di ribellione alla volontà dei nazisti di cancellare l’identità, la volontà di un uomo: come Levi all’interno del lager è riuscito a mantenere attiva la mente, il pensiero, il ricordo dei suoi cari, una volta finita la tortura dei campi di concentramento questo atto di ribellione che si basa sulla memoria, sulla volontà di rendere noti gli avvenimenti accaduti nel campo di concentramento rimane ancora attivo e prova il fallimento dell’obbiettivo dei carnefici.

 

La libertà ritrovata

Come abbiamo visto, i reduci dai campi di sterminio hanno assunto due atteggiamenti. Chi ha il bisogno urgente di ricordare e di tramandare la sua tragica esperienza, chi invece vuole dimenticare tutto ciò che ha vissuto nei lager.

Marco Belpoliti scrive sulla “Stampa” del 17 febbraio 2002: “Levi, […], non si è proposto di dimenticare, di vivere al riparo di una rimozione più o meno riuscita; si è invece esposto al ruolo di testimone, ha affrontato il problema del non dimenticare; continua a scrivere: ma noi c’eravamo…[2]

Sono atteggiamenti umani, nati dall’assurdo regime che si viveva nei campi di concentramento. Questo condizionò per sempre la vita di quelle persone che sono riuscite a sopravvivere. Chi cercò di dimenticare, di non pensare più ai tragici fatti che gli erano accaduti, come se uscito dal campo avesse un’occasione di ricominciare da zero, lo fa per non ricordare quei terribili momenti, per non dover di nuovo soffrire pensando ai compagni morti e ai compromessi che per sopravvivere era obbligato a fare in un gruppo di uomini spinto ai limiti della sopravvivenza. Però a nostro parere non c’è riuscito, anche perché chi si ostina a dimenticare, a non pensarci, verrà tormentato sempre di più: la memoria di fatti così tragici purtroppo non si può cancellare. Chi sente l’urgenza di raccontare la propria esperienza spesso lo fa per mettere ordine dentro di sé, per placare la propria rabbia interiore, per liberarsi di un enorme peso, per non dimenticare i particolari, nomi, facce, emozioni.

Primo Levi stesso nella prefazione de “La tregua” scrisse:  Rientrato in Italia, dovetti affrettarmi a trovare un lavoro, per mantenere me e la mia famiglia: ma la non comune esperienza che mi era toccata in sorte, il mondo infernale di Auschwitz, la miracolosa salvazione, le parole e i volti dei compagni scomparsi o sopravvissuti, la libertà ritrovata, l’estenuante e straordinario viaggio di ritorno, tutto questo mi premeva dentro imperiosamente. Avevo bisogno di raccontare queste cose: mi sembrava importante che esse non rimanessero a giacere dentro di me, come in un incubo, ma fossero conosciute, non solo dai miei amici ma da tutti, dal pubblico più vasto possibile…[3]”.

“La tregua” è in realtà un libro scritto molti anni dopo l’uscita dal lager. Infatti è più ragionato, ed è più pacato, non più circondato da quell’atmosfera di pesantezza, di “grigio”, che caratterizza “Se questo è un uomo”. Indubbiamente anch’esso è condizionato dall’esigenza di ricordare, ma è una memoria serena, una memoria di viaggio, di libertà ritrovata e di nuove esaltanti esperienze vissute. Insomma, nonostante questo tortuoso percorso attraverso lo sconfinato est europeo sia partito da un’esperienza così drammatica come quella dei lager, Primo Levi lo giudica positivamente.

         In proposito egli scrisse: ““Avevo detto quanto dovevo dire, avevo ripreso la mia professione di chimico, non provavo più quel bisogno, quella necessità di raccontare, che mi avevano costretto a prendere la penna in mano. Tuttavia […] avevo ancora molte cose da narrare: non più cose tremende, fatali e necessarie, ma avventure allegre e tristi, paesi sterminati e strani, imprese furfantesche dei miei innumerevoli compagni di viaggio, il vortice multicolore e affascinante dell’Europa del dopoguerra, ubriaca di libertà e insieme inquieta nel terrore di una nuova guerra.

Sono questi gli argomenti di La tregua, il libro del lungo viaggio di ritorno. Credo che si distingua agevolmente che esso è stato scritto da un uomo diverso: non solo più vecchio di 15 anni, ma più pacato e tranquillo, più attento alla tessitura della frase, più consapevole: insomma più scrittore in tutti sensi buoni e meno buoni del termine…[4]

 

La memoria ricostruita

Quando si legge il libro “I sommersi e i salvati” viene spontanea una domanda: perché Primo Levi dopo trent’anni dalla stesura di “Se questo è un uomo” e dopo quindici dalla stesura de “La tregua” decide di scrivere un altro libro?

Levi stesso ce ne dà una risposta nell’intervista fattagli da Roberto Di Caro, intitolata “Il necessario e il superfluo”.

- Però ci va forza raccontarle, quelle esperienze (riferito alla tragica esperienza nei campi di sterminio)

 - Al contrario. Raccontarle è un bisogno, ci vuole forza per non poter scrivere, non parlarne. Nei miei libri, ma anche nel recente “I sommersi e i salvati”, ravviso semmai un grande bisogno di riordinare, di rimettere in ordine un mondo caotico, di spiegare a me stesso e agli altri. Giorno per giorno, invece, io vivo una vita diversa, purtroppo assai meno metodica e sistematica. Scrivere è un modo per mettere in ordine. Ed è il migliore che io conosca, anche se non ne conosco molti.[5]

Di sicuro Primo Levi, nei trent’anni che sono passati tra la stesura dei suoi due libri riguardanti direttamente il campo di concentramento, ha avuto modo di parlare con altri sopravvissuti, ha avuto modo di leggere altri libri di sopravvissuti, di confrontare le sue esperienze con altri, di leggere anche le memorie dei carnefici. In tutte le esperienze che ha sentito, che ha letto, con le quali ha avuto modo di confrontarsi probabilmente Levi trovava dei punti non chiari, altri punti che erano o omessi o dimenticati, altri ancora dovevano essere approfonditi. Poi certamente Levi, come “popolare sopravvissuto”, sarà stato interrogato più volte da giornalisti e gente comune su vari aspetti dei Lager, spesso non compresi bene o del tutto. A fronte di tutte queste considerazioni è probabile che Levi abbia scelto di scrivere un saggio anche per soddisfare le varie domande poste sui Lager e una naturale voglia di rielaborazione dei suoi pensieri e ricordi dopo che ha immagazzinato diverse riflessioni fatte da altri sopravvissuti.

La memoria dell’autore quindi cambia in funzione del tempo: non perché questo rende il fatto più lontano, meno doloroso o in grado di modificare certi elementi, ma il trascorrere del tempo trasforma la memoria, rendendola ricostruita, integrata, ragionata, rielaborata. Primo Levi quindi non perde nulla di quanto ha vissuto, ma anzi le sue esperienze vengono “arricchite” dalla rielaborazione della memoria, facendo chiarezza su molti aspetti, forse non ancora volutamente affrontati perché non ben compresi. E’ difficile trovare le parole per spiegare un fenomeno complesso come la memoria umana, ancora di più quando questa viene da un’esperienza disumana come quella dei lager. Di certo dei ragazzi con appena 18 anni di vita alle spalle non possono aver compreso bene un fenomeno strano e inspiegabile come la memoria, ma cercheremo di spiegare la sua rielaborazione con un esempio banale. Quando una persona ha un incidente in automobile prova un irresistibile impulso di raccontarlo ai suoi amici e famigliari. Di certo la prima cosa che racconterà è la dinamica dell’incidente, poi, magari il giorno dopo, penserà a chi ha avuto l’incidente, cosa faceva in quel tratto di strada in quel momento, che cosa avrà pensato di lui, se avrà accettato le sue colpe o continuerà a rifiutarle. La memoria quindi ha bisogno di un certo periodo per essere rielaborata: più l’evento è traumatico, più lascia un segno, più tempo ha bisogno per essere rielaborato. Levi ha scelto la forma della saggistica per esprimere le sue considerazioni, questo perché ormai aveva già raccontato, dal punto di vista narrativo, tutta la sua vicenda nei campi di sterminio, e allora ha scelto di tirarsi fuori dal coro di chi narra la propria vicenda, e di chiarire alcuni aspetti dei lager, fino allora rimasti nascosti o vagamente accennati.

Si pensi, per esempio, al tema della vergogna dei “salvati”: molto probabilmente le persone sopravvissute alla Shoah la provavano, a causa dei compromessi che dovettero fare per sopravvivere all’interno del lager, spesso a danno dei propri compagni di prigionia. Ma ciò non traspariva dai loro discorsi e dai loro racconti, alcuni sopravvissuti forse non la percepivano neppure.

Ogni capitolo del libro affronta un particolare aspetto riguardo ai campi di sterminio e l’antisemitismo in generale. I capitoli “La memoria dell’offesa”, “La zona grigia”, “La vergogna”, “Comunicare”, “Violenza inutile”, “L’intellettuale ad Auschwitz”, “Stereotipi”, “Lettere di tedeschi”, indicano, come suggeriscono gli stessi titoli, una profonda rielaborazione delle esperienze vissute nel campo e uno di essi va ad analizzare addirittura il comportamento passato ed attuale dei tedeschi nei confronti dei lager e del suo “Se questo è un uomo”.

Di certo, come Levi ci dimostra, la memoria umana può rivelarsi imprevedibile e sorprendente. Alcune persone col passare del tempo, tendono a rielaborare, ma per dimenticare o modificare le tragiche esperienze dei lager, forse perché solo così riescono ad accettarle o forse perché non hanno più voglia di ricordarsi cose così dolorose. Altre invece “arricchiscono” la propria memoria rielaborandola in senso positivo, cercando di spiegarsi alcune cose, scrivendo diari e libri, facendo paragoni con gli altri sopravvissuti. Di certo queste memorie saranno meno affidabili dal punto di vista della narrazione dei fatti, dei quali alcuni potrebbero essere stati dimenticati nel tempo, ma le esperienze raccontate saranno utili per le generazioni future per conoscere e giudicare non solo più in base ai soli fatti, ma anche in base alla loro rielaborazione, che può rivelare segreti e aspetti nascosti di quell’orribile sterminio sistematico che è stata la Shoah.

 

 

La memoria dei carnefici

Abbiamo scelto di parlare anche della memoria dei carnefici perché ci sembrava interessante capire come la loro mente ricordi ed elabori la Shoah.

In particolare, abbiamo analizzato le memorie di un carnefice, quelle di Rudolf Höss. Höss (penultimo comandante di Auschwitz) scrisse in carcere tra 1946-47 poco prima di essere giustiziato. Il suo memoriale fa per la prima volta luce per intero sulla mentalità e sulla psicologia dei nazisti, per questo è un libro di fondamentale importanza per chi vuole studiare che cosa portò al concepimento e alla realizzazione dei campi di sterminio. Tuttavia, quando il lettore legge le memorie di Höss deve sapere che esse contengono molte bugie e mezze verità (e chi curò la pubblicazione di questo libro si preoccupò anche di segnalarle).

Leggendo questa autobiografia vengono spontanee alcune domande: come mai un uomo, ben conscio che dovrà morire giustiziato poche settimane dopo, scrive un memoriale ricco di falsità e ipocrisia? Perché continuare a falsare la propria memoria e continuare a mentire anche quando non avrebbe più avuto ragione di farlo? Primo Levi tenta di offrire una risposta a questi quesiti nell’introduzione che scrisse per questo libro “…ritorni meccanici alla teoria nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di abbellimento, sono talmente ingenui e trasparenti che anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà ad individuare: spiccano dal tessuto del racconto come mosche nel latte. […] Mente perché? Forse per lasciare una migliore immagine di sé; forse solo perché i suoi giudici, che sono i suoi nuovi superiori, gli hanno detto che le opinioni corrette non sono più quelle di prima, ma altre…”

Questo libro è un palese esempio di come la memoria trascritta su carta sia manipolabile; Höss, in tutti i modi, tenta di manometterla costringendo a volte il lettore a chiedersi dove, nel libro, finisca la menzogna ed inizi la verità. Nonostante le sue memorie siano palesemente falsificate, si può, grazie ad esse, capire che tipo di uomo fosse Rudolf Höss e l’intera mentalità nazista che partorì le terribili macchine da distruzione che sterminarono migliaia di persone. Per questo tali memorie vanno lette: per classificare e conoscere “il mostro mediocre”, come lo definì Alberto Moravia. L’aspetto che più ci ha colpiti è che Höss, prima di arruolarsi nelle SS, era un uomo dedito all’agricoltura, con alle spalle numerose esperienze di guerra e colpisce vedere come la macchina del nazismo, come lui stesso ammette, abbia saputo aspirare all’interno dei suoi terribili meccanismi un medio borghese con il fanatismo dell’ordine e del lavoro trasformandolo in uno dei più terribili criminali che l’umanità abbia mai conosciuto. “Inconsapevolmente, ero diventato un ingranaggio nella grande macchina di sterminio del terzo Reich, la macchina si è spezzata, il motore è finito e anch’io devo perire. Il mondo lo esige…”.

Nonostante abbia ammesso di essere stato un pezzo fondamentale per mandare avanti il genocidio, cerca di autogiustificarsi, dichiarando che lui era inconsapevole, ma dimenticando che, quando accettò il compito di costruire e dirigere il campo di Auschwitz apparteneva alle S.S, e in quanto tale, da quando si arruolò fu chiamato a difendere la patria con ogni mezzo dai “nemici dello stato”. Poi, dato che era un nazionalsocialista convinto e credente, di sicuro avrà letto “Mein Kampf” di Adolf Hitler, dove era chiaramente espressa l’idea della condotta che un nazista avrebbe dovuto tenere nei riguardi di popolazioni non “ariane”.

Quando venne “risputato” fuori dalla mostruosa “macchina di sterminio” oramai demolita, Höss dichiarò: “Io sono nazionalsocialista come prima, nel senso che questa è la mia concezione della vita”. Certo una persona può condividere le ideologie di un partito fino alla morte, ma come si fa a credere ancora nelle idee che esprime un partito che ha sterminato deliberatamente milioni di persone e che diede il via ad una assurda guerra che finì col distruggere la Germania e il popolo tedesco.

Il pentimento di Höss per le azioni che fece si limitò ad un…“furono un errore colossale”, non una colpa, inoltre non è difficile pensare che abbia scritto queste poche parole per compiacere i parenti delle milioni di persone che non tornarono più dal suo campo.

Nonostante Höss abbia scritto queste memorie solo due anni dopo la sconfitta del nazismo (e quindi i suoi ricordi fossero relativamente “freschi”) ci offre un lampante esempio di come il trascorrere del tempo possa logorare la memoria. Alcune menzogne sono evidentemente degli errori propiziati dalla fallace memoria di Höss infatti arriva a confondere le varie organizzazioni che come capo servizio all’ispettorato dei campi avrebbe dovuto conoscere a menadito.

E allora quanto può essere attendibile il memoriale scritto da Höss? Di certo non può essere veritiero quando tenta di autogiustificarsi, cioè per esempio, quando, viste le disastrose condizioni dei prigionieri, nel campo da lui guidato, sotto tutti i punti di vista, tenta di dare tutta la colpa all’inettitudine dei suoi sottoposti, cercando di far credere al lettore che lui, invece, cercò di essere “amico” dei prigionieri, cercando di migliorare la loro prigionia. Ma sugli aspetti essenziali della sua vita lui non mentì e nonostante il libro sia “inaffidabile” da esso traspare per intero la sua limitata personalità, e con essa viene raggiunto lo scopo del libro, cioè di far conoscere la sua “psiche” (infatti il titolo originale del libro era: La mia psiche. Sviluppo, vita, esperienze) ma di certo non nel modo fittizio che voleva lui.

Höss fu un uomo mediocre, ottuso, assurdamente pedante (perfino quando descrive nella sua autobiografia scene raccapriccianti, come quelle relative al Sonderkommando), insensibile alla pietà, tendente all’autocommiserazione e bugiardo, perfino quando descrive la sua vita. Lui alla fine del libro scrisse “Continui pure l’opinione pubblica a vedere in me soltanto la belva assetata di sangue, il sadico crudele, lo sterminatore di milioni di individui: certo la massa non può figurarsi diversamente il comandante di Auschwitz. Essa non comprenderà mai che anch’egli aveva un cuore, che non era cattivo.”

Forse Höss aveva un cuore, ma lo usava solo nei confronti della sua famiglia, verso le altre persone diventava freddo e indifferente come una statua di ghiaccio, non riusciva, nel suo mondo limitato, a mettersi nei panni delle migliaia di individui che ha mandato a morte, a comprendere che su quei trasporti inviati alle camere a gas potevano esserci lui, sua moglie e i suoi figli, se solo uno dei suoi parenti fosse stato ebreo.

Molto probabilmente il ricordo del comandante di Auschwitz, a seguito del trascorrere del tempo, si logorerà, fino a diventare una mostruosa leggenda a cui nessuno vorrà credere. Il compito della memoria è ricordare che esseri come lui sono esistiti e potrebbero esistere ancora, di non fare cadere nell’oblio i massacri operati da parte dei nazisti: massacri che purtroppo si sono ripetuti, ma l’autobiografia di Höss potrà servire allo scopo.

Dobbiamo sempre ricordarci che “il sonno della memoria genera mostri” (Eschilo)

 

 

Memorie a confronto

Spesso le memorie dei sopravvissuti dei campi di concentramento sono molto simili, a causa della rigida organizzazione tedesca imposta in tutti i lager.

Per questo è facile trovare nei ricordi dei sopravvissuti stessi fatti, stessi accadimenti, stesse emozioni. E’ molto facile fare un confronto tra queste memorie, rinvenire uno stesso fatto raccontato in modi diversi a causa del naturale logorìo del ricordo.

Ma invece fare un confronto tra le memorie dei prigionieri e dei carnefici è una operazione molto più ardita. Questo perché i punti di vista sono profondamente diversi, si rischia di offendere la sensibilità dei sopravvissuti, confrontando i loro ricordi, le loro emozioni, i fatti accaduti.

Tuttavia noi abbiamo voluto almeno segnalare il problema, confrontando due avvenimenti descritti sia nel libro di Primo Levi, la vittima, sia nel libro di Rudolf Höss, il comandante ad Auschwitz, il carnefice. Abbiamo fatto questa scelta visto che Primo Levi lesse e scrisse una Prefazione per il libro di Höss, che quindi ebbe modo di conoscere bene. Sia perché abbiamo voluto confrontare le memorie di un comune Häftling di Auschwitz con quelle che il comandante del campo stesso definisce semplici “curiosità”: “curiosità” ricordate da un carnefice che le aveva provocate, messe a confronto col ricordo di chi doveva subirle.

Scrive Höss nelle sue memorie “Ma perché i Kapos, i prigionieri con funzioni direttive, trattano così i loro simili, i loro compagni di sventura? Perché vogliono mettere in buona luce se stessi presso i guardiani e sorveglianti del medesimo tipo, dimostrare quanto sono diligenti. Per ottenere dei privilegi, per poter vivere meglio nel campo. Ma tutto ciò sempre a spese dei compagni di prigionia. E’ però vero che la possibilità di agire così è offerta loro dai sorveglianti, dalle guardie, che, o assistono indifferenti […] o li provocano, e provano una vera gioia satanica nell’aizzare i prigionieri uno contro l’altro. Ma anche tra i prigionieri kapos sono frequenti gli individui che per proprio impulso, per la loro mente cinica, rozza e bassa e per i loro istinti criminali, tormentavano i loro compagni di prigionia fisicamente e psichicamente, quando addirittura, per puro sadismo, non li aizzavano fino a spingerli alla morte…

In questo paragrafo Höss si erge al ruolo di maestro della psicologia dei lager, disprezzando i kapos e i loro modi di fare, quando, in realtà, lui, come comandante, se avesse avuto polso, avrebbe potuto mettere fine a tutto ciò. Ma non lo fece: anzi si considerava superiore a loro, proprio lui che, tra le sue innumerevoli malefatte, costruì le camere a gas nel suo campo, che divenne il più grosso centro di sterminio in Europa. A parte queste considerazioni, però una cosa la notò, il sadismo, la cattiveria dei kapos nei confronti dei loro simili.

Ecco invece come Primo Levi nel libro “Se questo è un uomo” ricostruisce queste dinamiche: “… uno sparuto gruppo di quindici Häftlinge si radunò intorno al nuovo Kapo, in piazza dell’Appello, nel grigiore dell’alba.

Fu la prima delusione. Era ancora un “triangolo verde”, un delinquente professionale, l’Arberitsdienst non aveva giudicato che il capo del Kommando Chimico fosse un chimico. Inutile sprecare il fiato a fargli domande, non avrebbe risposto, o risposto a urli e pedate. Peraltro rassicurava il suo aspetto non troppo robusto e la sua statura inferiore alla media. Fece un breve discorso in sguaiato tedesco da caserma, e la delusione fu confermata. Quelli erano dunque i chimici: bene, lui era Alex, e se loro pensavano di essere entrati in paradiso sbagliavano. In primo luogo, fino al giorno dell’inizio della produzione, il Kommando 98 non sarebbe stato che un comune kommando – trasporti addetto al magazzino del Cloruro di Magnesio. Poi, se credevano, per essere degli Intelligenten, degli intellettuali, di farsi gioco di lui, Alex, un Reichdeutscher, ebbene Herrgottsacrament, gli avrebbe fatto lui, gli avrebbe… (e, il pugno chiuso e l’indice teso, tagliava l’aria di traverso nel gesto di minaccia dei tedeschi) […].

Col che, meine Herren, si era già perso abbastanza tempo, i Kommandos 96 e 97 si erano già avviati, avanti marsch, e, per cominciare, chi non avesse camminato al passo e allineato avrebbe avuto a che fare con lui.

Era un Kapo come tutti gli altri Kapos.       

 

Confrontando questi due brani riguardanti i Kapos, se non sapessimo chi li scrive, sembrerebbe quasi che siano stati scritti tutti e due da due internati dei campi di concentramento.

Nel pezzo scritto da Höss e in quello di Primo Levi, non notiamo differenze evidenti. Entrambi descrivono i crimini commessi da chi vuole emergere, colpevolizzandoli in egual misura. In realtà sappiamo che Höss mente per trovare, in questo modo, una giustificazione alle proprie azioni, mentre Levi narra tali fatti poiché li ha vissuti in prima persona come internato. Da questo confronto appare evidente quanto sia facilmente manipolabile la memoria scritta. Se il mondo non avesse saputo chi era Höss, questi, scrivendo tali righe come qualsiasi sopravvissuto, sarebbe stato creduto uno di essi.

Primo Levi descrisse in modo più generale le lotte intestine nel campo: “In lager […] la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente ferocemente solo. Ad Auschwitz, nell’anno 1944, dei vecchi prigionieri ebrei […] “kleine Nummer”, piccoli numeri inferiori al centocinquantamila, poche centinaia sopravvivevano; nessuno di questi era un comune Häftling, vegetante nei comuni Kommandos e pago della normale razione. Restavano solo i medici, i sarti, i ciabattini, i musicisti, i cuochi, i giovani attraenti omosessuali, gli amici o i compaesani di qualche autorità del campo; inoltre individui particolarmente spietati e vigorosi e inumani, insediatisi (in seguito a investitura da parte del comando delle SS, che in tale scelta dimostravano di possedere una satanica conoscenza umana) nelle cariche di Kapo, di Blockältester, o altre […]. La via maestra, come abbiamo accennato, è la Prominenz. “Prominenten” si chiamano i funzionari del campo, a partire dal direttore – Häftling (Lagerältester) ai Kapos, ai cuochi, agli infermieri, alle guardie notturne, fino agli scopini delle baracche e agli Scheissminister e Bademeister (sovrintendenti alle latrine e alle docce). Più specialmente qui interessano i prominenti ebrei, poiché, mentre gli altri venivano investiti degli incarichi automaticamente, al loro ingresso in campo, in virtù della loro supremazia naturale, gli ebrei dovevano intrigare e lottare duramente per ottenerli.

I prominenti ebrei costituiscono un triste e notevole fenomeno umano. In loro convergono le sofferenze presenti, passate e ataviche, e la tradizione e l’educazione di ostilità verso lo straniero, per farne mostri di asocialità e di insensibilità.

Essi sono il tipico prodotto della struttura del Lager tedesco: si offra ad alcuni individui in stato di schiavitù una posizione privilegiata, un certo agio e una buona probabilità di sopravvivere, esigendone in cambio il tradimento della naturale solidarietà coi loro compagni, e certamente vi sarà chi accetterà. Costui sarà sottratto alla legge comune, e diverrà intangibile; sarà perciò tanto più odioso e odiato, quanto maggior potere gli venga assegnato […]. Inoltre avverrà che la sua capacità di odio, rimasta inappagata nella direzione degli oppressori, si riverserà, irragionevolmente, sugli oppressi: ed egli si troverà soddisfatto quando avrà scaricato sui suoi sottoposti l’offesa ricevuta dall’alto…”  

Scrive Rudolf Höss a proposito delle lotte tra i prigionieri nel campo di Auschwitz: “I medici mi riferirono di frequente che appunto nell’ospedale vi era sempre una lotta feroce per la supremazia, e lo stesso avveniva nel settore del controllo del lavoro. Infatti l’ospedale e l’organizzazione del lavoro erano le posizioni – chiave di tutta la vita del campo: chi li dominava, dominava tutto. E vi era chi dominava, e non certo con mezze misure. Stando nei posti importanti era possibile collocare i propri amici a proprio piacimento, ma anche allontanare, addirittura eliminare, gli elementi sgraditi. Tutto ciò era possibile ad Auschwitz. […]

Nei campi di concentramento queste lotte erano accuratamente coltivate e stimolate dalla direzione, per impedire così che tra i prigionieri si formasse una salda unità. […]

Gli ebrei cercavano di danneggiarsi l’un l’altro come potevano; ciascuno cercava di conquistare per sé un posticino; anzi, con la corruzione di qualche kapo compiacente inventavano sempre nuovi posti per potersi sottrarre al lavoro. Per ottenere un incarico comodo, non esitavano ad allontanarne gli altri prigionieri mediante false accuse. Se riuscivano a “diventare qualcuno”, allora vessavano e calpestavano senza alcuna pietà i correligionari, superando sotto ogni aspetto i “verdi”. […]

In modo assai diverso reagirono invece gli individui più intelligenti, gli ebrei spiritualmente più forti e più vitali, soprattutto nei paesi occidentali. Di fatto costoro, soprattutto se medici, si rendevano conto meglio degli altri della sorte che li attendeva; ciononostante continuavano a sperare […]. Ed impegnavano tutte le loro forze e tutta la loro tenace volontà nella conquista di una posizione “vitale” nel senso proprio della parola. Ma quanto più il posto era sicuro, tanto più era ambito e quindi tanto più erano violente le lotte che si accendevano per la loro conquista. Non c’erano scrupoli, era una lotta a coltello, e perciò nessun mezzo, per quanto riprovevole, era scartato, quando si trattava di rendere liberi uno di questi posti, o di conservarlo per sé. Naturalmente vincevano i più cinici…”

In questo secondo confronto notiamo invece delle diversità. Höss parla degli ebrei desiderosi di conquistarsi un posto privilegiato come di persone ciniche e spietate, disposte a fare qualunque cosa per raggiungere il loro scopo.

Levi, giustamente, sottolinea più il fatto che questi ebrei si trovavano a vivere in un lager. Più che loro, la colpa era del sistema imposto dal campo di concentramento che azzerava la solidarietà umana.

Levi non esclude che, se posto anche lui in una posizione privilegiata rispetto alle altre vittime, avrebbe avuto lo stesso comportamento. Höss tale paragone non lo azzarda nemmeno. Egli non tenta di giustificare quei deportati che, in posizioni privilegiata, compirono azioni spregevoli, anche perché è già occupato a tentare di giustificare se stesso…

 

Conclusioni

Questo lavoro ci ha permesso di approfondire un aspetto della dimensione umana che molte volte diamo per scontato: la memoria. Abbiamo compreso che il ricordo, non è un parametro fisso, ma può assumere sfumature diverse a seconda del nostro stato d'animo, del nostro carattere e degli ideali più o meno nobili in cui crediamo. Inoltre la memoria non rispecchia sempre la verità, non è sempre oggettiva, perché più o meno inconsciamente dimentichiamo i particolari che ci hanno fatto soffrire e modifichiamo i nostri racconti a seconda della persona che ci sta davanti. Non bisogna inoltre dimenticare che il dolore che può nascere raccontando una parte orribile della nostra vita, fa sì che il racconto non sarà mai privo di sentimenti, di emozioni. Ma noi pensiamo che questa soggettività che trapela da questi testi, non sia negativa, anzi, ci ha permesso di capire a fondo ciò che è stato quell'inferno terrestre chiamato Olocausto.

Spesso i governi tendono a nascondere o modificare questi luoghi per mascherare e tentare di smentire alle generazioni successive la verità, ma attraverso i ricordi delle persone che hanno vissuto in prima persona quei terribili momenti, possiamo capire ciò che veramente è accaduto.

Ci è sembrato doveroso svolgere questo lavoro perché pensiamo che questi autori volessero mettere a servizio della comunità i loro ricordi, per far capire a tutti gli sbagli, le assurdità commesse nel passato e far sì che non si ripetano più. La memoria, se non viene raccolta, è muta. E in fondo questo era proprio uno degli incubi più ricorrenti nei sogni di Primo Levi: quello di tornare a casa e non essere ascoltato.

Tutto quello che abbiamo imparato da quest'esperienza sono le assurdità che derivano dalle discriminazioni all'interno della società, il dovere morale di opporsi alla violenza, l'importanza della verità e della memoria. Tutto ciò è forse molto poco, ma se riusciremo a trasmetterlo ai nostri compagni, ai nostri amici e, un giorno, ai nostri figli, la nostra piccola goccia nel mare perpetuerà la memoria dei sopravvissuti. Lo diciamo senza retorica convinti che lavori come questi possano essere un modo di onorare e tenere vivo il ricordo di tutte le persone che sono morte per l'egoismo e la presunzione di altri esseri umani e di quelle persone che hanno cercato di dare degli insegnamenti alla società con i loro ricordi intrisi di dolore.

Tuttavia la memoria non ci ha aiutato a rispondere a quella ovvia, ma fondamentale domanda, che ci tormenta da quando abbiamo iniziato a studiare il nazismo: come ha potuto l'uomo costruire una macchina da guerra così infernale da portare, attraverso la sofferenza fisica e mentale, alla distruzione di migliaia di suoi simili?


Bibliografia

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· AA.VV., Gli ultimi giorni dei Lager, Consiglio regionale del Piemonte, Aned, Centro studi amici del Triangolo rosso, F. Angeli, Milano, 1992

· AA.VV., Il libro della memoria, in: “ Tutto libri”, inserto di “La Stampa”, 19 febbraio 2002, Torino

· AA.VV., Salone del libro di Torino, Consiglio regionale del Piemonte, Aned, F. Angeli, Milano, 2000

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· Arendt H., La banalità del male, Feltrinelli, Milano 1964

· Artom E., Diari (gennaio 1940-febbraio 1944), Milano, Centro di documentazione ebraica contemporanea, 1966.

· Bein Argentieri Mirella, Le voci del silenzio, Gastaldi editore, Milano, 1959

· Browing R. Cristofer, Uomini comuni, Einaudi, Torino,1998

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· Frank Anna, Diario, Einaudi, Torino, 1978

· Germain Sylvie, Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, Edizioni Lavoro, Roma, 2000 

· Goldhagen J. Daniel, I volenterosi carnefici di Hitler, Oscar Mondatori, Milano, 1998

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· Hilberg R., La distruzione degli ebrei d’Europa, Einaudi, Torino, 1999     

· Höss Rudolf, Comandante ad Aushwitz, Einaudi, Torino, 1985

· Lanzmann C., Shoah, Feltrinelli, Milano, 1987

· Laqueur W., Il terribile segreto, La giuntina, Firenze, 1983

· Levi Primo, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986

· Levi Primo, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 2001

· Levi Primo, La tregua, Einaudi , Torino, 1967

· Levi Primo, La vita asimmetrica, in: “Cultura e spettacolo” inserto di “La Stampa”, 17 febbraio 2002, Torino

· Levi Primo, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1958

· Lustig Oliver, Dizionario del Lager, La Nuova Italia, Torino, 1997

· Mosse G. L., Intervista sul nazismo, La terza, Bari 1977

· Neri Nadia, Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager, Bruno Mondadori, 1999

· Neri Riccardo (a cura di), Anni per la Libertà 1943-1945, La Nuova Italia Editrice, Scandicci (Firenze), 1995

· Nirenstajn Alberto, E’ solo successo 50 anni fa, La nuova Italia, Torino, 1993

· Pio Bigo, Il triangolo di Gliwice, Edizione dell’Orso, Alessandria, 1998

· Poliakov L., Il mito ariano, Rizzoli, Milano, 1976

· Poliakov L., Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino, 1977

· Poliakov L., Storia dell’antisemitismo, La nuova Italia, Firenze, 1996

· Pressac C., Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941 – 45, Feltrinelli, Milano, 1994

· Sarcini Eugenio, Breve storia degli ebrei e dell’antisemitismo, Oscar Mondatori, Milano, 1998

· Sereny G., In quelle tenebre, Adelphi, Milano, 1975

 

Sitografia

http://www.delphi.com/italya/start
Sito ebraico di comunicazione

http://www.italya.net/
È il sito della rete ebraica in Italia. Completo e informato, permette il collegamento con i maggiori siti italiani e stranieri.

http://www.olokaustos.org/

Sito italiano interamente dedicato alla storia dell'Olocausto dal 1933 al 1945. Ricco di materiali e di documenti, è organizzato in modo da consentire un utilizzo anche di tipo didattico

http://www.testimonianzedailager.rai.it/index.htm

Sito curato dal programma tv “Rai educational” riguardante i deportati nei lager

http://www.deportati.it/
Il sito dell'ANED Associazione Nazionale ex Deportati politici nei campi nazisti.

http://www.diario.it/cnt/memoria/segre.htm

Sito che raccoglie articoli a proposito dell’olocaustto

http://members.tripod.com/~littera/
Letteratura e olocausto con una ricca bibliografia e una unità didattica.

http://www.windcloak.it/cultura/risiera/laris.htm
La Risiera di San Sabba L'unico campo di sterminio in Italia.

http://services.csi.it/~major/majo1.htm
Il Liceo Scientifico Majorana di Moncalieri che ha messo in rete i lavori sul viaggio ad Auschwitz e sul trasporto a Mahuthausen.

http://www.comune.fe.it/itis/varsavia/home.htm;
"Sfida nel ghetto" un'avventura interattiva per conoscere la storia, realizzata dall'ITIS di Ferrara.
http://www.rimini.com/istituti/belluzzi/viaggio2.html
Viaggi nei campi

http://www.docenti.org/
Sito al servizio dei insegnanti

http://www.storiainrete.com/notizie/indice-dicembre.htm
Storia in rete

http://www.quipo.it/novecento/shoa.html

Sito in italiano contenete numerosi collegamenti a siti che parlano della Shoa

http://www.morasha.it/
Portale ebraico

http://www.gnomiz.it/nexus/stomo00/stomo01.htm
Portale della storia

http://www.novanet.it/vvol/scuola/sc_inf/sc_media_mquadrio/alunni/nazi/index.html
Lavori e ricerce in rete

http://casper.scuole.bo.it/links/xxsec.html
Altri link storici

http://www.littlepan.it/ebraico/shoa_i.html
Sito personale

http://www.tarantini.com/shalom/
Sito ebraico

http://triangoloviola.virtualave.net/index2.html

Sito dedicato interamente ai deportati nei campi di concentramento. Molto completo

http://www.manitese.it/manitese.htm
Diritti umani

http://pavonerisorse.to.it/storia900/tests/seconda_guerra.htm
Test sulla 2à guerra monidale

http://archita-prog.taranto.it/italia/taranto/archita/cultura/persecuzioni/Indice%20documenti.htm
Documenti antisemetismo

WWW.YAD-VASHEM.ORG.IL (in inglese). Yad Vashem è l'Autorità per il ricordo delle vittime e degli eroi dell'Olocausto, istituita nel 1953 dal Knesset, il Parlamento israeliano, per commemorare le sei milioni di vittime della Shoah. Un sito estremamente ricco di contenuti e con un'ampia galleria fotografica.

WWW.KORA.IT/MAUTHAUSEN
Il sito, frutto del lavoro di una scuola e vincitore del Concorso Ministeriale 'Il '900. I giovani e la memoria', presenta uno dei più tristemente famosi campi di sterminio.

http://www.skuola.net
Portale scuole

http://www.vc.unipmn.it/westjudentum_ostjudentum/home.htm
Incroci fra ebraismo e la cultura tedesca

WWW.CDEC.IT
La Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea è un istituto culturale indipendente e senza fini di lucro, costituito nel 1955 e con sede a Milano. La sua attività consiste nel promuovere lo studio delle vicende, della cultura e della realtà degli Ebrei, con particolare riferimento all'Italia e all'età contemporanea. Il sito è in costruzione; sono attive, per adesso, solo le pagine dedicate al 'Giorno della memoria'.

http://www.nizkor.org
È un sito americano, molto ricco ed informato: cultura, storia, bibliografie ecc...

http://www.cs.cmu.edu/afs/cs.cmu.edu/user/mmbt/www/rescuers.html
Bibliografia sull'Olocausto

http://www.vhf.org/
Fondazione dei Sopravissuti, a cura del regista S. Spielberg, raccoglie dal 1994 testimonianze video e audio dei sopravissuti di tutto il mondo.

http://www.faqs.org/faqs/holocaust/
Domande frequenti sull'Olocausto

http://www.spectacle.org/695/ausch.html
Ricordo di Primo Levi costruitio intorno alle parole chiave dell'Olocausto.

http://linz.orf.at/orf/gusen/index.htm
Le pagine di Gusen e Mauthausen :Con una documentazione molto ricca sui campi che abbiamo visitato.

http://www.yad-vashem.org.il/
Il museo Yad Vashem di Gerusalemmededicato alle vittime dell'Olocausto.

http://fcit.coedu.usf.edu/holocaust/sitemap/sitemap.htm
Guida all'Olocausto dedicata agli insegnanti, utile per tutti.

http://nav.webring.yahoo.com/hub?ring=shoah&list
The Olocaust ring :L'indice di una serie di siti collegati ad anello

http://remember.org/
Rete virtuale dell'Olocausto, completa di motore di ricerca specializzato, discussioni, infomazioni, storia, studi, pubblicazioni...

http://www.dhm.de/index.html( inglese)

Archivio tedesco del museo[6]

http://www.hum.huji.ac.il/Dinur/internetresources/holocauststudies.htm

Sito contenete links a numerosi siti che hanno come argomento l’olocausto

 

Filmografia

· Süss l'ebreo (1940), Veit Harlan
· Il Grande Dittatore (1940), Charlie Chaplin
· Così finisce la nostra notte (1941), John Cromwell
· Roma città aperta (1945), Rossellini
· L'ultima Tappa (1948), Wanda Jakubowska
· Il grido della terra (1949), Duilio Coletti
· Achtung! Banditi!(1951), Carlo Lizzani
· I Perseguitati (1953), Edward Dmytryk
· Notte e Nebbia (1956), Alain Resnais
· Il Processo di Norimberga (1958), Feliz Podmaniczky
· La Stella di David (1959), Konrad Wolff
· Il Diario di Anna Frank (1959), George Stevens
· Kapò (1959), Gillo Pontecorvo
· Il destino di un uomo (1959), Sergej Bondarciuk
· Il nono cerchio (1960), France Štiglic
· Jovanka e le altre (1960), Martin Ritt
· Vincitori alla sbarra (1961), Frédéric Rossif
· L'oro di Roma (1961), Carlo Lizzani
· Vincitori e Vinti (1961), Stanley Kramer
· La passeggera (1963), Andrzej Munk e Witold Lesiewicz
· Fuga da Mauthausan (1963), Edwin Zbonek
· La ragazza di Bube (1963), Luigi Comencini
· L'Uomo del Banco dei Pegni (1965), Sidney Lumet
· Judith (1965), Daniel Mann
· Andremo in Città (1966), Nelo Risi
· Un uomo da abbattere (1967), Philippe Condroyer
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'la_caduta.htm');">-->La Caduta degli Dei (1969), Luchino Visconti
· <!--<a href="javascript:apri_senza('info', 165, 215, 'il_giardino.htm');">-->Il Giardino dei Finzi Contini (1970), Vittorio De Sica
· Paesaggio dopo la Battaglia (1970), Andrzej Wajda
· La Confessione (1970), Constantin Costa-Gravas
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'cabaret.htm');">-->Cabaret (1972), Bob Fosse
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'il_portiere.htm');">-->Il Portiere di Notte (1974), Liliana Cavani
· Cognome e nome: Lacombe Lucien (1974), Louis Malle
· Mr Klein (1976), Joseph Losey
· La Linea del Fiume (1976), Aldo Scavarda
· Il Maratoneta (1976), John Schlesinger
· Le Deportate della sez. speciale SS (1976), Rino Di Silvestro
· L'Agnese va a morire (1976), Giuliano Montaldo
· La vita davanti a sé (1977), Mushe Mizrahi
· Giulia (1977), Fred Zinnemann
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'ragazzi_brasile.htm');">-->I Ragazzi venuti dal Brasile (1978), Franklyn J. Schnaffner
· Olocausto (1978), Marvin J. Chomsky
· Cristo si è fermato a Eboli (1979), Francesco Rosi
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'ultimo_metro.htm');">-->L'ultimo metrò (1980), François Truffaut
· La Barca è piena (1981), Markus Imhoof
· Playing for Time (1981), Daniel Mann
· Diritto di offesa (1981), Herbert Wise
· La Scelta di Sophie (1983), Alan J. Pakula
· Daniel (1983), Sidney Lumet
· Shoah - Olocausto (1985), Claude Lanzmann
· Tornare per rivivere (1985), Claude Lelouch
· Arco di trionfo (1985), Waris Hussein
· Arrivederci Ragazzi (1987), Louis Malle
· Fuga da Sobibor (1987), Jack Gold
· Ritorno a Berlino (1988), Leonardo Tosi
· Nemici una Storia d'Amore (1989), Paul Mazursky
· L'amico ritrovato (1989), Jerry Schatzberg
· Music Box (1989), Constantin Costa-Gravas
· Non dire falsa testimonianza (1989), Krzysztof Kieslowsky
· Marta ed Io (1990), Jiri Weiss
· Europa Europa (1990), Agnieszka Holland
· L'Orologiaio (1990), Klaus Maria Brandauer
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'max_helen.htm');">-->Max e Helen (1990), Philip Saville
· Dottor Korczak (1990), Andrzej Wajda
· Jona che visse nella Balena (1993), Roberto Faenza
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'never_forget.htm');">-->Never forget (1994), Joseph Sargent
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'schindler.htm');">-->Schindler's List (1994), Steven Spielberg
· 18.000 giorni fa (1994), Gabriella Gabrielli
· Testimoni (1995), Anna Missoni
· La Tregua (1996), Francesco Rosi
· La settima stanza (1996), Marta Meszaros
· Memoria (1997), Ruggero Gabbai
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'vita_bella.htm');">-->La vita è bella (1997), Roberto Benigni
· Gli ultimi giorni (1998), James Moll
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'train_vie.htm');">-->Train de Vie (1998), Radu Mihaileanu
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'comedian.htm');">-->Comedians Harmonist (1999), Joseph Vilsmaier
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'jakob.htm');">-->Jacob il bugiardo (1999), Peter Kassovitz
· <!--<a href="JavaScript:apri_senza('info', 165, 215, 'cielo_cade.htm');">-->Il cielo cade (2000), Andrea e Antonio Frazzi
· Canone inverso (2000), Ricky Tognazzi

· Concorrenza sleale (2001), Ettore Scola[7]



[1] Primo Levi, Il silenzio insopportabile, 1955, ripubblicato in: “La stampa”, Torino, 17 febbraio 2002

[2] Belpoliti Marco Primo Levi. la vita asimmetrica, in: “La stampa”, Torino,  17 febbraio 2002

[3] Levi Primo, La tregua, Einaudi, Torino, 1965

[4] Levi Primo, La tregua, cit., pp.9-10.

[5] Di Caro Roberto “Il necessario e il superfluo”, in : “Piemonte vivo”, Cassa di Risparmio di Torino, gennaio 1987

 

[6] Sitografia costruita grazie al contributo dei dati trovati sul sito:

http://www.educational.rai.it/testimonianzedailager/approfondimenti/altrisiti.asp

[7] filmografia costruita grazie al contributo dei dati trovati sul sito: http://www.educational.rai.it/testimonianzedailager/approfondimenti/filmografia.asp