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Le memorie scritte costituiscono di norma un prodotto letterario
artigianale, ma non per questo comune, anzi piuttosto raro di questi tempi:
esse vanno pertanto incoraggiate, divulgate ma anche condivise con la comunità
della quale narrano.
E’ proprio per questo motivo che ho accolto
con piacere l’invito dell’autore a presentare questo piccolo “tesoro” della memoria
che per una volta tanto non è rimasto in qualche cassetto, ma potrà invece
circolare liberamente, diventando un tassello importante di documentazione e
testimonianza di quell’identità contadina sopravvissuta nella piana pinerolese
fino all’inizio degli anni Sessanta, quando i nostri paesi furono travolti dal
“miracolo economico” ma anche dallo spopolamento.
Il lavoro di Michele Fiore ci riporta indietro di almeno settant’anni e ci ricorda la vitalità economica e sociale di Macello tra gli anni Trenta e Quaranta, animata da tanti personaggi dalle connotazioni assai colorite, ma anche da esistenze tristemente segnate dal lavoro e dalla miseria.
Perché mai Fiore ci racconti tutto ciò
non è dato saperlo e personalmente mi sono occupato del manoscritto e non ho
voluto indagare ulteriormente. Certo è che il nostro racconto si ferma agli
anni dell’adolescenza e non dice che cosa accadde al nostro protagonista in seguito.
Quello che tutti però sappiamo è che fece delle scelte di vita che lo portarono
via da Macello, in altre parole, lontano dal paese. Ed è in questa prospettiva
che possiamo tentare di trovare qualche eco letteraria e cinematografica che
possa aver in qualche modo “ispirato” il nostro autore.
Lo scrittore Cesare Pavese sosteneva
che un paese ci vuole sempre, anche solo per andarsene e pensare
nostalgicamente di ritornarci forse un giorno, almeno idealmente senza poi
necessariamente riuscire a farlo. La storia di molti personaggi pavesiani
comincia in una stazione, quando essi abbandonano il paese. Il paese è il
luogo dell’infanzia e dell’adolescenza, nelle quali la nostra identità assume
una sua prima forma; e l’abbandono del paese, per molti personaggi dei romanzi
pavesiani, coincide anche con la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età
adulta. Quell’adolescenza che spesso non comprendiamo, ma finiamo poi per rimpiangere
e rielaborare nella maturità come un momento mitico. Credo che Michele, che ha
abbandonato il paese, per molti anni abbia sentito il bisogno di ritornare a
quel momento mitico e lo ha fatto attraverso la pittura e la scrittura.
La citazione di Pavese non è casuale perché
il modello che il nostro testimone utilizza (non importa se consciamente o
meno) è quello del testo forse più celebre dell’autore langarolo, La luna e
i falò. In questo romanzo la dimensione mitica, quella vissuta
nell’adolescenza, e cioè quella legata al ciclo ripetitivo delle stagioni,
scandito innanzitutto dalla ripetizione periodica dei lavori agricoli, si scontra
a un certo punto del racconto con l’irruzione della storia: quella tragica
della II Guerra mondiale, dell’occupazione tedesca e della guerra civile che
irrompono in un mondo a lungo identico a se stesso mettendo in discussione ogni
equilibrio consolidato.
Questo schema è molto chiaro nella memoria
di Michele Fiore. Tutta la prima parte del testo è infatti avvolta in una dimensione
mitica, fatta di rituali che si ripetono identici ogni anno. E Michele, forse
perché figlio di una madre molto devota e religiosa, non ha esitazione ad aprire
il testo proprio con i rituali legati alle pratiche religiose. Via via però,
che descrive le gerarchie di potere all’interno del paese, il nostro autore,
sempre in una dimensione mitica ci introduce nei cicli dei lavori agricoli
stagionali e nei rituali di vita sociale che si snodano tra l’oratorio, le
stalle durante le veglie e l’osteria. In questo mondo apparentemente felice,
secondo lo schema pavesiano che abbiamo indicato, irrompe ad un certo punto
un’altra dimensione del tempo, quella della storia, che rapisce i ragazzi per
mandarli a combattere in ogni parte del mondo, mentre chi rimane a casa deve
farsi carico degli obblighi di ammasso che il regime impone, degli sfollati, di
mantenere i presidi dell’esercito tedesco o, peggio ancora, di subire le
violenze che periodicamente i repubblichini esercitano a danno dei paesani.
Se nella prima parte il testo può essere
letto anche come un manuale di antropologia ed etnografia contadina della piana
pinerolese, considerata la dovizia di dettagli che l’autore ci presenta – si
vedano ad esempio la descrizione dei lavori agricoli, la macellazione del
maiale o la descrizione delle veglie -, nella seconda Michele confonde
l’autarchia e le sanzioni che precedono la guerra, con la guerra stessa e non
rende giustizia alla cronologia di certi episodi che vengono collocati in
prossimità della Liberazione mentre avvennero prima. Ma a noi questo poco
importa. La memoria rielabora secondo propri percorsi ed è molto più
interessante rilevare come dietro a queste piccole imperfezioni si celi
piuttosto una rilettura del passato in cui due dati sono evidenti:
l’inscindibile binomio tra fascismo e guerra che il nostro autore viene così a
sottolineare e l’idea che la guerra sia sempre una tragedia, indipendentemente
dal fatto che violenze e uccisioni siano commesse da una parte o dall’altra.
Se proprio si volesse fare un’obiezione
a questo testo si potrebbe dire che l’autore è stato molto generoso nei
riguardi della nostra Comunità e nella sua galleria di personaggi, per la quale
sembra aver preso a modello il film
Amarcord di Federico Fellini, ha messo in mostra soprattutto le
qualità, sottacendo i difetti. Tuttavia mi sembra che, vale la pena ribadirlo,
qui siamo di fronte ad una memoria e non ad un romanzo e la polemica – alla
quale abbiamo assistito una ventina di anni or sono in un’altra memoria su
Macello[1]
- avrebbe finito per penalizzare il lavoro e renderlo poco consono
all’esposizione che si avvale invece di linguaggio garbato e sciolto,
accompagnato anche da schizzi di pregio dell’autore che non mimano i paesaggi
ma – si badi bene – la memoria immaginaria che egli conserva di quei paesaggi.
Insomma un omaggio che Michele Fiore ha
voluto fare alla nostra piccola comunità e che la Giunta comunale è lieta di
poter patrocinare e sostenere.
Assessore alla Cultura
Comune di Macello
E’ stato
detto che la storia generale è la somma delle tante microstorie locali, o
viceversa, tante microstorie contribuiscono a fare la storia generale. Ecco, la
nostra conoscenza del mondo che ci sta attorno penso che debba, anzi dovrebbe,
partire dalle modeste realtà locali, tipo quella descritta da Michele Fiore nei
suoi “Lontani ricordi. La mia adolescenza a Macello”.
Sono anni di “alto peso specifico” quelli descritti
da Fiore, densi di personaggi e avvenimenti (questi ultimi soprattutto negativi
a causa della guerra), anni in cui ci è stato sottratto qualcosa. La nostra
infanzia non ha conosciuto giocattoli; a molti di noi, stante le condizioni
socio - economiche di quel tempo, è
stato impedito il proseguimento degli studi; molti giovani, e non solo, hanno
pagato con la vita il passaggio di quegli anni bui della nostra recente storia.
Dai ricordi dell’Autore di questo breve saggio
autobiografico emergono in primis la parrocchia e il Parroco, la sua influenza
sulla comunità di allora, le cerimonie, le funzioni rituali, la “carriera” di
chierichetto, l’iscrizione all’azione cattolica, più avanti l’impegno nella
scuola di canto e nella filodrammatica locale: il tutto visto anche nell’ottica
di appartenenza, sotto certi aspetti, ad un modesto “salotto culturale”per quei
tempi.
E poi la Civica Amministrazione, i residui della
Signoria locale, le attività lavorative per buona parte legate al contesto
economico basato sull’agricoltura, i personaggi emblematici di quel periodo,
emblematici anche a causa della miseria. E la società agricola da noi
conosciuta o sentita raccontare è collocabile forse più vicina all’Alto
Medioevo che non all’epoca moderna attuale, almeno fino a quello “spartiacque”costituito
dal passaggio dalle “corna dei buoi” al volante di un trattore e cioè dalla
trazione animale a quella meccanica. E lo scambio di manodopera, o aiuto
vicendevole, lo scambio di lavoro con grano nella mietitura e in autunno lo
scambio di granoturco con castagne o l’offerta di uova al Parroco nel passaggio
per la benedizione pasquale, per cui il chierichetto faticava a portare la
cesta stracolma, sono solo alcuni dei nostri ricordi del recente passato. E la
figura della madre sorretta da fede e speranza emerge minuta, ma con forza, a
superare momenti di crisi economica aggiunta alla vedovanza precoce, alla
famiglia numerosa a cui provvedere, alla guerra incipiente. Sì, sono stati anni
di paure e stenti, di povera gente temprata da questi stenti, ma anche in grado
di cantare alla faccia di questi stenti, di trovare momenti aggreganti la sera,
d’inverno nelle stalle o nelle piole e d’estate in determinati punti ai quattro
angoli del paese. E i momenti particolari come la trebbiatura del grano,
l’uccisione del maiale e altre operazioni quasi rituali, paiono galvanizzare i
piccoli spettatori di quel tempo. A proposito dell’uccisione del maiale – lo
confesso - sono stato un debole anch’io, pur apprezzando la bontà dei salumi
fatti in casa. Quel mattino d’inverno in cui tutto già era predisposto per
l’avvenimento, cercavo di partire per la scuola almeno con mezz’ora di anticipo
per non sentire il grugnito lacerante del maiale avviato al patibolo.
Volendo continuare l’”escursus”sulla microstoria di Macello
inserita nella storia generale, l’approfondimento dei suoi vari aspetti,
l’importanza delle varie colture agrarie riferite a epoche e abitanti diversi
con i loro pregi e difetti, o vizi e virtù, ci porterebbe piuttosto lontano,
per cui concludendo ci si può chiedere: “E’ soltanto rimembranza di paesaggi
giovanili e nostalgia del tempo che fu, o effettivamente Macello come l’abbiamo
conosciuto noi era comunità sì più povera, ma più viva, con ritmi di vita
magari arcaici rispetto all’oggi e improntati all’essenziale”?
Forse non è esagerato dire che nell’immediato
dopoguerra siamo stati testimoni di una civiltà tradizionale al suo
concludersi, contro un’altra nascente e tecnologica. Sono ricordi del passato:
le strade principali in acciottolato, le minori in terra, i fossi a cielo
aperto, la “doira” in piazza, la gramigna lungo i muri perimetrali delle case,
il passaggio delle mandrie dirette al pascolo, lo sterco lasciato al loro
passaggio e raccolto da qualcuno per rinvigorire l’orto. E poi le molteplici
attività locali elencate da Fiore fino alle frange di quel che oggi verrebbe
definito lavoro in nero, sfruttamento minorile, economia informale, attualmente
di una certa rilevanza nelle società meno evolute. Tutto ciò costituente quell’epoca contadina di lunga data e giunta
per buona parte al suo epilogo. E’ pure giusto rilevare, quale fenomeno
negativo, che i nostri paesi celavano all’interno del loro tessuto sociale i
poveri, i disadattati, i portatori di handicap fisici e mentali a cui venivano
dati dei soprannomi e che, senza approfondirne i motivi degenerativi, venivano
identificati con una terminologia dialettale esplicita se non anche crudele,
tipo: “plandrun, ciucatun, borgnu, sop, disancà, tisic, foi, mesi mat”.
A prescindere da queste definizioni semplicistiche e
riduttive, si va perdendo il ricordo di modi di vita agli antipodi rispetto
agli attuali, di volti scarni rivelatori di privazioni e sofferenze patite, di
sguardi carichi di antica saggezza acquisita attraverso il crogiolo di molte
negatività.
Alla fine del suo scritto Michele Fiore, che so
essere appassionato di astronomia, pare rammentarci che Macello e la sua storia
sono parte infinitesimale dei molti miliardesimi costituenti l’universo nella
sua immensità. Grazie all’autore per avercelo ricordato a conclusione delle sue
memorie adolescenziali, e all’Amministrazione Comunale, per il patrocinio dato
alla pubblicazione dello scritto.
Dicembre
2004
Priotti Luigi
LA CHIESA
IL COMUNE
IL CASTELLO E I NOBILI
I CITTADINO, IL LAVORO, IL COMMERCIO
AVVENIMENTI E RICORRENZE
IL MEDICO E LE MALATTIE
SOPRANNOMI E STRAVAGANZE
I PUNTI DI INCONTRO
A VOLTE ACCADEVA...
I MESTIERI AMBULANTI
I LAVORI STAGIONALI
LA SCUOLA, LA MIA FAMIGLIA, LA GUERRA
IL CASTELLO OCCUPATO EPILOGO
Michele Fiore è nato a
Macello il 14 dicembre del 1932, ultimo di dieci figli, orfano di padre
dall’età di due anni. Per esigenze di lavoro ha abbandonato il proprio paese
peregrinando per molti luoghi sino ad arrivare in Brasile, ove ha dimorato per
tre anni, maturando diverse e significative esperienze.
Tornato in Italia all’età di trent’anni, si è stabilito ad Osasco dove si è sposato ed ha abitato per quasi quarant’anni. Attualmente vive con la famiglia a Villar Perosa.